Interpol State of Mind

È stato un processo spontaneo, improvvisato ma efficace, fatalmente inevitabile dopo un altro nuovo album degli Interpol. Ho affrontato liquidamente la faccenda ed è stato un attimo, come trovarsi un faro sugli occhi nel dormiveglia: in sequenza, una in fila all’altra, “Untitled” che apre Turn On the Bright Lights e “It Probably Matters” che chiude l’ultimo nato Marauder.

Il faro su di cui sopra rende l’idea non perché l’effetto sia per forza devastante, ma perché ti costringe a dare la definitiva sveglia ai neuroni cerebrali pur dovendo (o volendo) tenere gli occhi chiusi e ben serrati. E arrivare al dunque proprio mentre ricordi che per esempio questa band – impossibile in fondo da odiare – può aver fatto parte della colonna sonora del tuo matrimonio, o aver dato un senso all’ennesimo libro a ridosso di un esame universitario, o ancora fatto da sfondo ai primi tentativi di gioco solidale con quel coso strano che dicono essere tuo figlio.

Gli Interpol sono sempre stati un po’ un concetto, mai Paul Banks – Daniel Kessler – Sam Fogarino – Carlos Dengler sommati insieme, neppure quando Carlos ha preso e se n’è andato, additato dai fan più oltranzisti di colpe che neanche Yoko Ono. Per chi scrive il loro concetto musicale è un debutto giusto al momento giusto, risposta ideale all’atteggiamento modaiolo con il quale New York veniva proposta al mondo del nuovo rock attraverso gli Strokes di Is This It. Siamo a inizio secolo, sapevi adesso che potevi far ascoltare questo disco a (quasi) tutti con successo. Non per sentirti figo, ma per sentirti bravo. Ve lo garantisco, andavate abbastanza sul sicuro.

Sempre per chi scrive, gli Interpol sono il concerto all’Alcatraz di Milano che ha messo in un unico bollitore “NYC”, “PDA”, le “Obstacle” con la graffiante espressività raggiunta dal secondo album. E non ho voglia di tornare su quelle canzoni perché mi vengono ancora i brividi. E ve lo garantisco, non ero più un ragazzino e non ho mai vestito né posseduto una loro t-shirt. Gli Interpol non si mostravano, si tenevano in tasca per essere poi tirati fuori nelle necessità di un mondo che tendenzialmente scappa dal Novecento e dal rock.

Ma dannazione… scrivo e vedi che mi sono perso? Sì, ma è vero. Sono arrivato in fondo tre volte al nuovo album degli Interpol. Fino a quella canzone lì. Un coretto perché ci deve essere, i Beach Boys non muoiono mai, i Beatles neanche e in fondo ci sta bene così. Mi sono fidato, un po’ pure affidato. “È un disco analogico, per tornare alle radici”, ho letto in un’intervista. Ci ho creduto, e non sono deluso. Impotente è la parola giusta. Eppure ho provato a eccitarmi con “The Rover” e “Mountain Child”, anche solo per tornare ai sussulti migliori di Our Love to Admire. Più e più volte, anche solo per poco, eppure niente.

Assumo un bicchier d’acqua, che non è necessariamente un male. Mi sovviene Banks e il suo primo vinile acquistato, dice Vivid dei Living Colour. Il mio secondo è stato Time’s Up, credo di poter dire di aver vinto, Reid e Skillings in quel disco si superano. Il mio primo invece non lo ricordo perché ho sempre avuto chi li comprava per me, come per esempio Marquee Moon dei Television. Con gli Interpol ho solo provato a rivivere la bella storia di un altro. Ma ve lo garantisco, brutta non è mai stata.

"Non mi dà più i brividi come allora, ma resta una delle cicatrici a cui sono più legato. Mi riempiva di carica come accade alla birra man mano che la si versa dentro il boccale. Già densa e corposa, sembra che si espanda ulteriormente. Quella canzone, tra l’altro, parlava di New York" (autocit. UnoZero)

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