Mac DeMarco – This Old Dog

Mac DeMarco – This Old Dog

Mi sono sempre chiesto fino a che punto McBriare Samuel Lanyon si sarebbe impegnato nella costruzione del suo alter-ego, Mac DeMarco.
L’idea che ci si fa dopo aver assistito a un suo concerto è quella di un giovane simpaticone che ha saputo costruire un filtro anti-negatività per la vita. Un tipo figo, che tra una schitarrata “jizz-jazz” – come egli stesso definisce il suo stile – e l’altra si diverte a fumare quantità industriali di sigarette, passione per altro ben documentata nel brano (e videoclip annesso) “Ode to Viceroy”.

L’aver assimilato questa sua immagine apparentemente poco pretenziosa, semplice e lo-fi ha reso spiazzante l’impatto con This Old Dog, come aver aperto con noncuranza un vaso di Pandora che ha riversato fuori tutti i retroscena del suo immaginario scenico.
Ed è quindi solo adesso, al terzo disco, che realizzo quanto coraggio abbia avuto Mac nell’effettuare una scelta delicatissima e rischiosa per una persona situata in una posizione come la sua: quella di esporsi intimamente al pubblico, come mai fatto prima. Certo, chiunque voglia intraprendere un percorso artistico sa che prima o poi dovrà fare i conti con un mare di emozioni tra loro ossimoriche, difficili da mettere su tela o spartito che sia, e che solo se alfabetizzate in modo corretto acquisiscono senso e struttura; ed è questo il punto, sembrava che Mac ci fosse già riuscito in “2” e “Salad Days”, suoi primi due album, in cui tutto poteva sembrare rose e fiori.
Invece no.

È riuscito a stupire tutti, e forse in primis se stesso. Ha fatto un passo indietro recuperando qualcosa che si era dimenticato per strada o che più semplicemente ha provato a camuffare, ma che ora ritorna rafforzando il suo estro artistico in vie più versatili. Se infatti in “Cooking Up Something Good”, prima traccia del primo album, ha saputo condire con salsa agrodolce la vicenda del suo rapporto controverso con il padre, tra violenze domestiche nei confronti della moglie e problemi di droga, mascherandolo con un jingle allegro e innocuo costruito in modo tale da rendere poco immediata la tematica di fondo (cosa comune un po’ a tutti i brani dell’epoca), con This Old Dog Mac rimescola le carte in tavola giocandole diversamente, facendo il suo ingresso in scena con “My Old Man, l’altra faccia della medaglia, in cui in appena 3 minuti si dichiara per chi è realmente, o meglio per chi” non vorrebbe essere (suo padre) diventando particolarmente tagliente ed esplicito, chiudendo un bel po’ di portoni interpretativi prima lasciati aperti e tagliando infine ogni volontà di permanere nel dubbio da parte di chiunque sia rimasto affascinato dall’alone di mistero e spensieratezza che contornava la sua immagine, avendo però cura di non addentrarsi troppo nella verità, per paura forse di spezzare la magia del fantomatico alter-ego.

A tal proposito nel disco sono presenti dei checkpoint decisivi che fanno da chiave di lettura per comprendere meglio il suddetto fenomeno di auto-svelamento. Tra i 13 brani totali ho deciso di elencarne 5, probabilmente i picchi dell’album:
“My Old Man”: “Oh no, looks like I’m seeing more of my old man in me”
Già citata in precedenza, l’apertura fa da corsia di decelerazione rispetto ai lavori precedenti, ovvero un’autostrada in cui la corsa era sostenuta a velocità elevate. È arrivato però il momento di rallentare e di focalizzarsi sui paesaggi vitali che scorrono fuori dal finestrino; metterli a fuoco ha la loro importanza tanto quanto importante è anche la capacità di descriverli in maniera semplice e diretta, obiettivo più che raggiunto dal nostro caro DeMarco.
“This Old Dog”: “Sometimes my love may be put on hold. Sometimes my heart may seem awful cold”
Qualcosa è venuta a galla d’un tratto, un po’ come un vecchio cane da tenere a bada. L’atteggiamento autocritico qui assunto da parte di Mac lascia presagire quale sarà l’atmosfera del resto del disco. Poco male, ha le idee chiare e le porta avanti con decisione, calore e coerenza.
“Still Beating”: “I never thought some silly songs could ever go and hurt someone. I never meant to sing my tune for anybody else out there but you”
Brano analogo per svariati motivi a “Still Together” ma diverso per altri. Là dove “Still Together” rappresentava, nel contesto del primo LP, un’eccezione intima (una romantica dedica alla sua compagna) a conferma di una regola mascherata, “Still Beating”, attingendo forse dalla stessa fonte, fa da specchio al mood predominante dell’opera. Non è più un’eccezione ora, ma il perpetuarsi di un umore particolarmente malinconico ed intimo, nonché coeso e ben uniformemente distribuito.
“One More Love Song”: ovvero un punto di svolta musicale per DeMarco, forse già parzialmente raggiunto in Salad Days con “Chamber of Reflection” e confermato nonché raffinato e solidamente piazzato con “On the Level”, il prossimo brano in elenco. Si sentono infatti vari richiami al soul, più nello specifico all’ondata di neo-soul carica di soulful feeling che recentemente spopola un po’ ovunque (con particolare riferimento, in questo caso, a Redbone di Childish Gambino).
Il cambiamento, sia lirico che musicale c’è, e si sente, e con One More Love Song ce ne rendiamo ulteriormente conto.
“On The Level”: “Boy, this could be your year. Make an old man proud of you. Forget about the tears”
Mac DeMarco ha pronunciato la sua profezia, ha raggiunto il suo obiettivo. Ha alzato l’asticella e raggiunto un livello superiore, che consiste in una presa di coscienza del proprio stato emotivo. Ma rendersene conto non basta, bisogna saper pur dargli un’etichetta, almeno per comodità.
Non è stata impresa affatto facile costruire un disco intorno a una serie di emozioni così sentitamente private, lo si percepisce nota dopo nota, parola dopo parola. La causa? Forse l’essersi trasferito a Los Angeles, il ricominciare con una nuova vita dopo aver affrontato i fantasmi del passato? O forse si tratta soltanto di una mancanza di abitudine stilistica, data l’aria che tirava nei due dischi precedenti, in cui tali sensazioni venivano abilmente circumnavigate e bypassate, così da mostrarci solo quella che era la superficie del minimondo del cantautore canadese.. Ma cosa ne è adesso del centro della Terra, rimasto inosservato ed inesplorato? Cosa ne è del cuore pulsante di una realtà così affascinante? Per scoprirlo bisogna addentrarsi in un mare di fuoco e di materia densa. Ed è così che Mac DeMarco, allo stesso modo del prof. Otto Lidenbrock nel romanzo “Viaggio al Centro della Terra”, è riuscito a decifrare un codice emotivo fino ad ora per lui rimasto inaccessibile, o meglio ancora volutamente invisibile; codice che adesso gli ha permesso di affrontare un maestoso viaggio introspettivo, di prendere appunti con estrema meticolosità e di tornare sano e salvo per cantare le sue gesta al mondo intero, portando il cantautorato moderno ad un livello superiore, più caloroso, sincero e diretto quanto basta per far breccia sul cuore di chi riesce a sintonizzarsi con il suo stato d’animo.

Classe '94, l'anno di The Mask, Il Corvo, Friends, Welcome To Sky Valley e degli anni d'oro della Britpop; tutte cose che fanno da specchio alla mia controversa personalità. Il giorno in cui sono nato è inoltre uscito il quarto album dei Darkthrone, un pilastro del black metal. Ma indovinate un po'? Il black metal non lo sopporto. Quando non ascolto musica scrivo di musica, parlo di musica o compongo musica. Insomma, il cervello se la suona e se la canta sempre.

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