Motorpsycho – The Tower

Motorpsycho – The Tower

I dischi degli ultimi Motorpsycho sono difficili perché ti mettono irrimediabilmente di fronte a un scelta: arrenderti al sesto minuto di sgommata oppure stare al gioco, assecondare i tempi dilatati e perdersi nei dettagli, fino a cadere in profondità una capriola alla volta, nel punto dove ti vogliono risucchiare.

Perché questo cappello introduttivo? Se non è un desiderio profondo a farvi accostare al nuovo album The Tower, potete limitarvi ad ascoltare i primi tre pezzi e andarvene a casa con qualche pulce nell’orecchio, magari pensando anche che i Motorpsycho sono cambiati. Sarete rapiti nell’abbraccio della titletrack, presi in contropiede dalla pachidermica “Bartok of the Universe” e sparati in orbita da “A.S.F.E. (A Song For Everyone)”, il singolo che proprio non ti aspetti: ritmica tutta dritta, tutta sparata giù per la gola come un treno, un cantato accattivante e sbarazzino con una seconda voce quasi da teenage rock canticchiato in coro, e per il resto Snah che continua a prenderti a martellate.

Se invece siete coraggiosi cioè pazienti, e partite dal presupposto che la torre di Babele dipinta da Håkon Gullvåg in copertina non può costruirsi in un giorno né con un solo tipo di cemento… se non vi spaventa l’idea di dover ascoltare il disco almeno dieci volte per entrarci dentro davvero… se scendete più a fondo nell’idea, l’ennesima rinascita del duo espanso che non solo inaugura l’avventura di Tomas Järmyr (batterista anche dei nostri Zu) ma vedrà il gruppo esibirsi nell’imminente tour autunnale (4 date in Italia) insieme ad un quarto membro per onorare gli arrangiamenti del disco… se continuate a leggere questo periodo nonostante tutti i se e gli inserti che ci ho messo dentro, allora The Tower può essere anche il vostro album.

Probabilmente non vi rimarrà in mente una canzone rispetto all’altra, il disco è compatto e coerente ma senza highlight. È una scalata, lenta e circolare, ambiziosissima, genuinamente biblica, lontana dal toccare la perfezione del regno di Dio, ma la storia la sappiamo tutti: è una favola di superbia, una sfida impossibile persa in partenza ma combattuta comunque. E proprio perché ci dev’essere una canzone per ogni lingua dell’uomo la varietà di scelte è palpabile, in un approccio eclettico e che ha il pregio di dare ad ogni pezzo la sua propria identità senza sconfinare nel patchwork, creando un insieme di voci poliedrico ma che in qualche modo si concretizza in unisono: nessuna spicca, ma nessuna è uguale a quella precedente.

Rispetto ai lavori recenti il trio è più stabile, e salta subito all’orecchio la differenza del drumming di Tomas dall’epoca Kapstad: il nuovo arrivato suona in maniera equilibrata e a tratti molto essenziale, diretta e sfacciatamente rock, ma è anche pronto ad abbandonarsi alla frenesia della sincope selvaggia. In due parole: bilanciato e infiammabile. Anche Bent ripiega talvolta su soluzioni più straightforward, con frasi di basso al solito monolitiche, ma ossessive e accattivanti piuttosto che schizofreniche e incontrollabili. Snah sembra il meno toccato dalla nuova impostazione e continua a sfoderare i suoi riff degni dell’oro scomparso dei settanta. Gli arrangiamenti appaiono a prima vista più semplici e bonaccioni, qualche suono nuovo (si fa per dire) fa capolino da dei synth dietro le quinte, ma basta spingersi un pochino più dentro alla seconda parte del disco per capire che The Tower è veramente una grande Babele, dove i Motorpsycho mettono nuove carte sul tavolo senza tuttavia dimenticare le esperienze degli ultimi dieci anni.

Non c’è da gridare al capolavoro, ma come fu l’anno scorso per Here Be Monsters stiamo parlando di un disco che sbiadisce più che altro per il nome che sta alle spalle, per quello che ti aspetti da loro. Non sarà per tutti e l’impressione è che per godere veramente di questi 85 minuti sia necessario ascoltare più e più volte, quasi allo sfinimento, cosa che nel panorama musicale immediato e affollatissimo di questo presente solo in pochi sono disposti a fare. Ma onestamente, ai Motorpsycho non è mai interessato essere per tutti: per questo hanno la loro famiglia, un fanbase circoscritto ma fra i più solidi; per questo hanno la forza di continuare a tirare fuori dal cappello un LP dopo l’altro, un anno dopo l’altro, divorati dalla voglia di musica e proponendo dischi anche non eccelsi pur di continuare a coltivare lo spirito, magari senza l’acclamazione unanime della critica e del grande pubblico, ma che importanza ha? Se hai le orecchie ambiziose e tanta voglia di perderti dentro a The Tower c’è una canzone anche per te.

E comunque andateli a vedere anche quest’anno, che live tutto il discorso è da rifare da zero (come al solito).

Inseguendo la complessità nel buio con la volontà di non trovare mai soluzioni definitive - dal 1993. Il 50% è porsi le domande giuste, il resto trovare il modo di non rispondere. Sottosuolo, batteria, letteratura, commercio, poetry slam, Kimono Lights, Romagna Intensa, psiconauta e su tutto overthinking. For Change is what we are, my Child. A parte questo vi chiedo solo un buon groove e un amaro del capo.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi