Muse – Simulation Theory

Muse – Simulation Theory

La pretesa di voler parlare dei Muse ripartendo ogni volta dagli esordi, da ciò che erano durante i primi anni del loro percorso, quando chi amava Jeff Buckley e Radiohead guardava a loro, agli Starsailor e ai Coldplay come alle speranze del Duemila per il rock inglese, è l’errore che continua a originare malintesi, e a inquadrare la band del Devon con i presupposti sbagliati, come un animale che va contronatura. La maschera è stata gettata da tempo, e da ottimi musicisti quali sono, Bellamy, Wolstenholme e Howard si stanno muovendo in direzioni tanto più nuove quanto spiazzanti per i loro fan originari. Ma i Muse sono qualcosa di diverso, di più simile alla versalità dei Queen che al post grunge acculturato di Showbiz. Lo avevamo scoperto con Black Holes and Revelations ed è divenuto conclamato nel successivo The Resistance, oggi con Simulation Theory non fanno nemmeno più notizia. Ma chi ha stabilito che brani come “Starlight”, “Undisclosed Desires” o la nuova “Something Human” sono di cattivo gusto, solo perché barocchi? Andrebbe semmai riclassificato tutto il loro catalogo alla luce della loro evoluzione stilistica. E allora, per esempio, chi scrive ritiene The Resistance il loro miglior album, e non magari Origin of Symmetry come molti dei fan della prima ora.

L’ambientazione da videogame, la copertina curata da Kyle Lambert (quello di Stranger Things e Jurassic Park, tra gli altri), la produzione fantascientifica e sfacciatamente mainstream, i ritornelli innodici, i ritmi R&B, sono ormai tutte carattestiche della poetica dei Muse. È tutto legittimo con loro. Sono passati dal produttore dei Radiohead (uno che aveva presenziato pure alle registrazioni di un gruppo chiamato The Beatles) a quello di Peter Gabriel, per poi arrivare piano piano a gente come Timbaland – che pensate, ormai non ha neanche bisogno di presentazioni – e Shellback, che ha nel suo resumé collaborazioni con gente come Pink, Taylor Swift, Christina Aguilera e Lily Allen. Roba seria…

Finché loro si divertono e incassano, e fin quando ci sarà un fiume di gente a invadere gli stadi dove suonano, la nostra critica gli entrerà da un orecchio e uscirà dall’altro. Soprattutto ormai che anche l’America ha iniziato ad applaudirli (il precedente Drones è arrivato alla numero uno di Billboard, e ha ricevuto il Grammy come miglior disco rock).

Nella versione deluxe di questo Simulation Theory ci sono ulteriori dimostrazioni di questa incredibile capacità di trasformarsi ogni volta in qualcosa di diverso. C’è il vestito gospel acustico per il singolo “Dig Down”, quello da colonna sonora di 007 per “The Dark Side”, un arrangiamento alternativo per “Algorithm” e un’improbabile versione acustica per la terribile “Propaganda”. Sono proprio queste bonus tracks a rendere meglio l’idea di quello che è il vero significato dei Muse. La loro scelta di suonare stravaganti, improbabili, pacchiani – non dimenticando mai la possibile resa live delle canzoni, perché è in quella dimensione che hanno in realtà costruito il loro successo – è totalmente consapevole e rivolta a un pubblico generico, che vive il rock non come una ragione di vita, ma come puro intrattenimento in cui, casualmente, trovare significati applicabili alla vita quotidiana, se capita. I Muse non sono affatto umani altrimenti, ma piuttosto entità aliene che giocano o si prendono gioco di noi terrestri.
Può far rabbia o aggravare la loro posizione il fatto che siano musicisti talmente dotati da poter essere in grado di ben altre soluzioni stilistiche, ma alla fine a loro interessa il giusto come la pensiamo. E chissà che proprio per questo, paradossalmente, non siano più alternativi loro che molti altri che invece mantengono un genere e una professione per tutto il loro percorso.

Simulation Theory non è certo il loro miglior disco, ma non è nemmeno il peggiore. Noi ce ne laviamo le mani con un 60/100.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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