Jeff Tweedy – WARM

Jeff Tweedy – WARM

Un professionista serio, prima di mettersi a scrivere di un nuovo disco, ne legge il comunicato stampa e ne studia la genesi, ricercando interviste e commentari aggiornati sull’artista. Riascolta l’albo appena precedente, e quello prima ancora. Studia l’evoluzione della strumentazione, della poetica, e le vicissitudini personali del vocalist, se non anche dei musicisti solisti che lo accompagnano. Tutto per inquadrare al meglio il nuovo parto.

Nel caso specifico, noi non siamo né professionisti né persone particolarmente serie, ma conosciamo Jeff Tweedy sufficientemente bene da poter cestinare il comunicato che presenta WARM (che brutto il maiuscolo caro Jeff), e passare dritti alle canzoni, perché anche a fronte di qualche anticipazione caricata su YouTube, sappiamo esattamente cosa aspettarci. La differenza fra questo pugno di nuove tracce, e quelle pubblicate a nome Tweedy nel doppio Sukierae (2014), o anche in Schmilco (2016) dei Wilco, per non citarne altri, non è percepibile. La voce la riconosci, il songwriting è quello, le fonti di ispirazione pure (Bob Dylan, Neil Young, Big Star, Beatles dell’ultimo periodo, Grateful Dead acustici), la registrazione potresti dire essere datata circa 1999 (Summerteeth), anche se in realtà è di pochi mesi fa. E soprattutto, l’effetto che fa su di te è sempre lo stesso. Non è un dejà-vu, è solo una sensazione confidenziale, di piena conoscenza del musicista e di quello che può comunicare con la sua performance. È il solito bel disco di Jeff, il rifornimento che il fan è contento di ricevere a scadenza più o meno regolare. O è ancora del muffo dad rock per disintossicati che hanno messo su famiglia e vanno in giro in Golf. Alla batteria ci sono il figlio e Glenn Kotche, e ciò non aiuta di certo l’effetto sorpresa. Anzi, semmai ti viene da chiedere perché questo deve essere un disco a nome Jeff Tweedy, e non a nome Wilco, anche perché la Martin 00-DB che strimpella è la stessa di sempre. E la risposta probabilmente risiede in Let’s Go (So We Can Get Back), ovvero il libro che accompagna l’uscita di WARM, anche se poi scopri che è l’esatto opposto: è l’album che fa da spalla al libro. È quello che Jeff vorrebbe venderci in realtà.

I pezzi sono mediamente brevi, ma come accade da Star Wars (2015), Tweedy riesce ad esprimersi benissimo e a comprimere introduzioni, versi, ritornelli, middle 8, assoli e pure qualche coda strumentale in composizioni che scorrono via veloci e che in un baleno ti portano alla coda del disco. Questa è la bontà di WARM, come degli ultimi due lavori dei Wilco. Facilità di beva. Poco impegno. E sei subito pronto a passare al prossimo momento della giornata. Quaranta minuti sono volati.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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