Jack White – Acoustic Recordings 1998-2016

Jack White – Acoustic Recordings 1998-2016

La grandezza di Jack è quella di essere un autentico guitar hero, senza la posa e la pretenziosità di esserlo a tutti i costi. O quantomeno, lo è in una dimensione puramente indie, casereccia, scazzata rispetto al mondo e apparentemente sincera, almeno fino al termine dell’avventura coi White Stripes, e in misura diversa anche nei vari progetti paralleli e principali che si sono intersecati negli anni. Non è una bestemmia sostenere che sia stato per il nuovo millennio tanto importante quanto i miti del rock degli anni Sessanta e Settanta (scegliete voi l’icona preferita).

Non ha mai, proprio mai sbagliato il sound dei suoi dischi, neanche quando l’ha reso più convenzionale (Get Behind Me Satan, 2005) o borghese (l’esordio solista). E questa raccolta, che il suono lo spoglia e riduce all’osso, sta semmai a testimoniare la bontà del songwriting, delle melodie e dell’essenza della poetica di White. Quando i White Stripes sono emersi dal sottosuolo indie di Detroit, sono stati inseriti nell’ondata di nuove band americane dei primi anni Duemila assieme a Strokes, Interpol e Black Rebel Motorcycle Club. È stato un bel periodo a ripensarci, nonostante l’evidente incongruenza di costringere in un’unica inquadratura formazioni che aspiravano alla new wave, al garage rock e perfino alla psichedelia. Ma il bello è che pur trovandoli leggeri di peso rispetto a quanto vissuto fino a pochi anni prima col grunge e il crossover californiano – che avevano riempito i cuori degli appassionati di musica negli anni Novanta, prima della rivoluzione culturale di Internet e della conseguente (ri)scoperta di tanti reali capolavori del rock indipendente americano di quegli anni – sentivi il bisogno di provare queste nuove sensazioni, così fresche e viscerali, seppure apparentemente ed erroneamente considerate più semplicistiche a confronto con le emozioni che avevano dato i campioni di incassi di Seattle e di Los Angeles. Il partito dei White Stripes, almeno in Italia, non è mai stato numeroso. In era Elephant (2003), il disco di maggior successo commerciale, erano in pochissimi ad aspettarli sotto il palco, il giorno del Flippaut festival di Bologna (giugno 2003), dove si esibirono dopo dei giovanissimi Kills e prima di Queens of the Stone Age e Audioslave. Al contrario, il primo concerto degli Strokes in Italia nel 2002, durato appena 35 minuti, costava già trenta euro, quasi un euro a canzone, e fu subito sold out. 

Insomma, nonostante “Seven Nation Army”, Bridget Jones, i bisticci con i Black Keys e l’aura mistica che negli anni ha sempre di più circondato questo personaggio così fuori dal tempo, almeno in Italia la musica di Jack White non ha mai veramente sfondato. I Racounters non se li è filati nessuno, i Dead Weather – pur forti di una Alison Mosshart in forma smagliante – hanno raccolto consensi di critica solo con l’esordio. Per questo una raccolta che spazia in ordine cronologico dagli albori dei White Stripes al più recente percorso solistico, non può che risultare utile per ripercorrere, anche nella memoria se li si è vissuti, i vari passaggi della discografia del buon Jack. Facile preferire il primo disco, che contiene flashback da dischi pazzeschi come De Stijl (2000) e White Blood Cells (2001), ma altrettanto interessante notare come pezzi più arrangiati come quelli del periodo Blunderbuss (2012) diventino più salubri in questa veste più spoglia (seppur non basica come quella puramente acustica della prima metà di Acoustic Recordings 1998-2016).

C’è anche l’inedito “City Lights”, il primo dei White Stripes dal 2008, disperso o scartato in era Get Behind Me Satan e registrato per la prima volta per questa compilation che contiene in tutto 26 canzoni fra singoli ben noti, b-side, rarità e remix. Si segnalano in particolare anche il brano prodotto da Beck, “Honey, We  Can’t Afford To Look This Cheap” pubblicato in origine come lato B dell’ultimo singolo dei White Stripes del 2007 “Conquest”, “Never Far Away” (registrata nel 2003 per il film Cold Mountain dello stesso anno, con Renée Zellweger), e “Love Is the Truth” (scritta per “What Goes Around”, la campagna di Coca-Cola del 2006). 

Acoustic Recordings 1998-2016, edita ovviamente dalla Third Man Records, è una raccolta di sola sostanza che vale la pena mettere nella lista della spesa e regalarsi in tempo per il Santo Natale. Le compilation, se proprio devono esistere, devono essere realizzate così. 

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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