La classifica dei migliori film del 2018 che non avete ancora visto (e forse non vedrete mai)

Ed eccoci anche quest’anno al franco appuntamento con la classifica dei film 2018 targata  DYR. Ormai è una classica come la Liegi-Bastogne-Liegi e\o una maratona Telethon condotta da Maria Teresa Magalli e Giancarlo Ruta. È un appuntamento talmente imperdibile che dal prossimo anno verrà trasmesso live direttamente in coda al discorso di fine anno di Mattarella, a reti unificate. Indi per cui la Redazione quest’anno ha deciso che la parola d’ordine sarà una soltanto: sobrietà. Nessun testimonial, nessuno sponsor, nessuno sugli spalti, nessun bagarino. 

Sigla.

Affermare che il 2018 sia stato un anno povero per il cinema farebbe un torto alla povertà. Appellarsi, in modo vittimistico, alla bassa qualità delle produzioni sarebbe persino pleonastico nell’anno in cui ci è scoppiato tra le mani quel petardo smicciato di nome Netflix. Sia chiaro: non ho nulla contro Netflix, che ha cercato di produrre e distribuire la sua idea di qualità, ma la sua stessa esistenza e proliferazione pone alcune obbligatorie riflessioni sul futuro della settima arte e dei suoi campioni che non è mia intenzione affrontare in questa sede. Mi limiterò a lumeggiare solo alcuni spunti:
1) Che il cinema fosse diventato avamposto per il consumismo come ethos era fuori di dubbio da almeno 30 anni, ma che non ci si sforzasse nemmeno più a trattarlo come technè non me lo sarei aspettato. Registi e produttori hanno la tendenza a trattare la materia filmica come fosse un romanzetto di Dan Brown: banale, scipito ma ben impacchettato. In questo senso Netflix (ma non solo) è la vittoria della forma formale sulla sostanza sostanziale.
2) Il cinema, ormai, non può mostrare più nulla che non sia già stato mostrato. La massiccia presenza di film tratti da storie vere (gli esempi più lampanti sono le due pellicole sulla tragedia di Utoya), stanno lì a dimostrare quanto la realtà non solo infici sulla fantasia autoriale, ma sia presa a modello unico da un’arte che sembrava fondata su ben altre premesse.
3) L’altro grande tema che sembra captare l’attenzione di molti autori è quello legato alle cosiddette minoranze. Il ruolo della donna, che sia metaforico o esibito, le discriminazioni razziali o di genere e l’orientamento sessuale, sono la pietanza principale di gran parte del progressista Occidente. A guardare certe pellicole si ha difficoltà a distinguere la noia dal senso di colpa. 
4) La produzione e distribuzione cinematografica è piagata da deficienze tali che giusto Netflix ci meritiamo. 

Ma non disperate perché è proprio nel momento della difficoltà che vi veniamo incontro. 

Ri-sigla

Siccome questo è l’anno in cui (condizionale obbligatorio) dovrebbe uscire l’album dei Tool, ho optato per una scelta di classifica radicale: ignorare i film che sicuramente avrete già visto perché sulla bocca degli stolti, per concentrarmi su autori e titoli che potrebbero non piacere al pubblico generalista. Alcuni non hanno fatto la loro comparsa nei cinema italiani per motivazioni distributive. Altri avrete la fortuna di vederli tra gennaio e febbraio grazie a noi.

Buona visione.

La classifica dei migliori film che non avete visto nel 2018

30. Eterna Domenica (La enfermedad del Domingo) di Ramon Salazar
No, non è il sogno di un hooligan di mezza estate, bensì è la storia di una figlia abbandonata che ritrova la madre e le chiede cortesemente di passare del tempo con lei. A ripensarci era meglio il sogno del tifoso.


29. Kursk di Thomas Vinterberg
Nell’estate del 2000 un sottomarino nucleare russo classe Oscar I\II  si inabissa nel mare del Nord a seguito di alcuni test missilistici falliti. Da lì inizia una battaglia politico-strategica tra la Russia e i soccorritori europei per tentare di salvare i 107 uomini a bordo. Vi tolgo la suspense: vince Putin e muoiono tutti.


28. Sorry to bother you di Boots Riley
Una irresistibile commedia sui venditori porta a porta e le strutture piramidali. Praticamente una enorme metafora sul governo gialloverde.


27. The Sisters Brothers di Jacques Audiard
Il filone new western è ben lungi dall’essersi esaurito. In questo frullato di situazioni topiche emergono elementi innovativi sia nella trama che nell’umore generale dell’opera. Ottimo cast.


26. L’Uomo nell’ombra (Vice) di Adam McKay
Ci mancava la biopic su Dick Cheney direte voi? No, ce l’abbiamo.


25. Boy Erased di Joel Edgerton + The Miseducation of Cameron Post di Desiree Akhavan
Per la serie paghi 2 e prendi 1, ecco due film, uno in versione maschia e l’altro in versione femmina, che trattando un argomento come l’omosessualità potevano essere un film unico. 


24. Leave No Trace di Debra Granik
Personalmente uno dei preferiti di quest’anno. Un veterano di guerra rientra negli US e si ritira con la figlia nei boschi vivendo di espedienti, finché la guardia forestale non li sgama


23. Werk Ohne Autor (Opera senza autore) di Florian Henckel von Donnersmarck
Le Vite degli Altri è un capolavoro senza tempo. Questa opera del regista tedesco ne è una versione al negativo (in senso metaforico) dall’altra parte del muro. Non raggiunge le stesse vette ma è un’opera politica che sottolinea come il passato ingombrante della Germania nel ‘900 sia tutt’altro che già raccontato. 


22. Museo (Folle rapina a Città del Messico) di Alonso Ruizpalacios
Avevo il dubbio se inserire quest’opera oppure American Animals di Bart Leyton, ma le motivazioni socio-antropologiche insite nell’immaginario di Ruizpalacios (ricuperatevi lo splendido Gueros) sono più cogenti. E anche il film, in generale, è molto più riuscito.


21. Hereditary di Ari Aster
Eccoci all’horror di stagione che fino ad un certo punto sembra un dramma sulla disfunzione della famiglia americana. Ci sono un paio di momenti veramente riusciti anche prima del massacro finale.


20. Dogman di Matteo Garrone
Un film italiano in classifica? Si, ma ha il titolo in inglese. 


19. Blindspotting di Carlos Lopez Estrada
In tutta franchezza non è che abbia proprio capito la trama o forse non c’è niente da capire. Un uomo in libertà vigilata assiste ad una sparatoria con la polizia minando così un’amicizia di lungo corso. Una riflessione tra la cosa giusta vs l’affettività. 


18. Utoya 22 luglio di Erik Poppe
Dovevo scegliere tra questo film e l’omologo di Paul Greengrass. Il regista norvegese decide di seguire le tracce di Gus Van Sant e del suo Elephant e lo premio per questo. Anche se alla fine devo ammettere che l’ho scelto per le Poppe.


17. Can you ever forgive me? (Copia Originale) di Marielle Heller
Non commento film con Melissa McCarthy come protagonista. Comunque merita. 


16. A Quiet Place di John Krasinski
Altro horror con l’attore John Krasinski che qui firma anche la regia. E’un frullato di situazioni topiche dell’orrore contemporaneo ma centrifugate con gusto e classe. Bello, anche se banale, il finale. 


15. Den Skyldige (The Guilty) di Gustav Moller
Thriller svedese minimalista ma molto curato nei dettagli. Un agente del servizio emergenze riceve la chiamata da una donna in pericolo. Dovrà rintracciarla rimanendo sempre seduto al suo posto. 


14. La donna elettrica di Benedikt Erlingsson
L’Islanda dev’essere un paese davvero meraviglioso ma non sopporto psicologicamente il freddo. Che c’entra questo con la trama? Nulla, ma volevo farvelo sapere.


13. BlacKkKlansman di Spike Lee
Oh, a me Spike Lee è sempre piaciuto anche quando fa musical. Per quanto sia notoria la sua fissazione sulla questione razziale riesce comunque a costruire storie avvincenti. L’ho visto due volte e anche alla seconda non mi sono annoiato.


12. Beoning (Burning) di Chang-dong Lee
In corsa per la statuetta più ambita per la Corea (del Sud ndr) e presentato a Cannes. La trama è troppo lunga per essere sintetizzata ma vi chiedo di avere tanta pazienza per i primi 90 minuti. Non è poco, ma i restanti 60′ ripagano della pazienza. Sicuro? No, per niente. 


11. Searching di Annesh Chaganty
Un classico esempio di come con le nuove tecnologie si possa costruire un intero thriller senza sfociare (troppo) nel ridicolo. Michael Goi fece una cosa simile con il suo Megan is Missing nel 2011, ma in quella pellicola ciò che non veniva mostrato era il motore interno del film. Chaganty sceglie la strada opposta, ossia mostrare il più possibile. A mio parere vince Goi perché l’orrore è maggiore quando non sai da dove arriva, ma Searching rimane comunque una prova convincente. Peccato il finale.


10. Pajaros de Verano (Birds of Passage) di Cristina Gallego e Ciro Guerra
Dopo il capolavoro “El abrazo de la serpiente” il colombiano Guerra co-dirige questo noir ambientato nella Colombia degli anni ’60, quando i cartelli della droga iniziavano a muovere i primi passi.


 09. Western di Valeska Grisebach
Può un film tedesco ambientato in Bulgaria e che parla di operai che costruiscono acquedotti essere etichettato come un Western (come il titolo suggerirebbe)? Lo è a tutti gli effetti anche se alle volte sembra Lost in Translation con i bifolchi. 


08. Shoplifters (Un affare di famiglia) di Hirokazu Koreeda
Che la società giapponese sia un coacervo di paradossi talmente macroscopici da sperare in una sua implosione può anche essere solo un desiderio personale; di certo questo film non mi ha fatto cambiare idea. 


07. The Favourite (La Favorita) di Yorgos Lanthimos
Se Lanthimos dirigesse un cinegiornale per sordomuti lungo due settimane, lo metterei comunque in classifica.


 06. Roma di Alfonso Cuaròn
Affermare che sia un detrattore di Cuaròn è persino eufemistico, ma in questa penetrante discesa nella sua giovinezza finalmente si intravede il cuore. Dai Alfonso che ci sei quasi. 


05. Loveless di Andrey Zvyagintsev
A Zvyagintsev invece il cuore manca del tutto. Questo è un glaciale ritratto della famiglia russa contemporanea con una scena talmente scioccante dal punto di vista umano da farmi rabbrividire a distanze di mesi.


04. Hold the Dark di Jeremy Saulnier
Amo Saulnier anche quando dirige per Netflix. Lo adoro persino quando fa un film in tono minore dove molto è lasciato all’interpretazione. Mi piace inoltre in questa veste imperfetta, un po’ stiracchiata nella trama e nel fluire delle situazioni. 


 
03. Tre Manifesti a Ebbing (Three Billboards outside Ebbing, Missouri) di Martin McDonaugh
Film dell’anno. Nessuno come McDonaugh riesce a cambiare registro con così tanta efficacia all’interno di una stessa scena. Applausi. 


02. The Endless di Aaron Moorhead e Justin Benson
Forse il film sulle sette di mansoniana memoria che più ha stimolato la mia immaginazione. Benson e Moorhead fanno film sbilenchi e particolari, con un immaginario che è tutt’altro che derivativo. 


 01. L’albero dei frutti selvatici (The Wild Pear Tree) di Nuri Bilge Ceylan 
Nuri Bilge Ceylan è forse il più grande regista europeo vivente. Perlomeno da quando Bela Tarr si è ritirato dalle scene. Dopo “C’era una volta in Anatolia” e “Wintersleep” un altro capolavoro. 

 

Arrivederci al prossimo anno!

Laureato in filosofia con una tesi sull’Elogio della Lentezza nel laurearsi in filosofia, passo la giovinezza su un albero, il che rendeva più che altro difficile cibarsi e comunicare. Ho usato una volta sola la macchina del tempo e son finito qui e ora. Non mi piace, preferivo prima.

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