Nine Inch Nails – Add Violence EP

Nine Inch Nails – Add Violence EP

 

Un po’ per la comparsata molto scenica nel fantasmagorico episodio 8 di Twin Peaks – The Return, un po’ perché siamo come quelli che dicono di non ascoltare San Remo, e poi nell’ermadio lo fanno, puntuale con l’uscita di un nuovo prodotto a nome Nine Inch Nails, ci ritroviamo a disquisire sui perché e i percome, nonostante poi spesse volte si riveli uno sforzo poco utile. In fondo chi prima chi dopo, l’abbiamo amato un po’ tutti il buon Trent, e nonostante una serie di cadute di stile non indifferenti, al personaggio sotto sotto si vuole sempre bene e con la consapevolezza che difficilmente torneranno i fasti della sua golden age terminata con la fine della tossicodipendenza, il lusso di ascoltare per lo meno cosa provi a dire oggi possiamo ancora concedercelo.

L’ultimo full-length vero, Hesitation Marks, che all’uscita avevamo giudicato a stento sufficiente, col passare del tempo si è perlomeno rivelato inoffensivo, se non in qualche traccia particolarmente brutta e in quei rimandi grafici blasfemi e inspiegabili a The Downward Spiral. È poi ricomparso l’anno scorso con 5 tracce dichiaratamente sporche e cattive, facenti parte di una trilogia di EP che si concluderà questo o il prossimo anno: Not The Actual Events. Se tale primo capitolo da un lato è sembrato un capriccio superfluo, un ritorno discutibile alla brutalità minimale di chitarroni, bassi potenti e diffusa aggressività (distante però anni luce dalla reale ferocia di un Broken EP), per quanto mi riguarda, trattandosi inoltre di un episodio isolato, non ha poi offeso così tanto, e in cui per una “The Idea of You” che sembra uscita da un catalogo di riff heavy metal per concerti di fine anno scolastico, troviamo anche una Burning Bright (Field On Fire) che tutto sommato suona potente ed interessante. Insomma il classico Reznor tempi moderni, sempre orbitante intorno alla sufficienza, sebbene con modalità ogni volta differenti.

Ovviamente non poteva che cambiare di nuovo registro per aprire il II EP della trilogia,  Add Violence, esordendo con un pezzo (“Less Than”) anti-Trumpista alla “The Hand That Feeds” che sebbene ruffiano,  nostalgico di With Teeth e un po’ pigro nella costruzione, risulta divertente, con una melodia forte e cantabile. Una nuova direzione quindi uno potrebbe pensare, più synth, più Pretty Hate Machine magari, e invece no: “The Lovers” riprende le atmosfere Reznor-Ross delle ultime colonne sonore, “Not Anymore” ci rimette ancora un po’ della grinta di Not The Actual Events e “This Isn’t the Place” rappresenta il pezzo quiet pianoforte e synth di rito. C’è addirittura una lunga coda drone alla fine fine dell’ultimo brano che si perde in undici eccessivi minuti di distorsione, skip obbligato per futuri ascolti (lascia la sperimentazione sonora ad altri Trent, che non ne sei mai stato il tipo). Insomma che confusione. I pezzi di questo nuovo capitolo non sono neanche così malvagi: “This Isn’t the Place” è un pezzo interessante, etereo e malinconico (un po’ alla “A Minute To Breathe” da Before The Flood), “The Background World” tocca pure le corde giuste e cresce bene d’intensità nella fase pre-drone, ma emerge chiaramente un senso di déjà vu  diffuso tra varie fasi della carriera del musicista. Guardando un po’ di reazioni in giro è chiaro come la situazione sia spaccata tra ottimisti e pessimisti, o se volete, tra chi interpreta i segnali positivi sparsi tra gli ultimi prodotti come possibile speranza per un ritorno fatto come si deve, o chi giustamente si è stufato, e non riesce a separare l’assenza di direzione precisa, l’autoplagio e soprattutto la qualità dei brani (che non è mai alta), dal corpus reznoriano 90 e primi 2000.

Ovviamente non c’è un’interpretazione giusta, troppi i fattori in gioco per un personaggio così grande e con cui molti hanno avuto un rapporto a distanza viscerale; la posizione che adotto in questa ricorrente diatriba, alla luce di questi ultimi due lavori, è quella di un’indifferenza velata d’ottimismo: non so se ci sarà una redenzione finale per Mr. Self Destruct, per adesso interpreto questi nuovi sforzi come il frutto di una genuina voglia di fare qualcosa di buono, da parte di uno che si è capito non riuscire a restare con le mani in mano per più di un mese di tempo, il tutto ovviamente con la consapevolezza che i soli buoni intenti non sono sufficienti per fare della musica degna di nota e che guardare troppo al passato può solo far peggio. Insomma personalmente riuscirò anche questa volta a dire: “vediamo come va la prossima”, ma non sentitevi in colpa se avete perso la pazienza, c’è sicuramente di meglio da fare piuttosto che aspettare la salvezza da un 90s hero.

Il figlio e l'erede di niente in particolare. "The media cyborg lives thanks to the media. In the age of cyber-medialism with its emphasis on simulation the hi-tech media become the condition for survival". Dicono di me (?): "His mind is in a perpetual St. Vitus dance - eternal activity without action - "

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