Memorie dal Futuro: Club to Club 2016

Appena arrivato a Torino per il Club to Club ed essendo la mia prima volta nella prima capitale d’Italia, decido di spendere qualche ora girando a piedi, così da poter dare una prima occhiata alla città. Mi avvio dal centro, memorizzo i primi nomi di strade e quartieri, e dopo un po’ mi ritrovo davanti al Lingotto. Neanche il tempo di riprendere fiato per contemplare tale pezzo di storia del Novecento italiano che i miei occhi sono catturati da un gigante d’acciaio e vetro che svetta poco più a sud, e che Google mi dice essere il nuovo grattacielo della regione Piemonte. Questa strana accoppiata mi è sembrata la perfetta sintesi dell’equilibrio di Torino tra passato e futuro, storia e modernità, una fusione che crea un’atmosfera metropolitana unica.

Di certo questo clima ha rappresentato la culla ideale per il Club to Club nel corso degli anni, e il festival ha ringraziato a modo suo Torino rendendola parte vitale dell’esperienza. Il simbolo di questa edizione sono state le tre stelle, a rappresentare i tre punti cardinali della manifestazione: la città, gli artisti, la community. E la prima stella è stata brillante proprio grazie agli splendidi scenari della Venaria Reale, del Conservatorio Giuseppe Verdi, ma soprattutto del quartiere San Salvario, vero e proprio laboratorio culturale a cielo aperto, che è stato protagonista dell’ultima giornata del festival.

Il Club to Club ha dimostrato come la parola d’ordine della sua direzione artistica sia avanguardia, in tutte le sfaccettature possibili. Negli anni passati, tra i tanti che abbiamo visto avvicendarsi sui palchi del Lingotto, ci sono stati anche Thom Yorke, Kode9, Franco Battclub-to-club-2016-02iato, Ben Frost, a riprova di una sperimentazione al di fuori dei generi e confini. Questa edizione è andata anche oltre, includendo nello stesso cartellone nomi di assoluto rilievo come quelli di Swans, Andy Stott, Autechre, e mantenendo lo sguardo attento verso le nuove frontiere dell’accelerazionismo hi-tech rappresentato da alcuni dei principali nomi della scena, se di scena si può parlare: Amnesia Scanner, Arca, il collettivo Janus, e il nostro Lorenzo Senni fresco di ingresso nella scuderia Warp.

E poi la terza stella: il pubblico. 45.000 presenze per questa edizione, numeri sempre più alti rispetto alle edizioni passate e soprattutto accessi in aumento dagli altri paesi. Segno che il Club to Club aumenta lo spessore della sua dimensione europea, e lo dimostrano anche riviste di primissimo piano che hanno dato grande risalto al festival torinese. Eventi di tale portata artistica in Europa si contano su una mano: Unsound, Sonar, Berlin Atonal, CTM, e tra questi senza dubbio possiamo includere anche Club to Club, che in concomitanza con la settimana dell’arte torinese crea una combo unica.

Dare vita a un evento musicale con una identità così forte non è impresa da poco, e riuscire a farlo crescere anno dopo anno, in Italia, lo è ancora di più (se avete letto delle ultime novità a Torino saprete il motivo). Ma è costruirlo intorno a una città facendola diventare parte integrante dell’esperienza che è il coronamento di un cammino. Il Club to Club ha tagliato tutti questi traguardi dando vita a un piccolo miracolo all’interno del panorama italiano, che sappiamo essere abbastanza desolante rispetto a quello di altri paesi europei.

Quindi cosa ci aspetterà l’anno prossimo? Troppo presto per saperlo, anche se la macchina silenziosa dell’organizzazione si è già rimessa in moto per stupire tutti ancora una volta. Nuove scommesse, nuove ambizioni, dunque massima fiducia nel loro lavoro. Non possiamo fare altro che darci appuntamento all’anno prossimo, intanto qui sotto trovare una personalissima raccolta di highlight di questa edizione.


Tim Hecker

Palco avvolto da una nuvola colorata che ricorda la copertina di Love Streams, e che si dirada solo alla fine quando il nostro sbuca fuori per salutare dopo un set onirico. Anche dal vivo si conferma un punto di riferimento per la scena ambient drone.

Arca

Ho visto qualche faccia perplessa durante il DJ set di Arca. Forse per la grande elasticità che ha dimostrato mettendo cose dall’ultimo Frank Ocean ai Deftones, da Entranas alla salsa, tanto per fare qualche esempio. O per le visuals di Jesse Kanda, che definirle fuori dagli schemi è un eufemismo. Ma non ho visto neanche una persona immobile, a dimostrazione di come il venezuelano ci sa fare.

Swans

Non ci sono più aggettivi per definirli. Quella di Michael Gira è macchina da guerra che non fa prigionieri, e che non dimostra alcuna pietà alle orecchie più sensibili. Dal vivo convince ancora di più anche The Glowing Man. Sarà questo il loro ultimo tour?

Powell

Set accorciato per qualche ritardo nella scaletta serale, ma Oscar ha convinto nonostante il poco tempo a disposizione. Un live esplosivo e se possibile ancor più frenetico rispetto all’album che è già un gran bel pugno in faccia.

Amnesia Scanner

Arrivo nella sala gialla quando hanno già iniziato, a causa di un ingorgo all’ingresso non proprio gestito nel migliore dei modi. Ma una volta dentro il duo ha ripagato l’attesa con un live tirato a lucido perfettamente fedele alla loro estetica.

Autechre

Ore 4 del mattino, Laurent Garnier ha appena finito un DJ set in cui ha fatto ballare tutti con casse in quattro quarti e drop come se piovesse. All’improvviso si fa buio totale, arriva il suono alienante degli Autechre e in un attimo il pubblico immobile viene teletrasportato in qualche angolo remoto dell’universo. Qualcuno con ancora in testa Garnier mugugna e va via, chi rimane si gode uno dei live set più belli in assoluto di questa edizione.

Andy Stott

Salire sul palco dopo gli Autechre non è facile per nessuno, ma il produttore inglese supera la sfida senza alcun problema. E ci mancherebbe, d’altronde stiamo parlando di Andy Stott: trascinante dal primo all’ultimo minuto, riarrangia le composizioni di Too Many Voices e le modella a suo piacimento con una maestria incredibile.

Daphni

Dan Snaith è un genio, è cosa buona ripeterlo. Qui con il suo moniker meno conosciuto riesce ad infiammare la saletta gialla come pochi altri e mi fa dimenticare di DJ Shadow sul main stage. Non importa perché è stato bellissimo.

Jon Hopkins

Anche stavolta standing ovation. Visto esibirsi altre volte, ma qui era la prima in versione DJ set, inutile dire come non abbia deluso le aspettative neanche in questa veste. Pubblico gasatissimo dalla prima all’ultima fila come in poche altre occasioni.

Janus

La chiusura della sala gialla è affidata al collettivo/etichetta berlinese, qui rappresentato da Kablam, M.E.S.H. e Total Freedom. Tre ore di deliri sonori dove elementi di UK bass, post industrial, ambient e quant’altro vengono fatti a pezzi e rimessi insieme. Il risultato è una delle esperienze più interessanti dell’intero Club to Club. Teneteli d’occhio perché ne sentirete parlare.

Lorenzo Senni

Ultima giornata, il festival si sposta a San Salvario e la chiusura è all’Astoria dove il nostro Lorenzo Senni sale in consolle per l’ultimo botto. E che botto ragazzi, un DJ set dove Senni sminuzza alla velocità della luce beat leggendari della trance anni novanta con il suo stile unico: prima carica l’atmosfera nell’attesa del famigerato drop, e dopo che non arriva riparte da capo. Un vero e proprio manifesto contro lo strapotere EDM, ed il set più bello e divertente di tutto il Club to Club.

Divoratore compulsivo di musica e cinema, integralista audiofilo. Ama girare il mondo alla ricerca della parte migliore di sé, parlare con gli sconosciuti, e creare playlist per qualsiasi occasione. Attenzione a non risvegliare il suo animo nerd nascosto, potrebbe essere difficile da placare.

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