Neurosis – Fires Within Fires

Neurosis – Fires Within Fires

Quando ci è stato passato il link allo streaming di Fires Within Fires, dodicesimo lavoro in studio dei Neurosis, abbiamo subito obiettato che sarebbe stato difficile scriverne, essendo canzoni di lunga durata solitamente pesanti da digerire. Questa è musica da rituale d’ascolto, che abbisogna di amplificazione e non di compressione del suono, e che richiede i suoi tempi: ascoltarla in streaming equivale a uno stupro! 
La voglia di riprovare le sensazioni del giorno in cui li abbiamo scoperti, che per molti è stata un’epifania di non poco conto, e quindi i ripetuti ascolti, sia con l’ausilio delle cuffie che in sottofondo dalle cassettine del Macbook, ci ha comunque portati a un verdetto.

Fires Within Fires è di fatto il miglior disco dei Neurosis dai tempi di The Eye of Every Storm, che più tempo passa più sembra il vero album della maturità della band. Ciò che c’è stato prima ha aperto la via a tanti altri (pensiamo a lavori come Souls at Zero o soprattutto Through Silver in Blood), ciò che c’è stato dopo mostrava evidenti segni di cedimento, una stanchezza e una testardaggine che in questo genere forse non ti puoi permettere di mostrare, se non con l’intento romantico di farlo. Questo nuovo capitolo è un viaggio nella storia dei Neurosis (inevitabili saranno i collegamenti alle varie tappe del lungo percorso dei nostri), e un netto passo in avanti verso un suono che con le dovute virgolette ci viene da definire soul. Può esistere un soul metal? Forse no, pessima idea. Forse sì, ci può stare, e in caso lo fanno i Neurosis. Diremmo dai tempi di A Sun That Never Sets, e oggi ancor più evidentemente, se si riflette sui passaggi interni alle canzoni, che appunto vedono il combo di Oakland spostarsi dall’ombra della notte alle fiamme ardenti con una spiritualità di fondo che solo nel soul e nel blues trovi naturalmente.  

In tutto questo il segno di continuità è dato dalla produzione sonica di Steve Albini, e dai vari fischioni, cigolii e deragliamenti che punteggiano la base folk-metal, guidata altrimenti dalla solita ritmica strascinata, a volte autentico limite al decollo. Sono loro, non c’è dubbio, ma la vitalità ritrovata, e anche lo spirito avventuriero che riaffiora in tutte e cinque le tracce (all’interno di ciascuna i colpi di scena non mancano…), danno la sensazione di una band svecchiata, dimagrita e di nuovo asciutta, pronta per rimettersi in marcia dopo qualche acciacco, e cosciente di quale può ancora essere il suo significato in un panorama post metal che, l’abbiamo detto fin troppe volte, da ormai un decennio è in forte deficit d’ispirazione. Sono mancati i leader che potevano dettare la via, oltre che il ricambio generazionale. Oggi un disco conciso e nudo come Fires Within Fires può non stupire chi negli anni ha metabolizzato la lezione dei Neurosis, e magari ormai ha svoltato verso tutt’altra musica, se possibile ancor più alternativa. Eppure potrebbero bastare anche solo cinque canzoni come queste, assieme ad altre cinque, quelle dei Sumac di What One Becomes, per rilanciare un genere che da troppo tempo risulta dormiente in ogni angolo del mondo. Forse il viaggio non è terminato, e prestando attenzione ai dettagli di brani come “Reach” o “Bending Light”, sembra esserci anche un po’ di luce all’orizzonte… 

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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