Lucy – Self Mythology

Lucy – Self Mythology

Osservando quest’annata dalla prospettiva elettronica, la scena techno sembra essere entrata in un periodo di transizione: quei suoni oscuri e pulsanti che ci hanno accompagnato nell’ultimo lustro hanno iniziato a cedere il passo a nuove sperimentazioni, pur facendola ancora da padrone nei club di tutta Europa. Il nostro Luca Mortellaro, meglio conosciuto con lo pseudonimo Lucy e di cui abbiamo già parlato in passato, pare aver già colto la nuova tendenza e subito si è mosso verso nuovi territori: d’altronde stiamo parlando di un produttore che si è stabilito a Berlino ben prima della nuova ondata techno, fondando l’acclamata etichetta Stroboscopic Artefacts che con gli anni è diventata uno dei riferimenti del settore.

Quello di Lucy è sempre stato un percorso musicale alla continua ricerca di nuovi stimoli: nel 2011 il suo primo full lenght Wordplay for Working Bees rappresentava al meglio quella scena che da poco aveva iniziato a farsi strada fuori dai club tedeschi, ma già tre anni dopo abbiamo visto come Mortellaro era avviato a sperimentare nuove soluzioni, con sonorità più aperte e ambient friendly rispetto all’esordio. Fedele al suo continuo spirito di ricerca, nelle sue ultime interviste il produttore afferma di aver iniziato a praticare regolarmente sedute di yoga e meditazione, e confessa come queste nuove esperienze abbiano avuto una notevole influenza sul suo approccio musicale a tal punto da condurlo nuovamente in studio.

Ed eccoci quindi al terzo capitolo: Self Mythology è il prodotto finale di nuove ibridazioni che si spingono oltre i confini della techno, se ancora di quel genere si può parlare in questo disco. Fin dai primi minuti di “Baba Yaga’s Hut” (riferimento ad uno dei miti popolari più famosi dell’est Europa) veniamo proiettati in un mondo disseminato di percussioni tribali e cantilene che ci invitano a chiudere gli occhi e iniziare un nuovo viaggio introspettivo. Lucy veste i panni dello sciamano ed officia il nostro rito di iniziazione, consigliandoci di non interrompere il flusso musicale che ha costruito con cura. Non è necessaria una vasca di deprivazione sensoriale, ma chiudere gli occhi durante l’ascolto come ho fatto io sicuramente aiuta a capire meglio dove ci vuole guidare il produttore italiano.

Arrivati quasi a metà del viaggio, c’è anche spazio per qualche reminiscenza mediterranea: “A Selfless Act” può essere anche vista come un omaggio alla terra natìa dell’artista, la Sicilia. Ma la grandezza della nuova opera di Lucy non è nella sola ibridazione tribale, bensì nel modo in cui questi nuovi elementi vengono amalgamati. I pattern elettronici di Mortellaro rimangono perfettamente riconoscibili, anche se considerevolmente asciutti e rimodellati rispetto alle produzioni precedenti. Ed è su queste basi che suoni naturali come il flauto di Jon Jacobs e le percussioni tribali vengono trasformate e trasportate in un nuovo universo sintetico, creando un ambiente completamente nuovo dove potersi muovere liberamente.

Nella press release del disco tra le altre cose ho notato una interessante interpretazione dell’opera in copertina creata da Ignazio Mortellaro, fratello di Lucy e fondatore del collettivo Oblivion Artefacts: nella foto sono ritratte alcune perle ancora all’interno del proprio guscio aperto. Come queste perle, anche la musica di Lucy è il risultato di una lenta cristallizzazione di esperienza e ricordi attraverso il tempo. Secondo i Kraftwerk l’elettronica odierna non è altro che la nuova musica etnica della civiltà occidentale: in questo senso Lucy ha trovato un ideale punto di incontro tra passato e futuro, tribale e techno, aprendo le porte di un nuovo mondo tutto da esplorare.

Divoratore compulsivo di musica e cinema, integralista audiofilo. Ama girare il mondo alla ricerca della parte migliore di sé, parlare con gli sconosciuti, e creare playlist per qualsiasi occasione. Attenzione a non risvegliare il suo animo nerd nascosto, potrebbe essere difficile da placare.

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