Noel Gallagher’s High Flying Birds – Who Built the Moon?

Noel Gallagher’s High Flying Birds – Who Built the Moon?

Mettiamo in chiaro una cosa: Noel Gallagher non è mai stato un genio. Neanche ai tempi dei primi due gloriosi album degli Oasis – che sono ancora oggi il motivo per cui si dà credito a questo presunto eroe della sei corde – ha mostrato unicità, ingegno e carattere. La sua formula, dovuta a un talento melodico deodato, ha funzionato fin quando l’arroganza sua (e di suo fratello) non ha oscurato i ritornelli e la semplicità di una poetica che d’altronde non poteva durare più a lungo di quanto è durata. La rivincita del ragazzo della periferia industriale di Manchester, armato solo della sua chitarra, s’è smarrita nei luoghi comuni che ha cantato sin dagli esordi e da cui, una volta raggiunto l’inatteso successo, non si è saputo svincolare. È il profilo culturale del personaggio, rimasto fieramente povero, ad aver ridimensionato l’artista nel tempo. Mentre altri suoi coetanei provavano ad evolversi e dare un senso alla seconda fase della loro carriera, gli Oasis sono rimasti legati a stilemi e refrain già strasentiti, finendo per restare la band preferita di gente che in fondo dal rock non voleva altro che tali banalità. Sarebbe curioso fare un conteggio parole di tutti i testi della discografia di Noel Gallagher, e chessò, di Jarvis Cocker, Brett Anderson, Thom Yorke, Damon Albarn. Immaginate il risultato. Per non parlare di tutte le melodie che quando le ascolti la prima volta pensi “dov’è che l’ho già sentita questa?”

Non ci volevamo noi, forse, per avere il coraggio di scrivere che Who Built the Moon?, il terzo disco coi suoi High Flying Birds è un concentrato di mediocrità che davvero, nel 2017, non si può far passare come rock n roll di quello vero. Ma a scanso di equivoci, è bene non far finta che queste tredici nuove tracce abbiano un qualche significato nel rock di oggi. Soprattutto, la scelta di suonare elettrico e così pieno di ritmo – grazie al lavoro del produttore DJ David Holmes che firma con Noel le composizioni – non sembra accordata con la voce, che inevitabilmente preferiamo quando accompagna ballate acustiche come quelle comparse nelle b-side dei singoli degli Oasis. Invece, un’opera così colorata e piena di sovraincisioni appare stridente rispetto al ricordo migliore che si può avere del maggiore dei fratelli Gallagher, ovvero quello in cui stacca il jack e in solitaria confessa sogni e frustrazioni di uno che pensava di non farcela a uscire dal buco in cui è nato. Liam non ne ha più, ma davvero, quest’album sarebbe stato più credibile se cantato da lui. A cinquant’anni suonati, un disco così volutamente giovane, post-madchester e psych brit pop, sembra più una confezione studiata per chi ancora non si è stancato del lascito degli Stone Roses e dei Primal Scream più grossolani, che qualsiasi altra cosa, tipo i più generalisti U2 e Coldplay. E le comparsate di Paul Weller e Johnny Marr non aiutano di certo. D’altronde anche loro ormai si fanno notare soltanto il taglio di capelli, figuriamoci se possono aggiungere condimento. Troppo inutile arrivare in fondo a Who Built the Moon? (e vi giuriamo che l’abbiamo fatto tre volte, ahinoi), non essendoci alcun contenuto artistico, non essendoci poesia, non essendoci la benché minima urgenza espressiva. Noel Gallagher, da molti anni, non ha nulla da dire. Non sembra neanche più Noel Gallagher. Ma forse meglio sopportarlo così ogni due o tre anni, che subire l’inevitabile reunion degli Oasis.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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