Morphine: You’ll Never Walk Alone

Ci sono tutta una serie di combinazioni astrali, oltre a quelle fatali che hanno voluto il leader/writer/singer e bass-player sui generis Mark Sandman lasciare la vita terrena nel bel mezzo di un concerto romano nell’estate del 1999, che mettono la creatura Morphine al fianco, e non sopra o sotto, ogni altra cosa.

Innanzitutto l’epoca, il primo lustro dei Novanta, il momento della consapevolezza che la tesi tanto in voga anche nella critica musicale più radicale (“Rock iz dead”) era in realtà una cantonata colossale; quindi la sequenza di proposte musicali che hanno rotto gli schemi, facendo nuova scuola, principalmente guitar-oriented (distorsioni, feedback, il recupero del punk e dell’attitudine noise, i ritmi che tornano sostenuti, la scrittura e la composizione che di fatto cancellano dalle cartine il metal come unico concept, anche nei suoi simbolismi, alternativo al mainstream); di conseguenza il ritorno delle etichette indipendenti e delle radio indipendenti a fare da capofila, inseguite di gran corsa anche dalle cosiddette major.

Questa è la cornice, inconfutabile, e i Morphine stanno appena un centimentro fuori musicalmente parlando. Non c’è in sostanza nulla di simile a loro, un trio fondamentalmente analogico, senza neppure la chitarra, dalle strumentazioni tanto essenziali quanto vintage o per meglio dire di natura jazz. Eppure incantano l’ascoltatore underground, come si definiva allora, quello che andava per negozi o per concerti, quello che si fidava dell’amico intenditore o del Nightfly di turno che metteva i dischi, invero i brani, nelle notti di mezza estate nei migliori locali degli Stati Uniti. Basso, sax e batteria. Un incanto. Anzi, un incantesimo che in meno di due anni fa innamorare i cultori e miete ammiratori anche imprevisti e imprevedibili. Per questo anche i Morphine sono paralleli eppure complementari all’ondata rock post-Nevermind. Essenziali e imperdibili ancora oggi. A costo da far ancora provar vergogna al primo ascolto a chi li avesse preventivamente archiviati come tipologia d’ascolto fuori dai propri standard. Esistono in questi casi ancora sia il perdono che il confessionale. Nulla di cui temere.

mark-sandmanCinque album in tutto, trascurando non per qualità ma per natura live, raccolte e collezioni di b-sides. Uno dei quali postumo. Tutto in sette anni di morfina indie e alt blues, punky-sexy-jammin’ e romanticamente affogata nei groove. Micidiale. Materiale senza età, costruito sulle radici del sound urbano americano, per giovani e meno giovani, ovvero per chi ama riuscire ancora a stupirsi di cotanta bellezza fatta di pochi ricami. Nel mito resteranno il basso a due corde, maledettamente artigianale, che Mark Sandman ha fatto proprio, le strofe dedicate primariamente all’altro sesso (con gusto magistrale ma anche con colorazioni degne del miglior Ellroy letterario), e un commento pescato nel magma di YouTube che dice molto sul motivo per cui riprendere in mano (o attrezzarsi per farlo) qualunque produzione dei Morphine. Riguarda il brano “Potion”, seconda traccia di Like Swimming, ma potrebbe riferirsi a un pezzo a caso dei cinque lavori di cui sotto. Recita così (utente, tal sharpiefinepoiny): “Avevo 18 anni quando Mark Sandman è morto. Non l’ho mai visto suonare dal vivo, eppure i Morphine restano una delle mie band preferite in assoluto. Tutto iniziò in un piccolo coffee shop che vendeva anche dischi chiamato Tarantula a Tampa, quando Nick, cioè il proprietario, mi disse che aveva un nuovo cd che avrei dovuto ascoltare. Il primo brano che mise fu Potion. Lo comprai senza neppure ascoltare il resto…”.

Chissà se la differenza in quel caso specifico fu la chitarra basso primordiale di Sandman, accordato a intervalli di ottave, il sax dell’altro fuoriclasse Dana Colley o il drumming perfect-fit di Billy Conway, subentrato nel 1993 al batterista originario Jerome Dupree, entrambi percussionisti di assoluta eccellenza. Oppure l’insieme, l’amalgama, la miscela Morphine che non mette praticamente nessuna delle opere al di sotto dell’otto in pagella. Discorso incredibilmente analogo per la quasi totalità dei brani in esse contenuti. Fuori categoria, insomma. Un gruppo che è (stato) un discorso a sé. Altamente curativo nella mediocritas che attraversa i decenni. Per la storia spiccia, affidarsi a Wikipedia (english version) è più che sufficiente.

morphine-goodGood (1992) Tre anni di apprendistato, poi un’etichetta di Boston produce questo esordio che pare acerbo soltanto a posteriori. Nell’immediato illumina la Rykodisc e qualche migliaia di fini ascoltatori negli Stati Uniti. Una luce prodotto dall’ombra di un sound che è già 99% Morphine: “Good” e “The Saddest Song” aprono il lavoro e si capisce che la band è il nuovo ossimoro dell’indie. Qualcosa di nuovo che si sintetizza nel soul alternativo di “Claire” e nella morbida sfrontatezza di “Have a Lucky Day”. Sono carezze in un mondo di schiaffi rock. Il giusto contraltare alla rinascita della musica fuori dalle radio e dalle discoteche. Il primo passo verso una formula perfetta quanto totalmente personale rielaborando il blues, genere che tornerà in voga soltanto quasi vent’anni dopo negli ascolti di massa. PHOTOLYRIC: “They’ll never guess your game / Your version of success / Is different from the rest” (da “You’re the One”). 82/100

morphine-cure-for-painCure for Pain (1993) Registrato ancora tra Boston e la hometown Cambridge nel Massachusetts, rappresenta l’apice creativo di Mark Sandman per lo meno in termini di quantità e ispirazione. Non è infatti nemmeno passato un anno dalla pubblicazione di Good che i Morphine servono il bis che nel circuito underground fa il giro del mondo. Sempre un passo alla volta, con due brani che vanno dritti nella colonna sonora della pellicola indipendente Spanking the Monkey, ovvero “Sheila” (il must di ogni fan del gruppo) e “In Spite of Me”: è appunto solo l’inizio per un lavoro che fa da pietra miliare. Completo, fascinoso, ruvidamente intimo. Forse il loro punto più alto, con “Buena”, “All Wrong” e la title-track che sono il distillato ideale per curare l’anima. PHOTOLYRIC: “Candy said she’s made arrangements for me in the sand / And Candy said she wants me with her down in Candyland” (da “Candy). DISCO CHIAVE.

morphine-yesYes (1995) La prova del terzo album è un’idea che piace da impazzire ai recensori di tutto il mondo (se invece fai il botto subito, allora la gogna è per il secondo…). La risposta dei Morphine è accurata e semplice, senza uscire dal loro stilema se non per il testamento futuristico di Sandman “Gone for Good”, voce e chitarra, che chiude da sola la parabola dei nostri. Se Cure for Pain è il masterpiece, Yes è la consacrazione (e non perché Verdone se ne innamora rimpinguando il record d’incassi di Viaggi di Nozze con due pezzi ad alta velocità come “Honey White” e la folle “Super Sex”). Non un passo indietro, anzi si può affermare senza remore che si tratta dell’album più completo dei Morphine. “Scratch”, “All Your Ways, “Sharks” sono perle senza tempo, simili e mai uguali. Roba da mettere le mani nella Nutella e leccare per mesi e mesi. Le accelerazioni appunto, ma soprattutto l’ormai epico swing del basso che funge da definitivo protagonista di una storia urbana lunga 6 anni. Ma che sembra una vita. PHOTOLYRIC: “Life is very short / You don’t love me anymore / So I’m never gonna see you again / I’m never gonna write you a letter / Never gonna call you on the phone…” (da “Gone for Good). 87/100

morphine-like-swimmingLike Swimming (1997) Il quarto disco del terzetto sta un gradino sotto gli altri, ma non per presunta stanchezza. Paradosso vuole che sia il più lanciato negli anni di MTV padrona assoluta della scena. Benintesi: il grande fan non ne può percepire l’asticella che si abbassa, attestandosi in formule di maggiore ricerca nella combinazione dei suoni (con 4 strumenti in croce è mica una passeggiata…) e uscendone senza una confezione memorabile. Eppure qui dentro ci sono caramelle che si chiamano “Early to Bed” e “Murder for the Money”, la prima cadenzata e nuova quanto basta per entrare nella top ten del gruppo, la seconda animata dal fuoco e echi sorprendentemente hendrixiani. Non si tratta quindi di una sbandata, ma di una produzione di genere ben sopra la media che tende a sedersi qua e là su cliché già noti: “Wishing Well” ne è forse l’esempio più evidente, così come il secondo singolo “French Fries with Pepper” non scalda il cuore nonostante il riff di sax sia di quelli ricercati. Alla maniera Morphine. PHOTOLYRIC: “She said she’s sending me everything that I never gave her before / She said fill it up and send it back / Fill it up and send it back / So I send her back an empty box” (da Empty Box). 75/100

morphine-the-nightThe Night (2000) La resurrezione esiste. Uno dei migliori dischi postumi di sempre. Fortemente voluto dai compagni di avventura dello sfortunato Mark, così come spiegato nel retro della copertina, parte cartacea, per chi possedesse o venisse in possesso di questa rarità. Insomma, l’album era ultimato e la band ne andava fiera: erano tornati i grandi Morphine, ciò che vogliono le donne e ciò che rende adulti i ragazzi che ascoltano musica. Un lavoro nuovamente sopraffino, il vero riassunto di una carriera breve ma intensa. Come un best of di soli brani inediti, perché dentro The Night c’è tutto: le ombre, le femmine, gli odori, le canzoni che non fanno una grinza, i pezzi che i Morphine sanno scrivere e suonare. Le ballate e gli swing anni ’50 uptempo. Un album che può anche essere il punto di inizio del nuovo ascoltatore, pur rappresentando il sipario per chi ha amato questo sound: esce per DreamWorks, contiene la dolcezza del pezzo che dà il titolo al lavoro e quella di “Take Me with You”, lo stile ritmato di “Top Floor, Bottom Buzzer” e “I’m Yours, You’re Mine”, le finiture di “Souvenir” e “Slow Numbers”. Da tenere in tasca anche a 13 anni di distanza. PHOTOLYRIC: “Leave your world and join me soon / Leave your world behind / You can take the Saturn Line / In no time, no time” (da Like a Mirror). 80/100

“Non mi dà più i brividi come allora, ma resta una delle cicatrici a cui sono più legato. Mi riempiva di carica come accade alla birra man mano che la si versa dentro il boccale. Già densa e corposa, sembra che si espanda ulteriormente. Quella canzone, tra l’altro, parlava di New York” (autocit. UnoZero)

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