Nick Cave and the Bad Seeds – Ghosteen

Nick Cave and the Bad Seeds – Ghosteen

Ghosteen è il diciassettesimo album in studio di Nick Cave and the Bad Seeds, e segue Skeleton Tree del 2016. Arriva senza preavviso in questo autunno che chiude il decennio dei ’10, e presenta circa undici brani, distesi su due CD/LP, per circa settanta minuti di musica.

È il primo lotto interamente composto successivamente alla tragica morte del figlio Arthur, caduto da una rupe dopo aver ingerito LSD, a soli quindici anni. Inevitabilmente, anche se su un livello piuttosto differente rispetto al cupo predecessore, in Ghosteen è presente la sua ombra. O appunto, il suo fantasma buono.

Non volevamo di certo un così funesto evento a rinvigorire l’ispirazione di Nick Cave, ma è evidente che l’elaborazione dell’atroce dolore, sviluppata anche nelle gravi interpretazioni di Skeleton Tree, che pure erano state composte precedentemente, segna la storia di questo periodo dell’artista: quando fra qualche anno si studierà Cave anche a scuola, questa fase della sua carriera verrà spiegata anche attraverso il drammatico antefatto. Senza dimenticare poi Conway Savage, tastierista in pianta pressoché stabile nei Bad Seeds sin dai tempi del capolavoro The Good Son (1990), scomparso lo scorso anno per colpa di un male incurabile.

Ghosteen è dunque una celebrazione musicale e liturgica che sulla base dei sintetizzatori di Warren Ellis salvifica il genitore Nick Cave che, pur ancora con un coltello conficcato nel cuore, immagina un paesaggio celestiale dove incontra nuovamente il figlio. C’è una stasi sofferta eppure tinta di colori chiari in tracce come “Ghosteen Speaks” o “Waiting for You”, e il fatto che l’intero albo sia pressoché privo di percussioni e ritmo, lo rende tanto vicino alla poesia quanto al pop rock cantautorale. “Aver potuto condividere con i fan il lutto per nostro figlio ci ha salvati”, confidava Cave in una splendida e rara intervista al Guardian, nel maggio 2017. All’epoca stava già scrivendo le canzoni di Ghosteen, “per completare l’ideale trilogia iniziata con Push the Sky Away. Effettivamente c’è una linea di continuità fra questi ultimi tre dischi, sia dal punto di vista compositivo che meramente sonoro, a prescindere dalle tematiche quindi. Tuttavia queste nuove canzoni paiono scritte in un luogo di pace, come il giardino raffigurato nella copertina, mentre Skeleton Tree proveniva dagli abissi. Si è spesso a ragione criticato il dominio di Warren Ellis nella gestione del sound dei Bad Seeds dei Duemila, drasticamente differente da quello fino a No More Shall We Part (2001) incluso. Ebbene, in questi ultimi due lavori quel poco che accompagna la voce narrante sembra perfettamente a suo posto. Non si sente più la mancanza di Blixa Bargeld o di Mick Harvey. Questa è una nuova formazione, differente, certo meno obliqua, ma totalmente coordinata con i contenuti lirici.

Forse non c’è più l’effetto sorpresa che provammo all’ascolto dell’accorato Skeleton Tree, per altro uscito nello stesso millesimo dei grandi ritorni di santoni come David Bowie (Blackstar), Brian Eno (The Ship) e Leonard Cohen (You Want It Darker), ma Ghosteen allunga la discografia di Cave rivelandosi ben presto carico di significati e pienamente centrato nell’immaginario che disegna. Resterà incastrato tra i tomi imprescindibili dell’artista, e quelli solo contingenti.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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