Japandroids – Near to the Wild Heart of Life

Japandroids – Near to the Wild Heart of Life

Eccolo qui il disco rock che è mancato nell’annata appena conclusa. Esce a gennaio ed è composto di sole 8 canzoni, esattamente come Blackstar di David Bowie, album dell’anno 2016, e come Celebration Rock, lo straordinario precedente capitolo del duo di Vancouver, che avevamo osato accostare a classici garage e hardcore come Zen Arcade e Source Tags and Codes. Si chiama Near to the Wild Heart of Life e rilascia le stesse sensazioni di freschezza e genuinità college rock, con cinque anni in più di vita vissuta in tour (sono 40 i paesi dove i Japandroids hanno suonato tra il 2012 e il 2013), in Messico dove sono state registrate alcune delle tracce, e nelle varie province del Canada dove i ragazzi si sono spostati per metterne a punto gli ultimi dettagli. Il risultato, lo intendete dal voto finale, è eccezionale: siamo dalle parti del capolavoro, almeno in termini di poetica e concept dietro a un progetto rock. Quella di Brian King e David Prowse è musica che fa bene allo spirito adolescenziale che è rimasto dentro di noi che con il rock siamo cresciuti e che il rock non abbiamo mai del tutto abbandonato, anche quando le cause di forza maggiore ci hanno allontanato dall’ascoltare musica ad alto volume. E quante cose possono cambiare in cinque anni…

In tempi in cui un disco si consuma e si cestina alla velocità del download, i Japandroids hanno scelto di pensare la tracklist per i due lati di un vinile, oggetto amarcord per eccellenza (ok, anche la musicassetta non è da meno), perfetto per veicolare i sentimenti che ritrovi nel loro suono, curato anche stavolta da Jesse Gander (che aveva registrato pure Post-Nothing e Celebration Rock).   

La formula è la stessa e non è la stessa. Se il microfono e i filtri delle voci sono inequivocabilmente i medesimi, così come lo stile innodico e corale delle melodie, gli arrangiamenti appaiono più pieni e ricercati. Ci sono ancora i graffi abrasivi e il flanger delle chitarre, che tuttavia sono spesso accese modalità elettroacustica, per dare maggiore ritmo alla composizione, come in “North East South West” e in “Midnight to Morning”, entrambe fortemente riconducibili all’esperienza dei migliori Trail of Dead. 

C’è poi “Arc of Bar”, coi suoi sette minuti e mezzo in cui non sai bene cosa stai ascoltando. Inizia con la chitarra che sembra un sintetizzatore, o col sintetizzatore che sembra una chitarra, che lascia spazio a un ritmo che non capisci se va ballato o no. È il pezzo meno decifrabile a primo impatto, perché pur non essendo qualcosa di particolarmente nuovo, stacca con il resto dei Japandroids. Più classici invece brani al limite del commovente come “True Love and a Free Life of Free Will” e “I’m Sorry (For Not Finding You Sooner)”. È quando ascolti con attenzione canzoni “still-life affirming” come queste due che capisci che non è vero che “l’artista deve essere tormentato e deve soffrire per produrre roba buona”. 

“In a Body Like a Grave” è un’altra marcetta innodica, come forse solo loro adesso sanno fare, e che chiude in modo prevedibilmente elevato un disco che serviva come il pane al popolo rock.

Le copertine e l’immaginario iconografico che accompagna i loro album sembrano voler indicare che quella dei Japandroids sia una saga, da seguire capitolo per capitolo, un po’ come accadeva per un altro duo che ha segnato indelebilmente il rock del primo decennio del nuovo secolo, ovvero i White Stripes. Se i nostri scriveranno la loro “Seven Nation Army”, avranno garantito un tavolo al bar degli dei del rock. Se non la scriveranno, un tavolo in un bel bar di Vancouver è forse anche meglio.

 

 

 

 

 

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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