Marilyn Manson – Heaven Upside Down

Marilyn Manson – Heaven Upside Down

Non ci siamo rincoglioniti, né diventando adulti siamo entrati nella temuta fase nostalgica che coinvolge e rende ricordo dorato, nel nostro caso, tutto ciò che è accaduto nel rock degli anni Novanta. Se tuttavia non vi fiderete dei giudizi di DYR per un po’ dopo aver letto il voto al nuovo disco di/dei Marilyn Manson, non potremo biasimarvi. Ebbene, lo diciamo subito, Heaven Upside Down è il suo miglior album dai tempi di Holy Wood (2000), e potrebbe riavvicinare al discutibile personaggio i molti che negli anni l’han lasciato perdere, perché non puoi certo rischiare di far salire in macchina un collega di lavoro o peggior ancora la sorella della tua nuova ragazza e farle trovare la copertina di Mechanical Animals nella tasca dello sportello. 

D’altronde come dopo un paio di stagioni ci siamo stancati di American Horror Story, lo stesso è accaduto con la parabola di Manson, che ha avuto la sua ragione di esistere fino al termine del vecchio millennio, per poi spegnersi a poco a poco, divenendo una caricatura innocua, quasi triviale, della maschera gotica che impauriva i benpensanti e di cui oggi, un pochino, sentiamo la mancanza. I cinque LP che vanno da The Golden Age of Grotesque (2003) a The Pale Emperor (2015) sono uno peggiore dell’altro, e tutti insufficienti, tanto che quando ci hanno detto che c’era un altro disco dell’ex Antichrist Superstar in uscita, la voglia di ascoltarlo era davvero poca. Anzi, avevamo deciso di soprassedere, e di non recensirlo affatto, convinti che tanto per roba simile ormai non c’è più interesse. Nemmeno se ti chiami Burzum ormai ti credono. 

Heaven Upside Down, invece, riesce innanzitutto ad azzeccare il suono. Intendiamoci, non è certo l’industrial rock dei tempi in cui c’era Trent Reznor in cabina di regia, ma la ruvidità è quella giusta. Considerando poi che si tratta di un prodotto che in teoria dovrebbe provare a intromettersi nelle programmazioni delle radio americane con almeno un paio di singoli, non è nemmeno così scontata. Anzi, se non fosse per quell’ormai inevitabile sfondo glam di alcuni brani, questo decimo albo di Brian Warner, Jeordie White e compagni potrebbe essere visto come un’operazione revival dei primi anni del loro percorso. Non c’è più quel senso di pericolosità, manca la chitarra lancinante di Daisy Berkowitz (mai perfettamente sostituita nel post-Antichrist Superstar), e mancano gli elementi campionati che rendevano cinematograficamente horror la musica, ma per quanto ripulito e nostalgico, il sound di questo LP risulta sincero agli orecchi di chi ricorda (per dirla tutta, in momenti come “Say10” e “Revelation #12” sembra di essere dentro Portrait of an American Family) . Poi sicuramente ci sarebbero da analizzare i testi – politici, anarchici, in qualche modo sentimentali – e la validità delle melodie, ma prendersela con Manson se il rock non è più quello d’un tempo sarebbe opinione troppo ingenua, perché non può esserne certo lui il salvatore. E perdonargli qualche porcheria ogni tanto – come “Jesus Crisis” per esempio – a fronte di un ritorno così ripulito concettualmente, non ci sembra un’operazione così difficile da deglutire.

Heaven Upside Down, per quanto ci riguarda, deve essere giudicato per quello che può valere rispetto alla discografia dei Marilyn Manson, e quindi per chi, anche se oggi se ne vergogna e ne ha preso le distanze, anni fa si è lasciato sedurre dal personaggio. O soprattutto per chi non rinnega almeno la bontà di Antichrist Superstar (perdonate l’ossimoro). Ecco, pur non sconvolgendo, questo album riesce nell’intento di rievocare quei ricordi. E se siete arrivati fino a qui a leggere, forse è perché sotto l’interminabile acquazzone di Imola in quel lontano 20 giugno 1999 c’eravate anche voi…

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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