Le Guess Who? – Utrecht, 9 – 12 Novembre 2017

Il mio migliore amico in questo freddo giovedì sera è il tè caldo che sorseggio ai piedi del campanile più alto dei Paesi Bassi, mentre una signora del posto, cento metri sopra di me, suona le campane seguendo lo spartito di una composizione di Martijn Comes.
È in questo modo bizzarro che si apre ufficialmente l’undicesima edizione del Le Guess Who?, un festival ormai sempre più apprezzato anche dai frequentatori italiani, che per quattro giorni riempie Utrecht di musica estremamente varia e non convenzionale.

Sono arrivato solo poche ore fa con un treno da Amsterdam (ci si impiega mezz’ora), ho lasciato la mia borsa all’ostello e sono uscito subito per ripercorrere le vie che quest’evento mi ha fatto riscoprire l’anno scorso, dopo dieci anni dalla mia prima visita.
Non serve molto tempo per iniziare ad amare questa cittadina: piccola, giovane (grazie alla famosa università), rilassata, bella da vedere e molto, molto attiva culturalmente. È il posto perfetto per un festival di questo tipo, con concerti sparsi un po’ ovunque: il LGW? ci fa spostare continuamente tra teatri, piccoli locali, centri culturali, chiese e, soprattutto, Lui.

Lui è Sua Maestà il TivoliVredenburg, un complesso multipiano dedicato alla musica, che ospita ben cinque sale di dimensioni piuttosto diverse: dalle ampie Ronda e Grote Zaal (un paradiso di legno e poltroncine rosse) alla piccola Pandora.
È qui che avviene la maggior parte degli eventi della manifestazione, a cominciare dai Jerusalem In My Heart e dal loro show molto potente e intenso (tra i migliori di questa edizione). Radwan Ghazi Moumneh sul palco decostruisce e violenta qualsiasi suono prodotto, mentre Charles-André Coderre “mixa” manualmente le immagini alle sue spalle con tre proiettori analogici.
Il film su pellicola è protagonista anche un’ora dopo: nel duomo cittadino gremito Grouper ci regala il suo lento torrente armonico (a volte rilassante, a volte turbolento), accompagnata dalle splendide immagini di Paul Clipson.
Chiudo la serata con i Soft Moon (bravini, ma un po’ freddi), dopo aver scarpinato per quasi due chilometri.
Durante questo festival si cammina molto, spesso sotto la solita pioggerella olandese: solo trovandosi sul posto si può capire perché a volte si preferisca lasciar perdere quell’artista che sembrava imprescindibile nei propri piani fatti al calduccio poco tempo prima.

Il secondo giorno si apre con due proiezioni: un ottimo film di Krzysztof Kieslowski, “La double vie de Veronique”, e altri “corti” di Paul Clipson.
Poi il programma musicale riprende con l’adorabile voce di Weyes Blood – supportata da una band precisa e abile nel creare una bellissima atmosfera vintage – e, soprattutto, Mount Eerie.
Si prova un certo imbarazzo nel sentire i propri occhi riempirsi di lacrime già durante il primo brano, considerando la tranquillità e la compostezza con cui Phil Elverum ci racconta le sue storie di morte, assenza e ineluttabilità. Accarezzando appena le corde della sua chitarra, tutto solo sul palco di questa chiesa silenziosissima, fa commuovere molti dei presenti suonando l’ultimo album e anche una manciata di pezzi nuovi. L’ora dei saluti arriva presto, ma abbiamo imparato che tutto, tranquillamente, nasce per finire: “it’s time”, ci avvisa lui, come annuncerebbe alla figlia che è l’ora della nanna.
È un concerto difficile da descrivere: alla fine ci si sente come al termine di un rito. Un rito in cui si piange, si soffre, si medita e si rimescolano violentemente varie cose; per poi uscirne un po’ sconvolti, provati, ma sicuramente migliori.

Le Mini Who? è l’evento collaterale che apre la giornata successiva: una miriade di brevi show di artisti minori olandesi, che per ore e ore invadono ostelli, piccoli pub, café e negozietti. Qualche nome interessante visto quest’anno: Donna Blue, Lewsberg, Moon Moon Moon e Broeder Dieleman.

Dopo un classico panino con le aringhe (che non mi faccio mai mancare quando sono da queste parti) assisto al ritorno di Mario Batkovic, già apprezzatissimo durante la scorsa edizione. A dire il vero, la sala Ronda è troppo ampia per il tipo di performance, ma la sua pazzesca abilità nel maneggiare la fisarmonica (che sembra trasformarsi davvero in organo, quartetto d’archi o synth, a seconda dei casi) rimane sempre stupefacente.
Decisamente promossi anche Kevin Morby (e gli ottimi musicisti che lo accompagnano) e i Moon Duo (un gran bel viaggio psichedelico dalle sonorità eccezionali): coinvolgere il pubblico mostrando di divertirsi sul palco è importante, e loro lo fanno alla grande.

C’è profumo di leggenda, invece, quando Pharoah Sanders entra in scena camminando a fatica. L’allievo di Sun Ra ha appena compiuto i 77, ma suona il sax con una padronanza, una potenza e un’intelligenza per nulla sbiadite dal tempo. Gli altri tre sul palco (piano, batteria e contrabbasso) sono dei fuoriclasse instancabili, che non si limitano a puntellare la fantasia del leader, ma gli costruiscono attorno una meravigliosa cattedrale di note, senza aver mai tempo di prendere fiato. Un’esibizione fenomenale, a dir poco.

Come avevo previsto, un paio di tappi forse sarebbero serviti per lo show di Ben Frost. Al LGW?, infatti, per qualche motivo tutti suonano a volumi altissimi: l’anno scorso ho visto questa sala svuotarsi lentamente durante l’inferno ambient-glitch di Tim Hecker e la stessa scena si ripropone ora.
Chi rimane, però, viene trasportato in un’altra dimensione, inebetito dalle onde sonore: i bassi corposissimi riempiono ogni spazio tra i timpani e il cervello; le distorsioni disorientano così di frequente che sembrano quasi organizzarsi in un dolce equilibrio; gli accenni di melodia diventano superflui, affogati in un turbine di rumori che si quieta solo per pochissimi minuti qua e là.
Quando tutto finisce sembra di aver appena concluso un giro sulle montagne russe: affiora un certo sollievo, ma si vorrebbe tantissimo rifare tutto da capo

I miei timpani vengono messi a dura prova anche durante l’ultimo giorno di festival, visto che passo la prima parte del pomeriggio in un capannone di periferia, dove una staffetta di artisti dà vita a un drone lungo dodici ore. Tra i momenti migliori cito il soundscape acustico di R. De Selby, l’ipnotico Roy Montgomery e gli assordanti BIG|BRAVE e thisquietarmy.

Ma in questa domenica piovosa c’è anche tempo per abbracciare la pace dei sensi, quando il canto di Julianna Barwick riempie l’antico auditorium dell’università. I suoi molteplici strati di linee vocali, accompagnati dalla sua tastiera e da un violoncello, risuonano onirici come se arrivassero da mondi lontani, portandosi dietro storie indecifrabili ma toccanti. È una di quelle esibizioni in cui si perde il senso del tempo: si vorrebbe rimanere sospesi per diverse ore in questa atmosfera di bellezza. Gli applausi finali sono lunghissimi, e sono davvero contento per quest’artista che ho visto crescere fin dal suo primo EP.

Aldous Harding, invece, mi lascia un po’ perplesso. Ho davanti un personaggio bizzarro ed enigmatico (lo si vede fin dal modo in cui si siede sul suo alto sgabello e dalla sua mimica facciale parecchio singolare), ma conosco benissimo la qualità dei suoi brani. Il problema, a mio parere, è che nei momenti più calmi (e dove i suoni si fanno più sparsi) l’attenzione e il coinvolgimento tendono un po’ a scemare. Non ci si può lamentare di una performance così intrigante (con quella voce, poi), ma sono convinto che le manchi un pizzico di estro in più per diventare qualcosa di imperdibile.

Estro che decisamente non manca a Perfume Genius, dominatore assoluto sul palco della Grote Zaal, con la sua instancabile e sensualissima frenesia. I brani dagli ultimi tre album danno vita a uno show roboante e potentissimo, che infonde una bellissima energia a tutti i presenti, spesso portati anche alle risate dalle battute di questo diavolo indomabile (che trasforma subito in sketch anche una buffa caduta sul palco).
A dire il vero c’è tempo anche per qualche momento più intimo, in cui la sua voce impeccabile viene accompagnata da un solo strumento nel silenzio assoluto della sala, e si rischia seriamente di commuoversi.

Non si può chiedere di meglio come chiusura di questo festival (anche se poi corro a sbirciare gli ultimi minuti della Sun Ra Arkestra, che suonava altrove) e già sento un po’ di nostalgia mentre mi dirigo verso l’ostello dove passerò la mia ultima notte prima di tornare a casa.
Questa manifestazione conferma di offrire una qualità e una varietà eccezionali, riuscendo ancora a mantenersi a misura d’uomo, nonostante l’affollamento percepito sia in leggero aumento.
A mio parere si tratta di un evento imperdibile, in grado sia di stupire in continuazione, sia di offrire grandi certezze. Metteteci anche la bellezza di Utrecht e delle sue tante location…
Beh? Ci vediamo qui, l’anno prossimo?

di Luca Cattaneo

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