Metti una sera a cena David Lynch, Kevin Shields e Gabriele D’Annunzio

Si è spesso scritto, in questi giorni, della quarantena come di una grande opportunità per recuperare tutti quei film che non abbiamo mai visto, leggere tutti quei libri che non abbiamo mai letto, ascoltare tutti quei dischi che non abbiamo mai ascoltato.
Nel corso della mia vita ho spesso, in effetti, desiderato di avere più tempo libero possibile per poter fare tutto ciò. Invece, sorprendentemente, la lontananza materiale dal mondo esterno ha prodotto nel mio cervello l’effetto contrario.
Mi è passata completamente la voglia di scoprire cose nuove; ed anche il tempo, tra lezioni online, videochiamate con amici e parenti, discussioni infinite sul Covid-19 e le sue implicazioni (col corollario del consueto appuntamento col bollettino delle 18 di Borrelli) si è rivelato meno di quel che credessi.
È così, dopo aver passato gran parte della mia esistenza nella spasmodica ricerca di novità, mi sono bloccato.
D’altronde, il primo obiettivo era di scrivere una recensione sul nuovo Caribou (bel disco, tra l’altro), mentre alla fine mi sono ritrovato a scrivere questo articolo senza senso logico.
La mia mente, annebbiata dalle ormai quotidiane deprimenti notizie, ha trovato un rifugio sicuro in tre capisaldi della mia formazione: ho rivisto Twin Peaks, ho riletto Il Piacere, ho riascoltato a palla Loveless.
E, nel delirio del momento, mi è venuto spontaneo sovrapporre questi tre capolavori fino a confonderli, fino a tracciare dei discutibili parallelismi tra le opere di Lynch, D’Annunzio e Kevin Shields.
Tre, in particolare, sono i punti che li accomunano secondo me:

1. RICICLO, RILETTURA, DECOSTRUZIONE

Il primo importante punto in comune tra queste tre opere è l’originale riciclaggio di stilemi già conosciuti, quando non addirittura abusati, che vengono riletti e smontati attraverso un processo non sempre totalmente lineare.
Partiamo da Loveless. Oggi è ampiamente riconosciuto come opus magnum dello shoegaze, ma il suo processo di realizzazione fu a dir poco travagliato. Infinite sessioni in studio, incisioni e sovraincisioni, tutto questo per ottenere un obiettivo: la distruzione della forma canzone o per meglio dire la sua decostruzione. Isn’t Anything, spesso ingiustamente dimenticato, aveva già dimostrato che si poteva andare oltre il noise pop dei pionieri Jesus and Mary Chain, verso lidi inesplorati. Aveva dato il via a tutta una scena, con Ride, Lush, Pale Saints e Slowdive che tentavano già, con alterne fortune, di raggiungere la perfezione formale di questo nuovo sound. Nessuno di questi gruppi (gli Slowdive sono gli unici che possono stargli vicini in quanto a rilevanza artistica), però, possedeva il genio dei My Bloody Valentine.
Che per raggiungere questo obiettivo, saccheggiano la storia della musica rock: le atmosfere dei Velvet underground, gli intrecci chitarristici dei Sonic Youth, il garage rock e la psichedelia di stampo sixties. E soprattutto il pop. Sì, esatto, perché Loveless non è solo il miglior disco shoegaze di sempre. È anche il miglior disco pop di sempre, perché le melodie che lo compongono sono realmente memorabili, indimenticabili. E se è vero che in alcuni casi Shields calca la mano e trasforma le canzoni in puro delirio astratto (“To Here Knows When”) è altrettanto vero che alcuni di questi pezzi riescono ad essere addirittura canticchiabili, come nel caso delle più semplici “When You Sleep” e “What You Want”. Una fortunata definizione di Scaruffi evidenzia come quelle dei MBV non sono melodie seppellite dal rumore, ma melodie che emergono dal rumore stesso, e proprio per questo emerge prepotente la loro incredibile bellezza. Loveless riconduce decenni di rumorismo al pop, e accoppia il senso melodico con le ambizioni sperimentali.

Twin Peaks compie un’operazione concettuale se possibile ancora più ardita. A David Lynch e Mark Frost è riuscita una mission impossible: quella di rileggere decine di stereotipi del piccolo schermo, dalla soap opera romantica al poliziesco, trasfigurandoli in un delirio simbolista, Con una narrazione lenta ed ipnotica. Twin Peaks, in fondo, è davvero una raccolta di trucchetti televisivi: il protagonista coraggioso e giusto, lo sceriffo rude ma generoso, la centralinista svampita, gli intrecci amorosi al limite dell’assurdo, il finale sospeso di ogni puntata per favorire la serialità del prodotto. Non è un caso che dopo la scoperta dell’assassino di Laura Palmer, la serie scivoli in qualche episodio un po’ di mestiere, con i personaggi che si muovono quasi per inerzia in questo schema. Esso serve però solamente da cornice per una vicenda sovrannaturale, allucinata, dove nulla è quello che sembra, con picchi di puro orrore come l’omicidio di Maddy, invero una delle scene più violente mai trasmesse in TV. Il segreto di Lynch è in fondo proprio questo surreale miscuglio di generi. Ricordate, ad esempio, l’adolescenziale storia d’amore tra Jeffrey e Sandy in Blue Velvet? O il discorso di lei sui pettirossi? Ci avete mai pensato che, in altre situazioni, quella scena potrebbe apparire addirittura smielata, patetica? Invece, nel contesto del film assume un carattere straniante. Twin Peaks è una soap opera mascherata da thriller sovrannaturale, o viceversa. Decidete voi.
Non sfugge a questo carattere Il Piacere, che dal miscuglio di generi riesce incredibilmente ad ottenere elementi di assoluta novità. Quando D’Annunzio si prefigura di scrivere il suo primo romanzo, la sua fascinazione per il verismo verghiano è ormai venuta meno. Avverte che il romanzo non può essere intrappolato nella narrazione del vero, nella rappresentazione critica della realtà. L’ispirazione principale arriva dalla Francia con le sue vecchie influenze (Baudelaire ed i simbolisti) e le nuove (Flaubert) che si fondono, e da qui arriva a concepire un totale ribaltamento della prospettiva: non più il protagonista che interagisce con il mondo esterno, ma il protagonista come chiave di lettura della realtà. Per farlo ricorre anche lui a trucchetti letterari abusati: il tema della donna angelica e di quella negativa e manipolatrice ; il distacco incolmabile tra la città e la campagna della provincia italiana, sempre intrisa di un’atmosfera bucolica ed arcaica. La trama stessa, pur con il corollario dello stile aulico di D’Annunzio, si sviluppa lineare fino alla conclusiva terza parte che ribalta totalmente il punto di vista del protagonista e del lettore. L’estetismo e la ricerca del bello a tutti costi per fuggire dallo squallore della vita comune appaiono solamente un capriccio di Andrea Sperelli, che in realtà si rivela un inetto degno delle opere sveviane. Aldilà del suo artificio retorico, Il Piacere è prima di tutto un tormentato romanzo d’amore. 

2. LA TRASFIGURAZIONE DELLA REALTÀ

Un’altra similitudine abbastanza evidente tra le tre opere è l’allontanamento dal piano del reale, la trasfigurazione dello stesso attraverso il sogno e l’immaginazione.
Come già accennato Twin Peaks presenza, almeno in origine, una vicenda realistica e classica di qualsiasi giallo. La scoperta di un cadavere, l’inizio delle indagini, la ricerca dell’assassino. Eppure fin da subito questo soggetto così realistico subisce un cambiamento radicale. A Twin Peaks nulla è ciò che sembra e la piccola cittadina sembra vivere indipendentemente dai suoi abitanti, in un perenne clima di follia socialmente accettata e condivisa. L’assurdo, ben rappresentato dal personaggio della Signora Ceppo (uno dei migliori della serie), è l’unico modo per giungere alla soluzione del caso. L’agente Dale Cooper smette i panni dell’investigatore razionale e si tuffa a capofitto nell’irrazionalità della situazione. Il piano della realtà viene ulteriormente eroso grazie all’importanza del sogno, che diventa un fondamentale aiuto per le indagini, laddove il buon senso suggerirebbe il contrario. L’incontro tra naturale e soprannaturale, il nano, Bob, Mike, il gigante. Tutti elementi che trovano una sublimazione perfetto nell’incredibile puntata finale, “Oltre la vita e la morte”, intrisa di simbologia e meravigliosamente aperta, con un finale che lascia spazio a qualsiasi interpretazione, a seconda della lettura che lo spettatore può dare del viaggio di Cooper attraverso la Loggia Nera, a seconda del suo grado di condivisione della follia lynchiana.
Anche Loveless è stato più volte descritto come un’esperienza onirica. Effettivamente è praticamente impossibile collegare le canzoni che lo compongono a qualcosa di tangibile. Sono fiumi di parole e suoni astratti, sfuggenti, che somigliano per l’appunto più a un sogno che non ad un’esperienza concreta. Anche i testi, oltre al sound, contribuiscono a questa sensazione. I testi di Loveless non vogliono rappresentare il reale, ma scavare nel profondo della psiche, raffigurando situazioni astratte e puramente ipotetiche. È un disco sul non amore che contiene canzoni d’amore, mai esse non arrivano a contemplare un contatto fisico, quanto più l’ipotesi, l’immaginazione di un amore mai realmente consumato. Non è un caso che “Sometimes” sia entrata a far parte della colonna sonora di Lost in Translation, altro film che meriterebbe un recupero, nella scena in cui una Tokyo notturna osservata dai finestrini di un taxi fa da sfondo ai pensieri di Scarlett Johansson. Il pensiero di un amore irrealizzabile, esattamente come in Loveless, dove apparentemente non succede nulla di concreto, eppure succede tutto.
Come avevamo già detto, ne Il Piacere il protagonista è la chiave di lettura della realtà. Con una geniale narrazione a metà tra l’onniscienza dello scrittore ed i controversi pensieri del protagonista, D’Annunzio ci catapulta direttamente nel cervello di Andrea Sperelli. Cominciamo a vedere la realtà attraverso i suoi occhi e insieme a lui ci illudiamo e ci confondiamo. Nella prima parte del romanzo Sperelli è il perfetto ritratto dell’esteta: sempre alla ricerca del bello, del divertimento, della vita attiva. Si innamora perdutamente di Elena Muti, ma si riprende abbastanza velocemente quando questa lo abbandona, proseguendo nella sua ricerca del piacere. Una sconfitta a duello lo porterà a perdere parte della fiducia in se stesso, e si ritroverà in campagna, in un’ambientazione diametralmente opposta a quella romana. E qui si innamorerà di nuovo, questa volta di Maria Ferres, donna già impegnata che non riesce a concedersi a lui nonostante ne sia attratta. La terza parte del romanzo è anche la più interessante, quella nella quale qualsiasi certezza viene distrutta. Fondamentale è il nuovo incontro con Elena, che si rivela una donna inaffidabile e promiscua, al contrario di come Sperelli l’aveva idealizzata. La dicotomia tra Elena e la pudica Maria, il peccato e la purezza già nell’assegnazione dei nomi (Elena di Troia e la Madonna sono i riferimenti), portano il protagonista a perdere completamente la testa al punto tale che egli finisce per sovrapporre e confondere le due figure. Le desidera entrambe, ma per un motivo o per l’altro non riesce ad averle. E proprio mentre sta finalmente per consumare un rapporto sessuale con Maria, questa confusione lo tradisce regalandoci un finale memorabile ed inatteso. Sperelli si rivela dunque un inetto, vittima non tanto della società quanto del suo cervello.

3. UNA DORATA INCOMPRENSIONE

La terza caratteristica che hanno in comune queste tre opere è quella di subire una specie di incomprensione, sebbene parziale. Per i fan e la critica, infatti, sono ai vertici delle loro rispettive categorie. Per questo motivo, non si può dire che esse siano totalmente incomprese, ma esiste una larga fetta di pubblico che lei sottovaluta o addirittura non le conosce proprio.
Loveless è da molti (anche da chi scrive) considerato uno dei migliori dischi di sempre, quando non addirittura il migliore. Eppure non è il prototipo del disco perfetto per eccellenza. Non ha mai raggiunto, agli occhi del pubblico generalista, lo status di eccellenza assoluta che meriterebbe. Per chi lo conosce bene è lampante come nessun disco di gruppi come Beatles o Pink Floyd, i preferiti di chi ne sa, di chi deve ricordarti ad ogni piè sospinto la superiorità della musica di ieri su quella di oggi, vale questo irripetibile capolavoro. Stesso discorso per quelli di qualsiasi altro gruppo rock storico degli anni ’70, decidete voi. Il fatto che questo disco rimanga per moltissimi un enigma irrisolto lo rende forse ancora più mistico per quelli (e non sono pochi) che sono riusciti ad entrare in connessione. E la sua influenza è visibile ancora oggi in tanta musica moderna, anche se spesso non è così facile accorgersene.
Il Piacere è invece un libro clamorosamente sottovalutato, nonostante all’epoca fece scuola e molti lo presero a modello per una via italiana al romanzo, meno narrativa e più psicologica. Forse è la figura del suo autore che si porta dietro degli stereotipi duri a morire. D’Annunzio il fascista, D’Annunzio il poeta troppo retorico, eccetera. Invece questo romanzo vale i capolavori di Svevo e Pirandello ed in un certo senso li anticipa. La storia della letteratura italiana non sarebbe stata la stessa senza questo romanzo, così come in generale la storia della cultura italiana sarebbe stata molto diversa senza D’Annunzio, come ebbero a dire altri giganti, vedi Montale, che arrivò ad affermare che dopo di lui per fare poesia bisognava per forza copiarlo o contraddirlo in pieno.
Osservando il segno indelebile che la scoperta del cadavere di Laura Palmer avvolto in un sacchetto di plastica ha lasciato persino nel pubblico generalista italiano che ha visto la serie negli anni ’90, e vedendo quanti i fanatici l’opera di Lynch abbia in giro per il mondo, definirla incompresa potrebbe sembrare un controsenso. Eppure. Viviamo in un’epoca in cui guardare le serie TV è diventata una moda, soprattutto tra le nuove generazioni. Per molti sembra quasi un obbligo mettersi a guardare qualsiasi nuova serie che viene lanciata in questo ormai saturo mercato. Sembra quasi incredibile, ma la maggior parte di queste persone non è mai arrivata a vedere Twin Peaks. Non hanno perso la più piccola minuzia, ma hanno perso un capolavoro straordinario, probabilmente la capostipite di tutte le serie TV di qualità.
Alla fine di questa lunghissima riflessione (intrepidi quelli che sono arrivati fino a qui) quello che viene spontaneo dire è che quando viviamo momenti di tensione, non c’è niente di meglio che rifugiarsi nella bellezza. Nell’attesa che tutto torni come prima, opere del genere ci offrono una via di fuga molto efficace.

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