I dischi della quarantena, vol. 3

Terza puntata de i dischi della quarantena, stavolta incentrata principalmente su nuove uscite che potreste voler rintracciare, e di cui difficilmente troverete recensioni sulle maggiori testate nazionali. Vedremo se nelle prossime settimane saremo riforniti di ulteriore nuova musica, forse già influenzata dal terribile periodo che stiamo vivendo, che a quanto pare saremo costretti a subire ancora per molto, non solo fisicamente restando chiusi nelle nostre abitazioni per la maggior parte del tempo, ma anche e soprattutto a livello psicologico, visto che fin quando non si troverà un vaccino, continueremo ad essere “accidents waiting to happen”. E la definiscono nuova normalità…

Mono No Aware – Implosion (2020, Hic Sunt Leones). Michele Poloniato è uno dei nostri. È stato utente attivo negli anni d’oro del 3rd Eye Forum, è venuto agli ultimi concerti italiani dei REM, ha cercato più volte di ricavare maggior spazio per i CD tra le mensole di casa, ha fondato la sua comunità online dedicata al movimento post metal, e quando ha compreso che anche su quel fronte non c’era più strada da percorrere, è convenuto che le materie più interessanti da indagare per tutti noi che abbiamo fatto un simile percorso fossero il drone e l’ambient noise, quindi Lustmord, Tim Hecker, Ben Frost, e tutta quella roba abrasiva che ha portato alle estreme conseguenze la lezione dei padri dell’ambient originale. Ma a un certo punto anche quella via diventa non più percorribile, e prima che tutto iniziasse a franargli addosso, decide di viaggiare lontano, per scoprire se stesso oltre che antichi mondi e nuove ispirazioni. Dal villaggio di Kampala, in Uganda, dove oggi vive, è riuscito a trovare un’etichetta – la Hic Sunt Leones di Alio Die – che ha voluto aiutarlo nel distribuire le riflessioni in musica di queste avventure.  Implosion, prima release sotto il moniker Mono No Aware (rimandiamo a questa pagina per le origini del nome) ha tutto per coinvolgere chi in questi giorni di solitudine e restrizioni è disposto a meditare nel proprio abisso più profondo, staccando gli ultimi device e contatti col mondo esterno che sono rimasti. Abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare la produzione di Michele lo scorso novembre, e confessiamo di averla utilizzata più volte come sottofondo all’imbrunire, con una tazza di buon tè caldo in mano, e un libro di Peter Hopkirk da leggere tutto d’un fiato. Si può viaggiare anche da casa. Basta che un giorno ci rincontreremo.

The Necks – Three (2020, Northern Spy). Ci ha raccomandato questo trio australiano Michael Gira, per questo ci siamo subito messi in moto per rintracciare il loro album. Immaginavamo che ci stesse suggerendo una novità assoluta e che Three fosse se non il debutto almeno il terzo LP, invece trattasi solo del ventunesimo. Esatto. E noi non ce n’eravamo mai accorti. Vale allora la pena presentarli anche al nostro pubblico di irriducibili: al piano Chris Abrahams (fantastico nella trenodia misteriosa di The Lovelock, che rimanda appunto ad alcuni intermezzi di stasi negli Swans più recenti), Lloyd Swanton al basso e Tony Buck alle percussioni, che assieme creano una sezione ritmica che evidentemente sa di jazz sperimentale e post rock, anche uniti assieme. L’albo è composto di tre tracce, tutte sopra i venti minuti, ed è un vero gioiello di creatività, cultura musicale, abilità nell’uscire dagli schemi, sovraincisioni ben modulate che rendono non ridondanti le performance di ciascun strumentista. Li vedremmo bene sul palco della versione invernale dell’UmbriaJazz, o sull’abside di una delle tante chiese sconsacrate delle nostre terre.

Clarice Jensen – The Experience of Repetition as Death (2020, Fat Cat). L’ultimo CD che ho ascoltato in auto prima dell’inizio della quarantena è stato The Sacrificial Code di Kali Malone. Quell’organo a canne riverberato sembrava la colonna sonora perfetta per la desolazione apocalittica che il mio cervello immaginava trovando le strade semi-deserte, e pochissimi individui con indosso mascherina e guanti bianchi in giro. Ho scoperto per caso quest’album di Clarice Jensen – già violoncellista per Björk e Max Richter – e credo che lo comprerò per trovarmelo buono nel momento in cui riuscirò a rimettermi al volante, per tornare finalmente in città. L’immagine che mi sono fatto ascoltando The Experience of Repetition as Death è quella del giorno dopo l’apocalisse, quando in una splendida giornata di sole vai a cercare i superstiti, la vita sociale, chi riapre e chi resta chiuso, cosa è rimasto lì ad attenderti, tirando tra te e te le somme di quanto è accaduto. C’è qualcosa di maestoso e suprematista (se non addirittura sovietico) nell’elettronica delle cinque tracce dell’opera. Come se il mondo ormai disinfettato fosse di nuovo pronto a farti ascendere allo stadio successivo del gioco, dove gli scenari sono ormai mutati e tu devi darti da fare per integrarti.

Martin Grech – Hush Mortal Core (2020, Self Release). Ci imbattemmo in lui per caso nel 2005, ai tempi di Unholy, il suo secondo album. Lo celebrammo con fierezza quale nostra scoperta, ma da allora abbiamo potuto parlare soltanto di un ulteriore LP, drasticamente differente, e di una serie di demo autoprodotti. Poi il nulla, tanto che credevamo avesse smesso di provarci. Il quarto disco arriva solo adesso, per ora solo in versione digitale, scaricabile dandogli una mano con Patreon (Martin dice di avere centinaia di tracce in fase embrionale da poter trasformare in canzoni finite). Lui è un artista anglo-maltese che all’epoca avevamo paragonato a Jeff Buckley (per via della voce angelica, ma anche per il contesto elettroacustico in cui riusciva a muoversi bene: ricordate Holy Father Inferior?) e a Trent Reznor, per la capacità di dominare più strumenti e sovraincisioni ed essere di fatto una one man band di natura industrial e progressive (circa The Fragile quindi). Hush Mortal Core è un lavorone avventuroso e multisfaccettato, pienissimo di spunti – ampissima la strumentazione e davvero complessi gli arrangiamenti – e piacevole da ascoltare. Siamo sulla strada che a un certo hanno deciso di percorrere i non più giovani Porcupine Tree, senza il tanfo della sbrodolata che attira le mosche, e senza alcun accenno di psichedelia. Anzi, il suo è prog metal duro e sentimentale allo stesso tempo, dritto al punto e lontano da qualsiasi allucinazione. Ci torneremo più nel dettaglio – magari dopo la pubblicazione su formato fisico, qualora avvenisse – perché questo lavoro lo merita e perché crediamo che tra chi ci segue c’è ancora chi ha voglia di approfondire la sua conoscenza. Nel frattempo, osiamo specificare che questo ci sembra un disco straordinario.

Deconstruction – S/T (1994, American Recordings). Devo ammettere di aver sempre avuto un debole per la chitarra di Dave Navarro, e a volte fantastico su quanto sarebbe stato bello avere un album dei Jane’s Addiction sulla scia della ritrovata armonia dei tempi di Kettle Whistle, circa 1998, in cui Flea sostituiva al basso Eric Avery, ovvero il fondatore della band assieme all’istrionico Perry Farrell. Si erano sciolti all’apice del successo – perché troppo sotto con le droghe pesanti – ma comunque troppo presto per incassare i milioni di dollari del carrozzone grunge, di cui loro, assieme ai Pixies e ai Dinosaur Jr in maniera diversa, erano in realtà tra i precursori. Se da una costola nacquero gli incompiuti Porno for Pyros di Farrell e Perkins, da un’altra prese forma l’ambizioso progetto dei Deconstruction, con Avery, Navarro e il batterista Michael Murphy. Un’operazione un po’ sconclusionata, senza ritornelli avvincenti, priva di coordinamento tra immagine e musica, lontana dalle forme consolidate del rock di quegli anni, e semmai – oggi che riusciamo ad inquadrarla con il distacco necessario – più accostabile al concept di gruppi come i primi Mercury Rev, e i God Machine di Proper-Sheppard. È una formazione mozza, perché per quanto Avery ci provi, si sente la mancanza di un vero cantante. E c’è una sovrabbondanza di idee che solo in alcuni dei quindici episodi che lo compongono è ben incanalata e tale da risultare di piacevole ascolto. Essendomene ricordato però, ho pensato fosse interessante riproporlo a chi ha amato i protagonisti in parola.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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