James Blake – The Colour in Anything

James Blake – The Colour in  Anything

Come scrollarti di dosso l’immagine di sad boy che ti è stata cucita addosso negli anni? Infilarsi nell’ultimo disco di Beyoncé o nel villone di Kanye West può servire, ma collaborare con Bon Iver ammazza sul nascere ogni buon proposito. James Blake e il barbuto dei boschi americani più indie li avevamo già visti insieme (v. “Fall Creek Boys Choir“) ma leggere di una collaborazione un po’ più stretta tra quei due allegroni separati alla nascita non può che farti immaginare un risultato finale pieno di “uuuuhuuuuhuuu”. Poi lo metti su, questo The Colour in Anything, e alle orecchie t’arriva subito lui: “uuuuhuuuuhuuu”. Lì per lì la cosa ti strappa un sorriso, ma poi noti come “Radio Silence” sia davvero troppo bella per poterci fare dell’ironia. Insomma, non è il caso di fantasticare in maniera fuorviante sul titolo del nuovo disco di James Blake creandosi aspettative troppo distanti dalla realtà. Proviamo a capire cosa può esserci dietro davvero, allora.

Quando si parla di musica tendiamo ad associare il colore all’estate, alla gioia, al benessere, a un approccio giocoso persino nella malinconia. Questo perché immaginiamo subito tinte chiare e brillanti, con i toni scuri che sono molto specifici di alcune correnti e le gradazioni di grigio che invece, più che un colore, ne rappresentano quasi sempre l’assenza. “Un pezzo grigio”, nel nostro linguaggio, significa che la canzone non dice nulla, che è piatta, materia inerte. Difficilmente prendiamo in considerazione sfumature meno sature, troppo vicine alla realtà per essere accettate in musica, la nostra via di fuga preferita. The Colour in Anything si conclude con questa frase: “music can’t be everything”; mentre per James, che la musica la crea, questa frase assume nel suo contesto un significato molto preciso, noi possiamo prenderla come un invito ad osservare il suo lavoro sotto un’altra luce – letteralmente, essendo la principale responsabile della nostra percezione del colore. Nella pratica, piccoli mutamenti di atteggiamento riescono a fare una grande differenza nel come ci si rapporta agli altri. I Tame Impala in una delle canzoni dell’anno 2015 cantavano “they say people never change but that’s bullshit, they do […] another version of myself I think I’ve found at last”, ma dalle parti di chi scrive si usa anche dire che “chi nasce tondo non può morire quadrato”. Le due cose sono conciliabili e dovrebbe saperlo bene chiunque sia passato attraverso un processo di evoluzione personale importante. Questa è un’altra versione di James Blake, non è Justin Timberlake in fase “Can’t Stop the Feeling”, e le canzoni di The Colour in Anything restano Blake al 100% anche quando create sotto l’insolita guida di Frank Ocean. “Two Men Down” e “Always” non sprizzano certo gioia da tutti i pori, ma da lui certe aperture non le avevamo ancora sentite, non ci sarà dentro il sole di Screamadelica ma si respira. Si tratta di uno step di maturità emotiva importante, James non avverte la necessità di interpretare la parte del tristone a tutti i costi pur di restare nel personaggio. A 27 anni d’età lui ne è pienamente consapevole, altri non sono stati in grado di realizzarlo neanche dopo 25 di carriera.

Parlando di canzoni, James stavolta mette tanta di quella carne al fuoco che ci sarebbe solo da approfondirle singolarmente. Già, fare quella cosa che ormai non facciamo più, preferendo perder tempo a lamentarci di come l’annata rock 2016 sia stata finora poco soddisfacente, con i Tool che non pubblicano nulla da dieci anni e i Radiohead che sono gli unici big rimastici. Facendoci un’analisi di coscienza, con Blackstar siamo andati in overthinking solo dopo la morte di David, altrimenti la pigrizia avrebbe preso il sopravvento anche in quel caso. Mentre Overgrown era compatto e intenso qui invece si tratta di ben diciassette canzoni col focus sui rapporti interpersonali, con tanti volti che si affacciano tra le righe dei testi, da moltiplicare per il numero di persone che li leggeranno. Ci sono tutte le nostre storie dentro, raccontate in maniera minimale ed ermetica: dal contatto intimo dipinto con la fugacità e la delicatezza delle onde che si infrangono sulla riva e si ritirano solo per poter tornare ancora (“Waves Know Shores”) alle attività che creano dipendenza e alienazione. Esplicitando questo ultimo spunto, “Put That Away and Talk to Me” viene fuori dall’aver leggermente esagerato con la marijuana, ma mentre uno normale ne avrebbe cavato qualche battuta divertente sulla situazione Blake ha invece colto l’opportunità per sottolineare come ci si sente nel perdere la percezione della realtà a causa di un’attività che intontisce e addormenta i sensi. E questo non è valido solo nel caso specifico della sostanza usata, bensì per qualunque cosa che ripetiamo e ripetiamo e ripetiamo cercando di insabbiare i problemi reali. Nel momento in cui ti accorgi di questa perdita di sensibilità, con quella sensazione di nebbia mentale, ti ribelli e prendi provvedimenti: “I won’t know haze anymore”. Per ogni canzone abbiamo molteplici potenziali storie. Soprattutto, abbiamo un cantautore che è a tutti gli effetti uno di noi.

Se invece volessimo soffermarci soltanto sull’aspetto musicale potremmo benissimo limitarci a fare il compitino di identificazione dei riferimenti, sottolineando i richiami agli Eurythmics e i synth che si srotolano come facevano nel disco d’esordio, per poi valutare il tutto troppo lungo e impegnativo per essere riascoltato. The Colour in Anything non è infatti il prodotto giusto per un’audience che ha sempre più fretta e sempre meno tempo da spendere in sequenze di canzoni. La differenza che passa tra un disco doppio pieno di riempitivi e queste diciassette canzoni è la stessa che c’è tra il voler apparire fighi e il semplice parlare finché si ha qualcosa da dire. Andare in profondità in questo caso non è opzionale, ma ognuno è libero di scegliere da che parte stare.

Webmaster, blogger e ghostwriter. Si dice che abbia una compilation con dentro ogni buona canzone mai scritta. L'immagine della perfezione è la Via Lattea su una foresta di aghifoglie. Se ha un suono ha anche un colore, e questo vale anche per l'acqua. Com'è evidente, ha sempre parlato per enigmi. Low e Loveless in blu come dischi della vita.

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