LCD Soundsystem – American Dream

LCD Soundsystem – American Dream

Certo che ripensandoci quel mitico concerto di addio al Madison Square Garden di soli 7 anni fa oggi risulta una gran presa per i fondelli. Come forse era prevedibile, James Murphy ci ha ripensato e con ampio preavviso ha fatto trapelare che i suoi LCD Soundsystem sarebbero tornati insieme per un nuovo album.

Esce al termine dell’estate American Dream e, lo diciamo subito, è sicuramente degno di essere il caso discografico dell’anno o perlomeno, il frutto della reunion più chiacchierata. Allo stesso tempo, è bene andarci cauti con l’entusiasmo perché questo è un disco possibile e non proprio inattaccabile, che di fatto sembra pretendere che nulla sia accaduto nel mondo da This Is Happening (o meglio, da Sound of Silver, 2007), a oggi. 

Lasciando da parte la qualità innegabile di alcune delle tracce che ne presentano il tipico marchio di fabbrica (le nostre preferite sono “How Do You Sleep” e “Black Screen”, entrambe degne di figurare in un prevedibile best of, assieme alla ruffiana titletrack), il comportamento dell’artista ha assomigliato molto a quello del supereroe che, con la supposta benedizione del dio buono David Bowie, torna per rilasciare non si sa bene quale messaggio alle masse, rimaste fedeli a pregare per il suo ritorno. Gli LCD sono dunque scesi di nuovo sulla Terra come se il rock fosse rimasto lì ad aspettare esattamente queste canzoni, come la manna dal cielo in tempi di magra. Magari questo, nel lungo termine, non inficia sulla qualità finale di American Dream. Ma su qualcosa, dentro di noialtri alternativi sensibili, inficia eccome. 

Ce ne sono stati altri di casi simili negli ultimi dieci anni, e dopo qualche mese di euforia la bolla si è sgonfiata, svanendo via e lasciando anche un alone di vergogna in chi vi si era esaltato. Vengono in mente i My Bloody Valentine di MBV – anche se quel parto veniva da una vicenda ben diversa e realmente tormentata a livello artistico – o gli stessi Smashing Pumpkins, che avevano lasciato un discreto ricordo, e invece si sono dimostrati ancor più scoppiati di quanto si temesse. E capiterebbe lo stesso se si riunissero anche altre band di culto, è chiaro.

Non sarà così per Murphy che bollito non è, ma che forse non è nemmeno il dio dorato che qualche tuttologo da web che ha tropp tardi imparato a leggere Pitchfork vuole dipingere, postando su Facebook dritte come il ritorno degli LCD Soundsystem, fingendo di esserci stato quando si scioglievano o quando pubblicavano il secondo album, che chiaramente è il loro migliore, una spanna sopra ad American Dream in termini di verità, poetica, urgenza espressiva. Per la critica più snob, invece, il percorso di Murphy finisce proprio lì. Al massimo, volendo, si può parlare della produzione parzialmente riuscita di Reflektor degli Arcade Fire, anch’essa non immune da peccati.

Probabile che si tratti di antipatia (il fatto che si erano sciolti con tanta fanfara e commozione, per poi tornare insieme dopo meno di cinque anni non aiuta di certo), ma onestamente che lo stesso Fantano – opinion leader e storico entusiasta della band – la pensi in modo simile (e viceversa), conferma che è possibile reagire con distacco a questo ritorno. La virtù consiste nella moderazione, e come non bisogna esagerare con gli elogi per un albo che onestamente aggiunge poco, non può neanche passare il messaggio che American Dream si possa saltare a pie’ pari e senza rimorso. Non sarà una rivoluzione, non sarà neanche al livello di Sound of Silver, ma non è nemmeno Invicible di Michael Jackson (altrimenti noto come the king of pop). 

Quanto alla musica, oltre che di Bowie, si parla dell’influenza di gente come Suicide, Human League e New Order, le cui referenze erano in realtà già ben evidenti nei primi capitoli. Semmai c’è da annotare l’omaggio ai Cure in “I Used To”, e più in generale, agli stessi LCD Soundsystem: questi dieci brani sono perfetti per chi voleva rifornimento, e magari, dopo aver visto il dvd del concerto d’addio, rimpiangeva di non averli visti dal vivo. Piace molto “Black Screen”, la traccia più nuova del lotto, meno la doppietta iniziale, i cui testi obiettivamente… brrr. Ma che davvero? Meno bene anche “Emotional Haircut”, davvero troppo piatta, e “Change Yr Mind”, che i Talking Heads avrebbero soppresso alla nascita.

La differenza di umore si nota perché tutto sembra inevitabilmente disincantato e meno istintivo – e meno pericoloso, citando lo stesso Murphy – e anche l’approccio agli strumenti appare poco incline al colore, alla sorpresa, alla performance calda e vibrante degli esordi. Tutto procede come lo puoi prevedere, e dal principio più confortevole. Già al primo ascolto annuisci “sì, sono loro, li riconosco, qui ci si diverte, qui entra il beat, ecco che i bassi si fanno più potenti, ecco che ci si scatena”, poi però ti rendi conto che l’esperienza non è stata questo granché, perché a meno che si parli di mero intrattenimento, il pop intellettuale deve essere anche obliquo per coinvolgerti. Deve portarti fuori dalla comfort zone. Gli LCD Soundsystem provvedevano a ciò. Indicativo imperfetto.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo J Mascis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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