Kali Malone – The Sacrificial Code

Kali Malone – The Sacrificial Code

Possiamo concordare sul fatto che dallo strumento chitarra elettrica si è da tempo tirato fuori tutto quel che si poteva, che di pianisti con buona tecnica ce ne sono stati davvero pochi nel rock degli ultimi trent’anni, e che dopo aver ascoltato i lavori di Eli Kezler e Andrea Belfi, anche le sperimentazioni sulla batteria sono a buon punto. Non ci si aspettava tuttavia di trovarsi a scernere il significato di un triplo album di solo organo a canne, quello suonato dalla stoccolmese Kali Malone in The Sacrificial Code (e in precedenza nel suo percorso discografico, ora da riscoprire). 

Il primo ascolto dalle cassettine del DELL portatile in nostra dotazione non solo non è andato a buon fine, ma ci ha perfino infastiditi. Ripetitivo, incomprensibilmente statico, monotono. Una palla colossale, apparentemente. Ci sono voluti venti giorni di break e la prova di ascolto in guida notturna – con le vibrazioni dell’impianto che facevano traballare le già insicure plastiche interne di una vecchia Ford – per cadere ipnotizzati dai micromovimenti della Malone sulle tastiere e i pedali del pipe organ. Il suo album è stato registrato in tre momenti e città differenti, con il terzo disco che offre una performance dal vivo presso una chiesa di Goteborg, e ci sembra il perfetto accompagnamento per chi sceglie di depurare la propria mente dalle scorie accumulate negli ultimi tempi, per rilanciarsi asciutto e rinfrescato col nuovo decennio all’orizzonte. 

Ecco, The Sacrificial Code sembra rivolto a noi che andiamo alla ricerca della scomposizione in essenza degli elementi di cui abbiamo goduto ascoltando musica rock prima e ambient poi, negli anni, prima che questi generi finissero per non sorprenderci più. A noi che siamo divenuti insensibili e ammorbati. Arrivando al suo minimo comune denominatore, Kali produce un drone solo apparentemente privo di colori e sfumature, che si risolve invece in un’esperienza auditiva che ti porta a riflettere nel profondo, laddove non riesci più ad arrivare facilmente, pure con la musica elettronica o post-qualche cosa. Ascoltare per intero almeno uno dei tre CD trasforma l’azione in una terapia cui ti sottometti volontariamente, come quando accendi un inalatore termale deputato a liberarti le vie respiratorie, e ti stacchi in qualche modo dalla realtà circostante. Un codice sacrificale, per l’appunto, che devi eventualmente compiere in solitudine, andando oltre i ricordi della chiesa parrocchiale dove magari era il sacrestano a suonare l’organo, per ricavarne nuovo benessere.

Un disco senza dubbio molto impegnativo, ma dedicato a chi ogni tanto, smarritosi senza rendersene conto, si ritrova a ricercare se stesso. 

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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