Mark Lanegan – Gargoyle

Mark Lanegan – Gargoyle

Tralasciando le numerose comparsate e le joint venture con altri artisti, a volte riuscite, altre non esattamente memorabili, siamo giunti al decimo disco ascrivibile al solo Mark Lanegan. Un nome che negli anni è divenuto marchio affidabile quando si cerca del folk rock di matrice grunge, e che, al contrario di quello di altri protagonisti del periodo d’oro di Seattle, non è mai scaduto, forte di una discografia solista che effettivamente brilla ancora oggi di luce propria.

Il nuovo Gargoyle prosegue sulla strada stilistica giù battuta nel precedente Phantom Radio (2014, e nella sua appendice No Bells on Sunday, dello stesso millesimo), e trova un suo assestamento tra sintetizzatori, drum machine e richiami alla new wave inglese. Lo diciamo dal principio: questo è probabilmente il miglior album di Lanegan dai tempi di Field Songs, quindi da oltre quindici anni a questa parte. E, considerando che gli anni passano e niente può essere uguale a come è stato, osiamo sostenere che non sfigura nemmeno rispetto ai suoi migliori episodi, vale a dire il trittico che va dal disco chiave Whiskey for the Holy Ghost (1994), all’album di cover soul blues I’ll Take Care of You (1999), passando per quel Scraps at Midnight (1998) che per umori e atmosfere funeree è certamente il più accostabile al nuovo Gargoyle.

Anche chi non è mai stato un grande fan delle deviazioni elettroniche nel rock, o chi le tollera in piccole dosi, potrà apprezzare il lavoro di adattamento e di trasmissione di tali influenze new e dark wave allo stile e alla voce inconfondibile di dark Mark. Per dirla tutta, il primo impatto ci ha lasciato lo stesso effetto sorpresa e la stessa sensazione di grande intensità di Skeletron Tree, l’ultimo di Nick Cave.

All’interno di Gargoyle troviamo sia pezzi più marcatamente synth pop (segnaliamo in particolare “Beehive”, col suo ritornello “honey just gets me stoned, just gets me stoned” che fatichi a non canticchiare già al primo ascolto), sia ballate depresse come “Goodbye to Beauty” e “First Day of Winter”.

In definitiva un albo davvero diverso da quanto prodotto finora dall’artista di Ellensburg, e che almeno a livello sonoro non ha nulla a che spartire né con gli ormai lontani capitoli folk, né con Bubblegum (2004) o Blues Funeral (2012). Questo è un album….. anni Ottanta! E potrà avvicinare Mark a chi finora non ha trovato la chiave giusta per farselo amico. 

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo J Mascis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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