L’Arte di Arrangiarsi – L’Horror Italiano tra Mimesi e Prassi

 

Se ha ancora senso parlare di tratto comune di un popolo, credo che quello più distintivo per noi Italiani sia un’impareggiabile arte nell’imitare e nel rimodellare, spesso raggiungendo risultati impensabili. Se uno volesse aggiungerci radici storiche antiche potrebbe risalire sino ai Latini che, partendo da premesse greche, hanno dominato su un ben più vasto Impero. Al pari dell’Impero Romano anche il cinema horror italiano è nato da premesse straniere, si è sviluppato sino a raggiungere un’apice (con tratti ben definiti) ma, a differenza dei cittadini della Città Eterna, ha avuto un crollo così repentino da non lasciar superstiti: un’ecatombe più che una lenta invasione. Mi sono fatto un’idea -e non è così facile vista la mancanza di saggistica sull’argomento- di quali siano queste ragioni ma andiamo con ordine. 

Se l’horror è praticamente sorto col cinema (Les Chateau Hanté, 1897) come appendice pratica per testare effetti speciali funzionali alla macchina da presa, ben presto ha trovato una sua dignità, un codice e un suo pubblico crescente. Sebbene non molti ne siano a conoscenza in quel mosaico di nazionalità che compongono gli Stati Uniti, quella più numerosa e che ha avuto un maggior peso economico-politico, è quella tedesca. Proprio i tedeschi agli inizi del ‘900 svilupparono una crescente attenzione alle tematiche dell’orrore incamerandole nell’immaginario gotico-espressionista che avrà una notevole influenza anche su Hollywood. Oltre ai noti Nosferatu e Dracula, una pietra miliare è senz’ombra di dubbio Das Cabinet der Dr. Caligari

Hollywood non intuisce tutte le potenzialità del franchise pur producendo successi commerciali mondiali tra le due guerre. E Hollywood prima della fine della WWII è ancora molto lontana dall’Italia. Fu solo grazie all’intuizione di una piccola casa di produzione inglese, la Hammer Film Productions, che l’orrore divenne una faccenda seriale e sbarcò al di qua dell’Atlantico. Non solo la Hammer film produsse, nella seconda metà dei cinquanta, titoli di successo intercontinentale, ma influenzò direttamente tutto il cinema horror italiano degli esordi e segnò anche la fine della linea gotica come veicolo privilegiato del terrore.

Nel nostro Paese, dopo la fine della guerra, le condizioni erano da un lato favorevoli per un cinema di più ampio respiro e per la ricerca di nuovi mercati, ma dall’altro il clima culturale ed economico reggeva l’egemonia dell’acclamata commedia all’italiana e del neorealismo; un cinema impegnato che mal si sposava con mostri e creature infernali e mal sopportato dalla censura. Questo sottofondo culturale sarà molto importante per quegli ibridi che, a mio vedere, saranno tra le prove più riuscite dell’horror del Belpaese. 

Non a caso il primo horror italiano è imputabile a un forte oppositore del neorealismo. “I Vampiri” di Riccardo Freda è del 1957, ovvero nel bel mezzo dell’età dell’oro della Hammer. Usando un eufemismo non fu un enorme successo commerciale ma ebbe due importanti conseguenze: da quel momento si consolidò l’abitudine a tradurre all’inglese i titoli dei film e i nomi degli attori (spesso utilizzando attori stranieri) per invogliare un pubblico abituato a storcere il naso innanzi ad una produzione horror italiana. L’altra conseguenza è che fu co-diretto, sebbene non accreditato, da un nome che diventerà un gigante dell’horror: Mario Bava

La maschera del demonio del 1960 apre la grande stagione dell’horror italiano che vede in Bava, Lucio Fulci e Dario Argento le tre stelle a contendersi un firmamento di altri piccoli autori con piccoli budget. Bava è un cinefilo onnivoro e nella sua lunga carriera ha diretto anche colossal d’avventura, thriller hitchcockianifanta-horror, un sanguinolento road movie e con ogni probabilità il primo slasher della storia. E’ pragmatico sino al limite del didascalico nel presentare la formula (soprattutto agli esordi) ma si distingue già per la capacità di ibridare i generi e di dirigere gli attori con piglio autoriale. E’ ancora un cinema artigianale che, nonostante l’impennata data dal boom economico e dal consolidamento delle nuove tecnologie, si arrangia come può e cerca soluzioni visive alternative ed efficaci. In questo clima sperimentale dove la paura non si annida solo nel soprannaturale, ma anche nel quotidiano e nell’onirico,

Chi, con ogni probabilità, è rimasto folgorato dal lavoro di Bava è Lucio Fulci. Di tutt’altra formazione rispetto a Bava è forse il regista che, a mio parere, è riuscito a raggiungere i più alti momenti di lirismo horror. Siamo nei ’70 e il miglioramento tecnologico si percepisce in una maggiore fluidità d’immagine e quindi di raccordo tra scene.
Non si sevizia un Paperino del 1972 è ad oggi uno dei grandi capolavori della stagione. Mescola sapientemente giallo, sovrannaturale e orrore. Tocca temi come la poligamia, il femminismo, la pedofilia e la superstizione sfiorando la censura con una maestria impareggiabile. A oggi insieme alle opere di Ernesto De Martino, è uno dei più pittoreschi affreschi antropologici del sud d’Italia. 
Per vicinanza di atmosfere più che di topoi c’è un’altra opera di un altro maestro del cinema italiano, che non molto spesso ha fatto escursione nel territorio della paura, Pupi Avati. Il suo La casa dalle finestre che ridono  del 1976, esemplifica come un autore possa esprimere il proprio talento anche in contesti più sfumati. 
Di Fulci vanno sicuramente recuperati almeno Sette note in nero, 1977, Una lucertola con la pelle di donna, 1971 e, soprattutto, …e tu vivrai nel terrore! L’aldilà, 1981.

Durante gli stessi anni ’70 inizia la propria carriera l’altra grande stella del cinema di paura. Ciò che colpisce di Dario Argento è che, a differenza degli altri, è dedicato esclusivamente al cinema horror. E’ il figlio della cultura anglo-italiana sviluppatasi a partire dal ’60 e che essendosi ritagliata un ruolo (non solo economico) rispettabile nel panorama internazionale, può permettersi di avere figli prediletti. Altra cosa che colpisce della produzione di Argento è che per quasi vent’anni produce in sequenza pellicole horror di qualità altissima. Nonostante alcuni di questi siano invecchiati maluccio, Profondo RossoTenebre, L’uccello dalle piume di cristallo e, soprattutto, Suspiria hanno segnato l’immaginario comune molto più di quanto si creda. Un uso intelligente del sonoro e dell’accompagnamento musicale, l’attenzione a scegliere un titolo accattivante, un immaginario ben definito e di nuovo tendente al gotico (seppur nostrano), il respiro internazionale nei temi e negli ambienti, furono tutti ingredienti vincenti nella ricetta Argento. E quando le cose andavano meno bene riusciva a tirar fuori comunque opere dignitose

E poi il buio? Se con Opera dello stesso Argento mi arrogassi il diritto di dichiarar conclusa la Stagione del cinema di paura su suolo italico farei torto a pochi. Anche perché il figlio d’arte Lamberto Bava il suo l’aveva già dato due anni prima e nei ’90 si dedicherà a uno dei più terribili colpi inferti alla nostra infanzia: Fantaghirò. Di Soavi c’è da ricordare solo la terrorizzante copertina de La Chiesa che in videoteca stava sempre, in un paragone improbo, vicino a La Cosa e per aver fatto conoscere al mondo Anna Falchi nella trasposizione cinematografica di Dylan Dog, Dellamorte Dellamore. Ma allora che cosa è successo?

Il primo fattore è da ricercarsi nella genesi del cinema dell’orrore che ha dovuto farsi strada tra lo scetticismo generale riciclandosi come cinema d’evasione “straniero”. Per riempire le sale i cineasti italiani dovevano prendere pseudonimi anglofoni ed inventarsi titoli in inglese. Ciò ha potuto generare dei grandi registi che si sono cimentati in prove stilistiche di una certa rilevanza pionieristica, a cui si è aggiunto un sottobosco di autori indipendenti di cui a stento si conosce il nome. Uno di questi è senz’altro Ruggero Deodato il cui acme artistico si snoda a cavallo tra i ’70 e i primi ’80 con opere seminali quali Cannibal Holocaust e Inferno in diretta. Non sono propriamente bei film ma gettano le fondamenta che saranno alla base di parte dell’horror contemporaneo, nonché conditi da una violenza quasi mai vista prima.
Ciò ha impedito il coagularsi di una corrente in una vera e propria scena e lasciato l’eredità più all’impavido estro autoriale che a una serializzazione, come avvenuto in Inghilterra. Se “Dario Argento presenta” è l’epitome di ogni serialità negli anni ’80, proprio il riferimento a quell’unica figura è il primo imputato per l’esaurirsi della vena aurea. Argento ha continuato a dirigere film anche nei ’90 e nei 2000, ma progressivamente mostrando il limite dell’essere unico erede di una corrente in esaurimento: il non sapersi evolvere. Il cinema horror, d’un tratto, non era più una questione d’artigianato e anche il più innovativo e visionario sulla piazza non fu pronto ad accettare questo cambio radicale. Non mancavano le idee, stavano venendo a mancare i mezzi adeguati per realizzarle. E ad Hollywood il mezzo è tutto.

Infatti il secondo elemento in gioco riguarda il cambio di strategia nel seguire il modello anglo-statunitense. Tra gli ’80 e i ’90 negli Stati Uniti avvengono diverse piccole rivoluzioni che coinvolgono anche un’agonizzante industria cinematografica. Le innovazioni permesse in sede post-produttiva rendono il reparto fx un nuovo pilastro della cinematografia. Un pilastro costoso. Vengono intuite quali siano le reali potenzialità del franchise e della fidelizzazione dello spettatore; vengono dedicati opportuni spazi e tempi alla crescente domanda di orrore e si stabilizzano nuove regole per questo tipo di intrattenimento: censura ad hoc in base al tipo di prodotto (cioè se il target è quello dei teen-horror dovrà contenere un tasso di violenza adeguato ad un pubblico teenager); verosimiglianza (al bando temi onirici e scritture sconclusionate, quelli li farà Lynch); rispettare elevati canoni estetici e bassi canoni di psicologia dei personaggi; effetti speciali appariscenti e scene scioccanti con colori ipersaturi su sfondi desaturati; possono trionfare sia il bene sia il male purché la distinzione sia sempre netta; copy, paste & repeat. Per fortuna il cinema horror non è, a oggi, solo questo, ma la tendenza è stata comunque standardizzata.
Di fronte a questo tipo di serialità e con la distribuzione italiana sempre più genuflessa ai dettami provenienti da oltreoceano non c’era modo di competere. O meglio, un modo c’era: insistere sulla strada di Deodato e della destrutturazione della dinamica filmica, il ché tradotto avrebbe significato “non servono nuove idee ma nuovi modi di guardare a quelle che già abbiamo davanti”. Ciò avrebbe permesso la sopravvivenza di una forma di artigianato grandguignolesco.
Esistono eccezioni in questi vent’anni di silenzio? Molte più di quanto si immagini ma niente che lasci presagire ad un “ritorno” del genere. Da quei piccoli film che diventano un po’ meno piccoli in virtù della passione mostrata come su “Oltre il guado” di Lorenzo Bianchini, passando per chi ha scelto direttamente la Terra Promessa come Infascelli, garantendosi almeno il diritto di provarci. D’altra parte altri illustri antesignani fecero la stessa rotta: “Buio Omega” sembra quasi uscito per caso da quella filmografia.

Il passaggio da Cannibal Holocaust al mockumentary non sarebbe dovuto essere così traumatico proprio guardando alla produzione di casa nostra. E tra l’ultima prova decente di Argento e “The Blair Witch Project” ci passano giusto una decina d’anni, non è poco. Evidentemente qualcosa si è smarrito in quel passaggio. 

Una lista di film non inclusi nell’articolo che potreste recuperare: 

Operazione Paura, 1966 – Mario Bava
La Frusta e il Corpo, 1963 – Mario Bava
L’Orribile Segreto del Dr. Hichcock – Riccardo Freda
Danza Macabra, 1964 – Sergio Corbucci e Antonio Margheriti*
Demonio, 1963 – Brunello Rondi
Custodes Bestiae, 2004 – Lorenzo Bianchini
Il Profumo della Signora in Nero, 1974 – Francesco Barilli
Quella Villa accanto al Cimitero, 1981 – Lucio Fulci
Deliria, 1987 – Michele Soavi
Il Mulino delle Donne di Pietra, 1960 – Giorgio Ferroni
Cannibal Apocalypse, 1980 – Antonio Margheriti
Lo Squartatore di New York, 1982 – Lucio Fulci
Zeder, 1983 – Pupi Avati

*Di A. Margheriti è ampia la produzione horror. Più famoso per il b-movie violento che stregò Quentin Tarantino. 

Laureato in filosofia con una tesi sull'Elogio della Lentezza nel laurearsi in filosofia, passo la giovinezza su un albero, il che rendeva più che altro difficile cibarsi e comunicare. Ho usato una volta sola la macchina del tempo e son finito qui e ora. Non mi piace, preferivo prima.

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