Moaning – Moaning

Moaning – Moaning

Eccolo il disco che non usciva da troppo tempo sulla ruota di Seattle. Poi in realtà loro, che sono in tre come i Nirvana e incidono per la Sub Pop, vengono dal sole e dalla plastica di Los Angeles, ma a noi poco interessa, perché la prima impressione è quella di una band che ha molti dei caratteri di tipicità del Seattle-sound, uniti a un vago vibe di radice Joy Division e Pere Ubu che non può non intrigare quando è così ben amalgamato. Si chiamano Moaning, e il loro omonimo album è una delle cose più interessanti che si possono trovare in giro per i dintorni del rock alternativo. 

Di solito quando si lancia un nuovo artista si parte dal suo background, dai motivi della sua poetica, da un’epifania che l’ha quasi costretto a mettere in musica i suoi sentimenti. Con questo trio possiamo invece saltare a pie’ pari l’introduzione, per provare a concentrarci sulle sensazioni che rilasciano i loro dieci brani, poiché la loro non pare una storia così particolare da dover per forza essere raccontata. Sono solo tre ragazzi che evidentemente hanno trovato una buona formula, e che hanno avuto la fortuna (e la capacità) di far finire il loro demo sulla scrivania giusta. Se poi come nel loro caso, la musica è buona, tanto meglio per noi che ci troviamo il promo nella cassetta della posta.

OK, abbiamo sparato Nirvana, grunge e Sub Pop per attirarvi fino a qui, ma le vere coordinate su cui si muovono i Moaning sono quelle che vanno dal post punk al noise rock un po’ inscatolato di certi Sonic Youth primi anni Novanta, arrivando, come più attuale termine di paragone, al suono dei DIIV, con i quali condividono una certa apatia nell’approccio vocale, senza però mostrare i segnali di autolesionismo e senza le visioni deviate di Zachary Cole Smith. Soprattutto gli manca un Kurt Cobain qualunque a urlare dietro al microfono per arrivare allo stadio successivo, ma sono già fighi così, se vi sta bene. Oddio, potrà sembrare banale come critica, però ciò che manca a Sean Solomon e compagni è la capacità di lasciarsi andare del tutto, per risultare non obliqui a tutti i costi, ma realmente veri. Anche quando le distorsioni si fanno più pesanti, come in “Misheard”, sembra sempre di stare viaggiando col limitatore di velocità acceso e con la cintura allacciata anche nel sedile posteriore, senza nessuna possibilità di sbandare. Saranno i tempi che sono che rendono più credibile il cantante che si ispira a J Mascis piuttosto che quello che ha il poster di Cobain in camera, ma davvero l’interpretazione vocale manca della scintilla in grado di elevare le pur ottime melodie. Non fai quasi caso al significato delle parole, tanto è annoiata. Che poi è la lezione principale che si può imparare da una band come i Pixies, invero il primo collegamento tra certo post punk primordiale e quanto poi trasformato a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, e di cui si sentono ancora inevitabilmente gli echi nella musica dei Moaning.

Tutto questo voler fare i difficili perché questo è un gruppo serio, che sa scrivere canzoni e sa arrangiarle, e che dispiacerebbe non vedere in alto nei cartelloni dei festival estivi dei prossimi anni. Questi ragazzi possono significare molto per qualcuno, e seppure non ci aspettiamo di riprovare le stesse sensazioni di quando abbiamo scoperto alcuni dei nomi citati, al prossimo giro pretendiamo che facciano quell’ulteriore passo che potrà avvicinarli ai mostri sacri. Dategli una chance, non c’è un pezzo debole nel loro album.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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