Italian Report N.1 – 2017

Questi primi mesi del 2017 sono stati incredibilmente ricchi sul fronte della musica italiana, con moltissimi nomi di primo piano della nostra scena indipendente che hanno programmato nuovi album nello stesso periodo. Nelle scorse settimane abbiamo già avuto modo di dedicare ampio spazio alle ultime uscite di Baustelle e Fast Animals And Slow Kids, ma in realtà c’è ancora molto altro da raccontare… 

Paolo Benvegnù – H3+
Nell’intraprendere questo nuovo viaggio attraverso il proprio (micro) cosmo interiore, Paolo Benvegnù ha deciso di partire dalla particella di idrogeno (H3+) considerata dagli scienziati il punto di partenza della vita. Un albo raffinato ed introspettivo, suonato in modo impeccabile, che ci mostra ancora una volta un artista nel pieno della propria maturità. Il limite più vistoso, purtroppo ricorrente nella discografia dell’ex leader degli Scisma, è che – tra tanti pezzi di alto livello – sembrano mancare quei 2-3 singoli destinati a divenire classici istantanei e scolpirsi nella mente dell’ascoltatore, così da essere ricordati anche a distanza di tempo. E non è poco.
VOTO 68/100


Brunori S.a.s.- A casa tutto Bene
Dario Brunori si ripresenta col suo lavoro più cupo e riflessivo. Il suo è un disco sincero, con un pugno di canzoni decisamente sopra la media, tra cui spiccano le iniziali “La verità” – non a caso proposta come singolo – e “L’uomo nero”, che paga almeno in parte l’impostazione classica e l’assenza di spunti musicali in grado di spiazzare anche l’ascoltatore più esigente (colpisce nel segno giusto il refrain anni ’80 di “Lamezia-Milano”), nonchè la pressochè totale assenza di quell’ironia di fondo che fino ad oggi aveva permesso a questo cantautore oramai sdoganato anche tra il pubblico generalista di trattare con leggerezza anche i temi più drammatici. Ancora bravo, ma per una volta un po’ troppo convenzionale.
VOTO 70/100


Cosmetic – CORE
Gli alfieri dello shoegaze italiano tornano con nove brani inediti, trenta minuti di musica che rappresentanto a tutti gli effetti una summa del loro stile. Un LP estremamente orecchiabile, nel quale i Cosmetic ripropongono tutto quel repertorio sonoro che ci hanno abituato ad ascoltare nel corso della loro ormai lunga carriera, tra ritmiche incalzanti e chitarre che si rincorrono, ma al quale sembra mancare qualcosa per poter lasciare davvero il segno. Un autentico peccato, perchè la giusta maturità e le potenzialità per tirare fuori un capolavoro – quantomeno rispetto agli standard del nostro Paese – ci sarebbero tutti.
VOTO 65/100


Edda – Graziosa Utopia
È stata un’autentica fortuna aver recuperato un artista fuori dagli schemi e dal talento cristallino come Edda Rampoldi, ex frontman dei Ritmo Tribale, caduto in un vortice di autodistruzione quando era all’apice del successo e miracolosamente riemerso nel corso di questi ultimi anni. Graziosa utopia è il tomo che segna il definitivo abbandono di quello schema intimista che aveva segnato le prime fasi del “nuovo corso” in favore di un rock (per fortuna) ancora poco convenzionale, ma decisamente più rumoroso, il tutto mantenendo una forma di scrittura molto personale, che costituisce a tutti gli effetti il marchio di fabbrica di questo cantastorie di culto. “Benedicimi” e “Signora” sono tra i migliori singoli pubblicati in questo primo scorcio di anno.
VOTO 70/100


Fine Before You Came – Il numero sette
La notizia è che i FBYC sono riusciti ad incalanare la propria rabbia, l’hanno addomesticata e plasmata per arrivare a realizzare qualcosa di completamente diverso da quello cui ci avevano abituati. Il numero sette è infatti il loro album di gran lunga più rallentato e suggestivo, pur mantenendo una marcata irrequietezza di fondo. L’apprezzabile risultato finale, che probabilmente finirà col dividere i fan della prima ora, venendo criticato dagli amanti delle sfuriate hardcore degli esordi più integralisti, può essere accostato – con le dovute proporzioni – a certo post rock atmosferico dei GYBE! e ci consegna una band in piena evoluzione e con un futuro tutto da scrivere. 
VOTO 74/100


Umberto Maria Giardini – Futuro Proximo
Passano gli anni, si susseguono le pubblicazioni, ma Umberto Maria Giardini, fu Moltheni, rimane sempre fedele a se stesso. Un artista dallo stile inconfondibile, con una vena poetica molto peculiare e indubbie capacità come musicista ed arrangiatore, in grado ogni volta di dar vita – anche grazie agli ottimi collaboratori che lo circondano – a canzoni dalla struttura assai complessa. Tutte cose che ritroviamo nell’iniziale “Avanguardia”, brano dalla struttura prog, con pianoforte in evidenza e una bellissima chitarra elettrica a disegnarci sopra fino ad un sorprendente finale quasi “noise”, e negli archi e nelle ritmiche cadenzate di “Dimenticare il tempo”, mentre la toccante ballata “Mea Culpa”, nella sua semplicità, rappresenta il vertice emotivo di un lavoro ancora una volta di alto livello.
VOTO 72/100


Gomma – Toska
L’esordio al fulmicotone di questo giovanissimo combo proveniente da Caserta è stato uno dei dischi italiani più chiacchierati degli ultimi mesi. Merito della grande energia mostrata sui palchi di mezzo stivale e di uno stile che – a dispetto dell’età e di qualche inevitabile ingenuità di fondo – lascia trasparire una personalità fuori dal comune e una invidiabile chiarezza di idee, tra ritmiche dispari, dissonanze tipiche di certo math rock statunitense e giri di basso che non dispiacerebbero a Simon Gallup. A rendere il tutto più saporito, le storie di ordinaria quotidianità raccontate dalla appena diciottenne frontman Ilaria, ora gridate, ora declamate con piglio rabbioso. Il futuro è qui.
VOTO 70/100


Le Luci Della Centrale Elettrica – Terra
Pasticciato, confuso, fuori fuoco: riuscire a portare a termine l’ultima fatica di Vasco Brondi è stata una piccola impresa. Nel tentativo di prendere le distanze da quell’immaginario che fin dagli esordi ha fortemente caratterizzato la sua proposta, fino ad imprigionarla negli ormai noti cliquè (il mondo grigio, drogato e squallido delle periferie), questo artista sembra aver perso del tutto l’ispirazione e la retta via. Terra è un disco che – aldilà del discreto singolo “A forma di fulmine” – è semplicemente brutto, tra improbabili incursioni nella world music (“Nel profondo Veneto”), ballate inutilmente melense (“Waltz degli scafisti”, “Chackra”) e testi davvero poco ricercati, sia dal punto di vista lessicale che dei contenuti. Involuto.
VOTO 40/100


Giorgio Poi – Fa niente
Ultimo nome emerso dal sempre prolifico sottobosco dei cantautori italiani indipendenti, Giorgio Poi, al secolo Giorgio Poti, non è in realtà un esordiente assoluto, visto che cinque anni fa era già riuscito a far parlare di sè come frontman e leader dei Vadoinmessico, quintetto di stanza a Londra capace di coniugare delicate melodie pop ad una certa psichedelia soffusa, di indubbia classe. “Niente di strano” e “Tubature” i vertici assoluti di un lavoro interessante ed al passo coi tempi, in cui questo artista di talento – portando avanti il discorso iniziato con band di provenienza – fa ancora una volta propria la lezione di Tame Impala e Real Estate, riuscendo – novità assoluta – a coniugarla con testi che lo avvicinano ai mostri sacri della nostra canzone d’autore.
VOTO 72/100


Spartiti – Servizio D’Ordine
EP che rappresenta la prosecuzione del sodalizio artistico tra Max Collini (già anima degli Offlaga Disco Pax) e Jukka Reverberi (Giardini di Mirò). Cinque nuovi brani per poco più di 30 minuti di musica, in cui questi due artisti portano avanti il discorso iniziato lo scorso anno con Austerità (2016), album accolto in maniera decisamente positiva sia dai fan che dalla critica specializzata. Basi post rock prevalentemente elettroniche che si sposano alla perfezione con le storie mai banali raccontate da Collini, tra lotta partigiana, curiosi episodi di vita vissuta e la consueta ironia.
VOTO 67/100

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