Jon Hopkins @ Circolo Magnolia, Segrate 30/06/2018

E quindi, cinque anni andati senza combinare granché. Il minimo che possa fare a questo punto è ricominciare da qualche parte.

Ma che cazzo, come fanno a essere già le nove e mezza? Spero che non ci sia una volante appostata in maniera strategica sulla strada, soprattutto dopo averne presa una da 120 euro. E dai, come si fa ad andare a 50 all’ora su una provinciale? Per fortuna ora non c’è più traffico. Sto arrivando, Jon.

La prima volta da solo dopo tanti anni. Non è il massimo dell’esperienza ma devo avere fiducia, anche perché non ho una lista di alternative da tirare fuori dal nulla. E comunque, ridendo e scherzando, libero da ogni vincolo personale mi ritrovo a poche file dalle transenne. Che faccio… sto qua? Ma sì, proviamoci, intanto che George Fitzgerald e i suoi strumentisti terminano il loro set. Gradevole, ma manca quella spinta esistenziale dalle budella. Ecco bravi, fuori tutti a smontare e rimontare le apparecchiature… ma eccolo lì! Jon, con la maglietta bianca, sulla (nostra) sinistra del palco. Qualcuno più vicino prova a salutarlo, ma è ancora contrattualmente obbligato a ignorarli. Poco male, è questione di minuti.

Una singola linea verde piatta sullo schermo. Arriva la nota iniziale di “Singularity”. Con calma, Jon. Prendiamoci tutto il tempo necessario (parlo al plurale perché ovviamente avendolo dritto davanti a me ho già stabilito la connessione mentale). Ce ne vuole di energia per far partire un motore grande come l’universo. Arriva il mantra melodico, allungato apposta per l’occasione, arriva il breakdown ma non è abbastanza: un po’ di pazienza e… BOOM! Eccole, le scosse telluriche nelle costole. Ci siamo. Non dimenticate di allacciare le cinture e reggervi all’apposito sostegno.

Le linee impazziscono, si moltiplicano, prendono velocità fino al momento in cui devono arrestarsi di colpo, seguendo lo schema scientifico di pause, crescendo e climax orchestrato da Jon. Pochi secondi e si sente il pianoforte e il pubblico si gasa, perché la riconosciamo subito. Il buildup di “Emerald Rush” verso il drop liberatorio è un respiro collettivo, un’unione di menti e la rottura delle catene intorno al corpo: il nerd impacciato che non riesce a star fermo, l’headbanging selvaggio da dolori mattutini… almeno, davanti a me. Troppo occupato per notare se lo stesso avveniva anche dietro. Ma se Jon dà di matto con la drum machine, vuol dire che è tutto ok.

Senza un attimo di sosta entriamo nel trip di “Neon Pattern Drum”, con visual riprese dal tempio mentale infinito di 10,000 Days, e ormai abbiamo capito cosa ci attende dopo. Ma c’è un problema, Jon: alza il volume. Arriva l’intermezzo… no, non ci siamo, non vengo liquefatto dalle onde sonore. Ma te ne sei accorto? …cosa? Se so dove si compra l’ecstasy? Ma com’è che c’è sempre il drogato di turno a farmi domande del genere? Cristo santo, cosa si sbatte a fare Jon a creare opere audio psichedeliche se poi ti devi comunque calare qualcosa? Non vedi che sto cercando di farmi travolgere dai decibel per raggiungere un livello superiore di coscienza?

Un po’ deludente “Everything Connected” per i motivi appena esposti, ma una defaillance ci può stare, basta riprendersi… e poi tu fai partire quel beat, quei maledetti synth rimbalzanti che mandano in tilt il cervello, mi mostri il ragazzo sullo skateboard e i flashback mi stordiscono. Spazi ampi e vuoti, alti edifici futuristici, viaggi notturni in treno, lunghi capelli castani. Il me di esattamente cinque anni fa compie un salto quantistico per coincidere con la mia attuale posizione spazio-temporale. Sono contemporaneamente in due luoghi e momenti diversi.

 

Primo drop: si formano le crepe nella ragione (e finalmente arrivano i volumi). Secondo drop: le inibizioni fisiche spariscono. Terzo drop: tutti i meccanismi mentali di difesa vanno in corto circuito. È il delirio intorno a me. Un groviglio animalesco di salti, urla e sudore. Signori, questa è quella che si definisce un’esperienza trascendentale. Sì, poi tu ci piazzi pure “Collider” a seguire, ma ormai siamo in pilota automatico. La saturazione dei sensi è raggiunta.

Ok Jon, se vuoi continuare devi concedere una tregua: un altro banger e passiamo dal misticismo all’omicidio. Ecco, con “Luminous Beings” posso provare a muovere quel paio di stelle che vedo sopra di noi, ma non prometto nulla. Però il magone non me lo dovevi far venire: la pagherai questa. E adesso? …wow, abbassiamo i bpm? Lo sai che effetto fa, vero? Non ti basta ciò che hai già causato? …ho capito, vuoi sganciare l’atomica prima di concludere. Una danza tribale da Saturno presa in prestito dai Fuck Buttons che più avanti scopro essere il remix di “Magnets” dei Disclosure. Hai ragione Jon, dovremmo approfondire anche quelli… no Jon, non puoi far suonare due ritmi diversi contemporaneamente, ci hai già… aaaah, lasciamo perdere. È inutile.

Cosa vuoi che ti dica mentre t’inchini di fronte a noi? Che in un’ora mi hai dato ciò che artisti acclamati in tutto il mondo non sono riusciti a trasmettermi in due ore e passa? Che hai dato senso a una serata altrimenti priva? Che sei un’ispirazione per la ricostruzione della mia vita? Che dopo cinque anni sei ancora qui, immutato in un contesto in cui è cambiato tutto contro la mia volontà? …forse sarà meglio trovare i soldi per Aphex Twin al Club To Club, così vedrò infine chi è il migliore.

…prova prova, funziona? Ehm… mi chiamo Manuel e non sono bravo a presentarmi. Mi piace scrivere e non prendermi troppo sul serio. In genere sono telegrafico, ma non chiedetemi un’opinione su Tim Hecker o Neon Genesis Evangelion o temo finirà con una denuncia per stalking.

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