JAGUWAR – Ringthing

JAGUWAR – Ringthing

Negli ultimi anni si è parlato tanto di rinascita o revival dello shoegaze, che sono due concetti completamente diversi. Una cosa è ripetere, un’altra ricreare. C’è un oceano di band underground – tra l’altro per nulla centrato su America ed Europa – che dai meandri di Souncloud e Bandcamp rilascia EP rumorosi più o meno appetibili: il problema è sempre riuscire a distinguersi rispetto al sound che la grande trinità MBV-Slowdive-Ride ha inciso nella pietra eterna del wall of sound. Coi JAGUWAR, trio noise pop di Berlino, siamo di fronte ad una di queste eccezioni. Ringthing è il loro album di debutto dopo due EP senza nome, e se dovessi rappresentarlo in tre parole direi: piccola gemma urlante.

Volete dei nomi? Shields è scontato, ma aggiungo The Pains of Being Pure at Heart, No Joy, A Sunny Day in Glasgow. Be Forest non perché ci assomiglino, ma perché se vi piacciono questo è il disco per voi. Astenersi diabetici perché qui rischiate l’infarto, già dalla copertina. Ma nella scolastica aderenza ai principi del genere, a controbilanciare le melodie quasi appiccicose ci sono muri di suono ruvidissimi e atmosfere sognanti senza contorni, sostenuti dalle parti batteristiche tremendamente efficienti e uptempo di Chris Krenkel; le canzoni sono in continuo movimento, cambiano rapidamente per non fossilizzarsi mai nell’orecchio, scongiurando il pericolo noia; una varietà a cui contribuisce anche l’alternarsi tra le voci della bassista Oyèmi e del chitarrista Lemmy, affogate sì nel riverbero ma ancora intellegibili rispetto alle ondate di rumore – caratteristica che sottolinea ancor più, se possibile, la natura pop del disco.

Ringthing è coerente, omogeneo, rapido, anche stratificato, perché magari non ci si fa subito caso, ma le sfumature sonore da cogliere anche nella canzone apparentemente più semplice sono molte – dal classico entra ed esci della chitarra acustica sulle basi distorte fino a una serie di suoni che capire da dov’è che sono usciti fuori è impossibile. L’unica cosa che gli manca per raggiungere l’eccellenza è un po’ più di coraggio… perché anche se due delle canzoni più belle del disco come “Crystal” e “Whales” sono saggiamente poste oltre il confine della prima metà, ci sono momenti che, comunque, risultano un po’ stucchevoli all’ascoltatore di shoegaze navigato. Ma l’ago della bilancia pende nettamente dalla parte del successo: è presto per dirlo con assoluta certezza, ma quando sarà il momento di tirare le somme per i migliori dischi shoegaze dell’annata sono sicuro che sentiremo nominare di nuovo i JAGUWAR.

Godetevi Ringthing, io mi sto già immaginando cosa potrebbero fare questi tre signori, dopo…

Inseguendo la complessità nel buio con la volontà di non trovare mai soluzioni definitive – dal 1993. Il 50% è porsi le domande giuste, il resto trovare il modo di non rispondere. Sottosuolo, batteria, letteratura, commercio, poetry slam, Kimono Lights, Romagna Intensa, psiconauta e su tutto overthinking. For Change is what we are, my Child. A parte questo vi chiedo solo un buon groove e un amaro del capo.

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