La prima volta che ho ascoltato Aphex Twin

L’ultima volta che ho ascoltato Aphex Twin tornavo esausto da una cena di lavoro, a un’ora d’auto di distanza da casa.

Dopo tante chiacchiere, rumori, risate, volumi alti, avevo bisogno di dissociarmi, e di crearmi un involucro di protezione in cui poter essere vulnerabile. E l’automobile, a questo punto del mio percorso di vita, resta l’unico spazio in cui riesco a isolarmi, con tutti i rischi del caso. Mi aspettavano 60 minuti di decompressione prima di raggiungere il letto agognato.
Avevo nel mio borsello 3 CD: Sister dei Sonic Youth, una compilation casereccia degli Shins, e Selected Ambient Works II, ovvero l’albo con cui ho scoperto Aphex Twin. È chiaro che per il mio scopo, non potevo che scegliere il buon Richard. Non lo mettevo su da non so più quanti anni.

moog synth 2016Le sensazioni di flashback e le emozioni che il mio cuore prima e cervello poi hanno provato riascoltando quelle tracce non riesco proprio a spiegarvele, se non tentando di ricordare cosa è stato per me e molti della generazione anni Novanta l’incontro con la sua musica, e con l’elettronica in generale. Prima che il portone fosse definitivamente spalancato dall’uscita di un disco chiamato Kid A, in pochissimi potevano dire di conoscere bene Aphex Twin, e la prima volta che lo ascolti è come e forse anche più shockante della prima volta che ascolti Burial, Loveless o Spiderland.

selected ambient works IIRicordo ancora la prima volta che incontrai il suo nome: lo trovai sfogliando le pagine del catalogo di Nannucci Bologna, che un mio compagno di classe portava al liceo prendendolo in prestito dalla sorella. Era il 1995. In classe organizzavamo ordini di gruppo per risparmiare sulle spese di spedizione e avere tra le mani qualcosa che immaginavamo fosse alternativo. 

Erano gli anni in cui se volevi ascoltare un disco prima di comprarlo, potevi solo sperare che qualcuno dei tuoi amici lo avesse già o andare con molta faccia tosta al music shop della città e sperare nel buono stato d’animo dell’arrogante-negoziante (all’epoca facevano ancora i soldi e se la tiravano quasi tutti) che te ne scartava una copia per fartelo ascoltare con le cuffie dalla sua postazione CD, se vedeva in te un potenziale acquirente. 
Nel 1997, un approfondimento sulla musica elettronica, in un numero del commercialissimo Tutto Musica E Spettacolo con i Prodigy in copertina, metteva assieme con grande confusione tutti questi nomi strani che certo non trovavi facilmente su VideoMusic, se non di tarda notte. Autechre, Aphex, Einsturzende Neubauten, e più noti Nine Inch Nails, Goldie, Massive Attack,… Qualunque cosa non fosse rock convenzionale e analogico. Non comprendevi, ma eri affascinato.

Poi a fine anni Novanta sono arrivati Napster e Audiogalaxy, e anche se a velocità diverse rispetto a oggi, fummo in grado di farci un’idea. Ricordo che “Melodies from Mars” fu una delle prime tracce che scaricai dal mio PC con Windows 95 e modem 56 cacca. Ero ancora in fase grunge, e all’inizio dell’infatuazione per i signori Reznor e Keenan. Con un’infinità di rock ancora da provare, spendere 40 mila lire se non di più per un CD electro – mai scontato, sempre a prezzo pieno li mortazzi loro – era già di per sé un atto di coraggio. 

Quando qualche anno più tardi uscì Kid A e in ogni recensione si parlava del materiale ambient di Aphex Twin e del fatto che Thom Yorke si fosse invaghito della musica elettronica della Warp tanto da comprarne tutti i titoli del catalogo pubblicati fino ad allora, la sensazione che ci fosse un mondo parallelo al rock, distante dalle porcherie techno del Cocoricò di Riccione o del Red Zone di Casa del Diavolo, e tutto da scoprire, divenne conclamata certezza. 

Quella fu una clamorosa epifania. E allora via a cercare informazioni, punti cardinali, dischi imprescindibili come Incunabula o Music Has the Right to Children, e referenze nel rock di quella roba. Anche se era (e rimane) uno sfizio costoso. Drukqs, essendo un doppio, lo pagai 55 mila lire al negozio di Piazza IV Novembre di Perugia. 

Da allora ambient, techno, idm, drone, house hanno continuato a progredire in varie direzioni, lo dimostra l’assurdo mini di Lorenzo Senni pubblicato quest’anno (orgoglio italiano vero), il percorso di artisti geniali come Andy Stott o Oneohtrix Point Never, e i DJ set che in Italia con il Dissonanze prima e il Club to Club di Torino poi hanno messo assieme il meglio sulla piazza, ma mi domando se mai proverò ancora sensazioni simili a quelle della scoperta dell’elettronica (o anche del post rock strumentale, se vogliamo). Se mai ci potrà essere qualcosa di totalmente nuovo che arriva tutto d’un colpo alle nostre orecchie, già preparate e annoiate perché convinte di aver provato tutto quel che c’è da provare…

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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