Liars – TFCF

Liars – TFCF

Potete provare a interpretarla come volete, ma la copertina del nuovo album dei Liars, TFCF, non prova nemmeno a nascondere un certo disagio. 

Il fatto è che a forza di calciare la palla sempre più lontano e di mettersi a correre per riprenderla per primo, alla fine Angus Andrew è rimasto da solo a giocare. Titoli come “Face to Face with My Face” o “Staring at Zero” lasciano immaginare la nuova condizione del visionario artista austro-americano, ormai passato allo status di one-man-band. Infatti, essendosi reso conto che lo hanno abbandonato perfino i suoi più fidati scudieri, ovvero Aaron Hemphill e Julian Gross, con cui ha condiviso i momenti più belli del percorso della band, ha deciso di tornare nella nativa Australia per comporre e registrare in solitaria l’ottavo album dei Liars. Chiaramente, non si è accasato in città come Sydney o Melbourne, sarebbe stato troppo facile e non da lui, che invece si è ritirato in qualche remota zona del bush australiano per creare un disco simile a nessuno dei precedenti (che poi è quanto è accaduto ogni volta, da quando il suo talento è a piede libero nel mondo del rock). 

Con Hemphill e Gross ha trascorso gli anni migliori, si diceva, vale a dire quelli che vanno da They Were Wrong So We Drowned (2004, all’epoca sottovalutato dalla critica generalista che aveva invece apprezzato i singoli del debutto) a WIXIW (2012), uno dei pochi album che puoi consigliare a chi, alternativo come te, cerca qualcosa alla Kid A. In mezzo, ovviamente, quel capolavoro kraut-psych che è Drum’s Not Dead (2006, anche se registrato nel 2004 in quella che un tempo era la Germania Est), immancabile in qualsiasi discoteca che voglia collezionare i migliori dischi degli anni zero.

Ma obiettivamente è da Sisterworld (2009) che Andrew non riesce ad attirare le giuste attenzioni che merita. È come se sia la critica indie e il pubblico un tempo fedele avessero sentenziato che i Liars hanno già compiuto la loro Grande Opera con Drum’s Not Dead, e che quindi non possano più incidere musica degna di essere ascoltata con devozione. D’accordo, nessuna delle uscite seguenti si è alzata a pari altezza, ma tutte hanno offerto momenti di ordinaria follia che soprattutto chi è stanco di ascoltare il solito verse-chorus-verse in 4/4 avrebbe dovuto continuare a tenere in buona considerazione. Anche perché, come detto, ad ogni occasione questa band ha evitato di ripetersi.  

Per il nuovo disco, forse perché nato da questo contesto di solitudine che la stampa specializzata ha potuto raccontare come introduzione alle recensioni, sono state spese parole che parlano di rinascita nella continuità, di affidabilità nell’imprevedibilità, di evoluzione costante nel segno dell’alta qualità. Non è esattamente nudo in sala di registrazione, ma TFCF – il titolo integrale è Theme from Crying Fountain – è indubbiamente l’album dove Andrew mostra con meno livelli di filtro il suo vero animo interiore. Le parti in cui sperimenta campionamenti della chitarra acustica, assieme ad elementi di elettronica minimalista, rendono l’idea che questo è un albo solistico, in cui gli impulsi dell’autore non sono mediati dalla performance di gruppo.

Dunque non un’opera che si può paragonare all’irripetibile Drum’s Not Dead, ma un altro capitolo di una storia che in troppi hanno smesso di seguire ingiustificatamente. Nell’ondata di nuove uscite più e meno interessanti di questa stagione, non perdetevi TFCF dei Liars, tutto qui.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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