Nine Inch Nails – Not the Actual Events

Nine Inch Nails – Not the Actual Events

Caro Trent, non sei riuscito a rovinarmi il Natale. Semmai ci sono riusciti i cappelletti in brodo, quest’anno davvero miserrimi, e il reflusso gastroesofageo che mi porterò dietro fin quando non farò un mese santo senza alcolici, ma certo non le canzoni (parola grossa, quasi osé per questa roba) di Not the Actual Events, mini lanciato a sorpresa il 23 dicembre, assieme all’annuncio di una riedizione di The Fragile da 4 vinili, e alla minaccia di altre due uscite a marchio NIN previste per il 2017. Non c’è da giubilare. 

Prodotte e composte con l’ormai inseparabile Atticus Ross, per la prima volta on the fore anche davanti alla sigla Nine Inch Nails, le cinque tracce dell’EP lasciano interdetti: non ci ritrovi niente di ciò che puoi aver amato da Pretty Hate Machine in poi, neanche la resa dell’ultima pubblicazione, Hesitation Marks, in cui il cattivo Reznor faceva il verso al se stesso dei giorni migliori. 

È un industrial testardo, narrato quando non sa quale direzione prendere, e sguaiato quando si alzano i toni, con le performance della moglie Mariqueen, di Dave Grohl e di Dave Navarro che non aggiungono nulla al plot. 

Non ho dato peso a questa sbobba, perché per me i Nine Inch Nails sono finiti da almeno dieci anni, e ogni uscita ormai non mi tocca più nel profondo come una volta. Ecco perché mi sono salvato.

Ma c’era davvero bisogno di pubblicare questa brodaglia gelida? Se l’aiuto di Ross in fase compositiva porta a risultati simili, tanto vale lasciarlo preparare la colonna sonora del prossimo film di David Fincher (che palle solo a pensarci, sia la musica che il film), e non sporcare ulteriormente quel logo che ha appassionato almeno una generazione di alternativi sensibili a cavallo tra i due secoli. Ci sta scoppiare, passare alla cassa, piazzare un paio di croste autenticate (Year Zero e The Slip) e mettersi in doppio petto per la cerimonia degli Oscar. Non ci sta, a questo punto della storia, stravolgere completamente il concetto di suono dei Nine Inch Nails per aggiornarlo con questo EP. E badate bene, non me la prendo perché Trent è bollito, ma perché così sfigura il suo progetto a cui siamo più affezionati.

Chi è Atticus Ross. 

Me lo ricordo ai tempi della Nothing Records coi suoi 12 Rounds, in cui è un po’ l’equivalente di Geoff Barrow nei Portishead, e poi nelle misteriose foto in studio dei mitologici Tapeworm, la band che avrebbe dovuto unire il talento di Mr. Self Destruct a quello di Maynard James Keenan. Poi scompare qualche anno, fino al ritorno dei NIN con il già allora deludente With Teeth, di cui risulta programmatore del suono. Si accoda alla nuova formazione (quella col simpatico Alessandro Cortini alle tastiere per capirci) senza mai entrare a far parte della line up che si esibisce dal vivo, e dopo Ghosts, la compilation che raccoglieva outtake e bozze strumentali degli anni addietro, parte la saga delle colonne sonore ai film di Fincher, più Patriots Day di Berg e il documentario Before the Flood di quest’anno. 

tapeworm atticusSi può ben dire che a fronte di tutte queste collaborazioni, Ross è divenuto il più fido partner in musica nella storia di Reznor, perché mai i vari strumentisti che si sono succeduti nelle formazioni live dei NIN hanno avuto tanto spazio. (Che fine hanno fatto infatti i vari Charlie Clouser, Danny Lohner, Jerome Dillon… tutta gente che ai tempi ci metteva l’anima e ci pareva più che qualificata? Ebbene, anche loro si sono buttati nelle colonne sonore…) Ma l’amara verità è quando Trent era ancora il vero Trent, la sigla NIN equivaleva al suo nome, e non c’era bisogno, soprattutto in fase di composizione, dell’ausilio di nessuno. Lo stesso progetto Tapeworm, poi fatto naufragare unilateralmente dallo stesso Reznor, doveva essere la valvola di sfogo dei personaggi che gli gravitavano attorno (Lohner in testa) e che non vedevano riconosciuto il loro talento all’interno dei NIN, dato che le decisioni, oltre che la scrittura, dovevano competere al solo Reznor. Se oggi pare non si possa più fare musica senza questo benedetto Atticus Ross, evidentemente qualche domanda ce la si deve porre.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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