Low – Double Negative

Low – Double Negative

Le cose più strane nel momento più strano; il disco che non ti aspetti nell’anno che non ti aspetti, fin qui parco di artisti dal marchio consolidato che si siano davvero messi in discussione. Certo, l’età fa la sua parte, si sperimenta meno, si usa ormai un proprio codice d’intesa con il proprio pubblico e rischiare non ne vale la pena (sempre che ci siano le idee).
Fa strano allora commentare la nuova confezione dei Low, band ormai da tempo archiviata nello scatolone delle “sicurezze” e adesso da spostare nel settore “curiosità”. Perché con Double Negative l’atteggiamento di chi ascolta, e soprattutto di chi aspetta, non sarà più quello del collezionista o del fan dedicato. Hanno sempre spaziato, Alan e Mimi, ma l’accettazione del moderno si compie con un clamoroso salto in avanti se è vero che lo scorso disco (Ones and Sixes, qui la nostra recensione) aveva fatto annuire ma anche intuire che una nuova giovinezza non sarebbe stata possibile. Si trattava di ulteriori ballate, sempre più pastorali, i Low adulti che avevano superato il Low-core estremo degli inizi. E sempre di ballate si tratta adesso, solo che queste le possono ballare nel loro intimo anche i nativi digitali più inquieti.

Quel che è certo è che sia cambiato l’approccio. E se dietro ci sono le tecniche di registrazione, davanti c’è un intero album di concetto, che non è necessariamente un concept. Nel Sottosopra del doppio negativo fa freddo, molto freddo. Il concetto è quindi congelare, per generare crepe e in qualche modo creare un disturbo in chi ascolta. Apre “Quorum”, e si capisce che i Low non vivono in un mondo isolato, che per ispirare le musiche del Sottosopra bisogna ascoltare la realtà di tutti i giorni. Soltanto che, appunto, una volta immersi la si può rendere parallela e densa di sfide: nel Sottosopra del doppio negativo si incontrano mostri, tanti mostri. E i Low ne disegnano musicalmente l’habitat. Forse che i mostri – e non sarebbe la prima volta – siamo proprio noi umani.

 

In questo percorso underground, il gruppo del Minnesota che fa capo a Alan Sparhawk e Mimi Parker non perde il connotato primordiale: sottrarre dall’attenzione l’incedere per nascondere l’idea che ogni canzone possa arrivare a un traguardo. I loro brani sono minuti, ma potrebbero essere ognuna mille minuti, o una vita. “Dancing and Blood” è due vite, uomo e donna. “Dancing and Fire” è l’ultimo letto. “Poor Sucker” è il lamento dello spaesato mentre non sa esattamente dove sta mettendo i piedi. “Fly e “Tempest” sono la luce fioca che ti fa notare la polvere. Fino a “Rome (Always in the Dark”) che è quando nel Sottosopra incontri Peter Gabriel. Tutto, dicono loro, partendo dal ritmo o meglio dal movimento. Che è la cadenza diventata improvvisamente e riuscitamente definitiva decadenza. Un disco stupendo perché fatto a pezzi e rimontato su una pellicola cinematografica per la quale Netflix farebbe follie. Magari ripescando a piene mani dal contest dei video amatoriali degli utenti per l’acclamata e finale “Disarray”.

“Non mi dà più i brividi come allora, ma resta una delle cicatrici a cui sono più legato. Mi riempiva di carica come accade alla birra man mano che la si versa dentro il boccale. Già densa e corposa, sembra che si espanda ulteriormente. Quella canzone, tra l’altro, parlava di New York” (autocit. UnoZero)

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