Kuedo – Slow Knife

Kuedo – Slow Knife

Domanda semplice ma non banale: come affrontare un nuovo album di Kuedo? La questione si rivela particolarmente complessa se pensiamo che può essere approcciata sia dal piano dell’ascoltatore che da quello dell’artista, quel Jamie Teasdale che molti di voi ricorderanno anche per il progetto Vex’d. Ma non voglio appesantirvi inutilmente già dall’incipit, quindi andiamo con ordine.

Partiamo dalle origini, o quasi, di Kuedo: tappa obbligata per poter parlarne è per forza di cose il suo album d’esordio Severant, che piacque tantissimo a noi come a tanti altri nel lontano 2011. Era un disco che chiudeva idealmente il periodo dubstep, ma che della stessa dubstep non aveva poi molti elementi: l’alchimia futuristica di suoni annoverava ingredienti di stampo footwork e synth che richiamavano a quella nostalgia 80s tanto in voga anche oggi. Miscela quanto mai perfetta, che è stata la fortuna del produttore inglese e forse anche la sua dannazione negli anni a seguire, passati alla ricerca di una nuova formula non così semplice da trovare quando ti ritrovi sulle spalle un esordio del genere.

Ecco allora spiegata la domanda iniziale, almeno dal punto di vista dell’artista: quale dovrebbe essere il passo successivo di Teasdale? Continuare a battere il sentiero di Severant sarebbe stato troppo facile e così il produttore inglese ha pensato bene di provare nuovi elementi a partire da Assertion of a Surrounding Presence, EP che nel 2015 ha segnato il ritorno di Kuedo dopo ben quattro anni di silenzio. In quelle sette tracce si avvertivano già delle novità rispetto alla formula originaria grazie anche alla collaborazione di Roly Porter, altra metà del duo Vex’d, ed il tutto ha contribuito ad avviare la temibile macchina dell’hype per il nuovo full lenght.

Ed ancora ci tocca tornare di nuovo su quella noiosa questione iniziale, ma prometto che è l’ultima volta: per l’ascoltatore qual è il modo migliore di approcciare questo Slow Knife senza essere deluso da aspettative troppo alte? Inutile girarci intorno, il parallelo con Severant è inevitabile, ma non deve essere quello il nodo principale per addentrarsi nella nuova opera di Kuedo. Piuttosto cerchiamo di capire dove vuole andare a parare questo nuovo capitolo, impresa tutt’altro che facile come vedremo. E altro aspetto da non sottovalutare, teniamo a mente che sono passati cinque anni, che sono un po’ un’eternità quando si parla di elettronica.

Prima di tutto Slow Knife è fedele al suo nome: è come se un coltello avesse tagliato a metà l’album, tracciando una linea netta tra il lato A e quello B. La prima faccia del disco è senza dubbio quella che risulterà più familiare agli affezionati di Kuedo, e che mi sono ritrovato ad apprezzare di più avanzando con gli ascolti: ci sono quei synth crepuscolari che se ti piacciono non sono mai abbastanza, c’è qualche richiamo dubstep che per un attimo ti rimanda indietro nel tempo ai gloriosi fasti, c’è quello scenario futuristico ed a tratti oscuro che ti ammalia. Teasdale qui si focalizza sulla creazione di ambientazioni affascinanti dove poter mettere al centro melodie ricercate e per niente banali. Emblema di tutta questa ricerca è “In Your Sleep”, che racchiude al meglio quanto c’è di buono in questo primo lato dell’album.

I problemi purtroppo arrivano quando si gira il disco dall’altro lato, in cui il nostro amico Jamie spazza via tutto quello che ha costruito finora. Dimenticatevi del Kuedo che conoscete, qui si riparte da zero con nuove esplorazioni più orientate all’ambient pur cercando di conservare quel mood tipico del progetto. Non è che Teasdale ha voluto fare il verso al compagno Roly Porter, che proprio quest’anno ci ha regalato un disco notevole con queste sonorità? Intenzioni encomiabili se così fosse, ma i risultati sono ben diversi. Porter si è dimostrato un maestro nella costruzione metodica del crescendo spaziale, mentre qui la sensazione è di essere davanti a tracce che si muovono inconcludenti in uno scacchiere troppo vasto e su cui difficilmente si avrà la voglia di tornare. Sparse in questo caos sono avvertibili anche reminiscenze dell’opera di Mica Levi nella magistrale colonna sonora di Under the Skin (film che avete visto tutti, vero?), ma non sto qui a sottolineare come il risultato è di gran lunga diverso.

Dispiace dover ammettere che Slow Knife rappresenta un mezzo passo falso per Kuedo, principalmente a causa del tentativo di reinventarsi in una declinazione ambient che sembra non calzare al meglio, o che è stata approcciata in maniera sbagliata. Tuttavia i problemi di questo disco risiedono nella sola seconda parte, mentre la prima rimane più che valida e con alcuni momenti che possono annoverarsi anche tra i migliori del progetto di Jamie Teasdale. Vedremo quali direzioni prenderà Kuedo in futuro, e quale delle due anime di questo disco verrà portata avanti a discapito dell’altra. Intanto prepariamoci ad un probabile ritorno di Vex’d nel 2017: la curiosità di vedere cosa potranno tirar fuori dopo quasi dieci anni è tanta, contando che la dubstep è in letargo da un pezzo e Burial è chiuso in casa con Dark Souls da quando è uscito Rival Dealer. Aspettiamo fiduciosi.

Divoratore compulsivo di musica e cinema, integralista audiofilo. Ama girare il mondo alla ricerca della parte migliore di sé, parlare con gli sconosciuti, e creare playlist per qualsiasi occasione. Attenzione a non risvegliare il suo animo nerd nascosto, potrebbe essere difficile da placare.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi