Nicolas Jaar – Sirens

Nicolas Jaar – Sirens

L’importanza di ascoltare effettivamente Sirens è relativa. Se non lo avete ancora fatto girare, o se lo avete fatto ma non siete riusciti a venirne a capo, immaginate che il nuovo album di Nicolas Jaar sia soltanto un grande cerchio nero con un bel punto interrogativo bianco nel mezzo. Sospendete il giudizio e tornate indietro. Si può ripartire considerando tre aspetti chiave.

Come primo passo bisogna gustarsi il fatto che sia uscito un album di Nicolas Jaar. Non che il ragazzo fosse sparito, ma la soundtrack immaginaria Pomegranates era per pochissimi e le varie “Nymphs” erano rimaste appese nel vuoto. Da Space Is Only Noise è passato ben mezzo decennio (lo so che sono solo cinque anni, ma sto cercando di impressionarvi sullo scorrere del tempo, quindi zitti e seguite). Psychic, Darkside, sembrerà anche uscito ieri ma è accaduto tre anni fa, e “tre anni fa” in alcuni casi diventa facilmente “una vita fa”. Pensate a quanta gente avete incontrato e quante cose avete fatto in questi tre anni. Ecco, forse così iniziamo a intenderci sul serio. Se non vi siete mai goduti quei due album nella quiete domestica autunnale male avete fatto, perché non potrete capire quanto segue: il solo pensiero dell’esistenza di un nuovo disco di Nicolas Jaar, con ottobre alle porte, è rassicurante, tranquillizzante, quietante. Si sente già il sapore delle sue ritmiche lente, leggere, eleganti, e chissà come saranno state condite questa volta.

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Poi arrivano la copertina e le interviste e i testi su THE NETWORK. Scopriamo che si tratterà di un disco molto politico, che non avrebbe voluto essere così personale ma alla fine lo è diventato al punto di contenere registrazioni di dialoghi del piccolo Nicolas con suo padre Alfredo. Alfredo Jaar sarebbe colui che nel 1987 fece apparire sui segnali luminosi di Times Square “THIS IS NOT AMERICA”, riproposto sulla copertina di Sirens. Con le elezioni presidenziali alle porte negli States, padre e figlio vogliono ricordare a tutti che i muri hanno sempre due lati. Da sottolineare anche come Nicolas sia un cileno-americano con discendenti francesi e palestinesi, e che la sua famiglia era fuggita dal regime di Pinochet. Approfonditene gli aspetti politici tanto quanto riterrete opportuno, ma sappiate che non si scappa, sono l’essenza del disco. 

Darlin’, you’re late for your history lesson. Don’t you worry, I’ll give you my notes:

Chapter one: We fucked up.
Chapter two: We did it again, and again, and again, and again.
Chapter three: We didn’t say sorry.
Chapter four: We didn’t acknowledge.
Chapter five: We lied.
Chapter six: We’re done.

Infine tocca alla musica. Inaspettatamente, Sirens è un calderone di generi, le tracce sono così diverse tra di loro da far pensare a un disco fortemente disomogeneo e confuso sulla direzione da prendere. Ambient, jazz, punk, rock’n’roll? Cosa rappresenta, insomma, questo Sirens? Prima di dirne peste e corna perché non segue il filo di Space Is Only Noise e Psychic, meglio sottolineare come Nicolas non sia tipo da accontentarsi di produrre o selezionare tracce EDM per il sollazzo delle genti che vogliono solo staccare la spina, la necessità di esprimere qualcosa di più è sempre stata una sua caratteristica fondamentale. Tutta l’abilità del dj viene fuori nell’attenzione con cui è stato costruito il flusso tra questi pezzi diversissimi. Ascoltandolo da vicino ci si accorge che è tutto molto notevole e che Jaar, con la sua classe, può permettersi benissimo di rifilarci una canzone reggaeton in spagnolo e farcela addirittura piacere. Personalmente odio il reggae, odio le hit estive, ma soprattutto odio le hit estive cantate in spagnolo e mi piace sottolinearlo con un bel grassetto, per cui quando ho letto il titolo “No” per un attimo ho pensato che il computer fosse in grado di leggermi nel pensiero e rinominare le canzoni in base alle mie reazioni più intime. Com’è andata a finire? Sto ancora qui a tenere in loop “no hay que ver el futuro para saber lo que va a pasar”.

Sembra ormai chiaro come l’immagine del nuovo disco di Nicolas Jaar come avvolgente compagno dei momenti di relax autunnali, insieme all’immancabile libro e alla tazza di earl grey vada in frantumi appena terminata “Killing Time”. Ma al di là delle aspettative personali, è indubbio come Sirens richieda un approccio totalmente differente rispetto agli episodi passati e un impegno che forse non tutti vorranno metterci, anche se la durata contenuta aiuta. Non ci sarà da stupirsi se qualcuno lo amerà per poi metterlo da parte, o se altri lo metteranno in cima alle proprie preferenze. C’è il dubbio che Nicolas abbia voluto essere troppo impegnato e artistico, sulle orme del padre, eppure viene davvero difficile non rispettarlo per questa scelta. E resta che ogni singolo passaggio, dalla storia di Ahmed, “almost fifteen and handcuffed, he was just building his own sense of time, he was just building time” alle “lessons from a man that wore his pain like a list of all that he knew”, funziona tutto. Non si sa come ma funziona, e in effetti non è compito nostro capire.

Webmaster, blogger e ghostwriter. Si dice che abbia una compilation con dentro ogni buona canzone mai scritta. L'immagine della perfezione è la Via Lattea su una foresta di aghifoglie. Se ha un suono ha anche un colore, e questo vale anche per l'acqua. Com'è evidente, ha sempre parlato per enigmi. Low e Loveless in blu come dischi della vita.

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