Mark Lanegan & Duke Garwood – With Animals

Mark Lanegan & Duke Garwood – With Animals

Cominciano a essere troppi i dischi irrinunciabili del sempreverde – sempre-tetro Mark Lanegan, e chi ne colleziona la discografia, ormai fatica a trovare spazio sulle mensole per includervi ogni sua uscita. Questo è il secondo episodio assieme al polistrumentista britannico Duke Garwood, e sposta il cursore su sonorità completamente differenti da quelle più classicamente celtiche e folk dell’esordio. Il buon Garwood ha infatti messo in piedi degli scheletri di canzoni elettroniche affinché l’ex voce degli Screaming Trees potesse, anche a distanza, probabilmente anche da casa, incidervi sopra le sue proverbiali melodie vocali. Le tracce sono dodici per 39 minuti di musica lenta e spettrale, che sembra suonata da una camera oscura, in cui a stento si intravede la sagoma del Lanegan. Uno, due, massimo tre strumenti, inclusi riverberi e sonagli. Una ricetta semplice che certo non parla di elaborazione e costrutto da chef stellati, ma di tradizioni semplici, radicate sulla materia prima, che in questo caso sono la voce inconfondibile di Mark, che riesce a dare carattere di tipicità alle basi di Garwood. Per intenderci, non siamo lontani dagli ambienti in cui nascevano i suoi migliori dischi solisti degli anni Novanta. Non certo per gli espedienti tecnici, impensabili all’epoca, quanto più per la resa, lo scenario, l’atmosfera, tornano alla mente lavori a cui ogni tanto ci piace ancora tornare come Whiskey for the Holy Ghost, Scraps at Midnight e I’ll Take Care of You che, al contrario di altra roba made in Seattle in the ’90s, si fa ancora ben volere, e che dopo quaranta secondi dall’aver digitato il tasto play, non ti penti di aver messo su. Forse è questo il vero grande successo di Lanegan. Non avrà fatto i milioni di dollari non avendo venduto i milioni di copie quando era il momento per farlo, ma la sua produzione è invecchiata davvero bene. Può risultare complicato mettere su un albo degli Alice in Chains e pretendere che quei contenuti abbiano ancora un significato nella tua vita (per non parlare di quei suoni metallonzi). Possono facilmente darti la nausea i riff di Ten o i chorus innodici di Nevermind, ma certo se senti il bisogno di un po’ di poetica grunge, gli Screaming Trees sembrano ancora qualcosa di sincero o almeno non sputtanato, e soprattutto i lavori del Lanegan solista appaiono di quella stessa maturità che infatti avevano sin dall’inizio, e che per questo non eri del tutto pronto a lodare ai tempi. Invece erano dischi avanti, nati già per chi sarebbe sopravvissuto al grunge e ai suoi idoli.

Ricordo Enrico Silvestrin che potendo ospitare la band di Lanegan in una puntata del suo programma su MTV – era il tour di Field Songs, circa 2002 quindi – al momento di intervistare il nostro, gli domanda “ti conosciamo come un autore introspettivo e misterioso, ma com’eri da ragazzino?”, e Mark che lo fulmina con una risposta del tipo: “I never was a kid”. Ecco, in quel momento penso di aver capito chi era veramente Mark Lanegan. E il suo essere ancora quello di un tempo, fedele a se stesso e al suo carattere, oltre che forte di una voce inconfondibile e immutabile, e nonostante il variare degli strumentisti che lo affiancano, non può che rassicurarti, in tempi in cui di certezze ce ne sono sempre meno.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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