I dischi della quarantena, vol. 2

Eccoci ancora qui. Ancora vivi evidentemente, ma giorno dopo giorno sempre più sconsolati. Come animali in uno zoo, sostiene il pilota di formula 1 Lewis Hamilton, evocando un’immagine che ci sentiamo di condividere in pieno. Deboli e impotenti nei confronti di un nemico che non ci aspettavamo e che abbiamo pure sottovalutato, per colpa della nostra incapacità di comunicare gli uni con gli altri, e del libero arbitrio che qualcuno, un incosciente senza dubbio, ci ha concesso assieme all’uso dei pollici quando ci ha creati o teletrasportati su queste coordinate della Via Lattea. In questa fase del gioco, quel qualcuno starà vedendo come se la cava questa macro-generazione di uomini che ormai si era convinta di aver trovato una formula vincente per la vita sulla Terra.

Finirà prima o poi. Temiamo poi. E ci rimboccheremo le maniche a casa nostra, torneremo a votare chi promette uguaglianza e diritti, magari riuscendo a mandare finalmente a lavorare chi ancora in queste ore cerca di sfruttare con demagogia spicciola e menzogne la frustrazione della povera gente per il proprio tornaconto politico (vero Renzi e Salvini?). Migreremo come agli inizi del secolo scorso, solo che stavolta dovremo puntare verso la giusta direzione sulla bussola, perché non troveremo dappertutto opportunità di rinascita.

Qualunque cosa succeda, non dovremo dimenticare chi si sta adoperando rischiando la propria vita e quelli dei propri cari per salvarne altre, sconosciute. Non dovremo dimenticare chi abbiamo perso, che al contrario di quel che vogliono far apparire i dati dei Tedeschi, non è gente che sarebbe morta comunque. Altrimenti tutti saremo morti comunque, perché siamo tutti morenti dal momento che nasciamo, pure voi Tedeschi.

E soprattutto non dovremo far finta di non sapere che tutto ciò che sta accadendo la nostra specie se lo merita per quanto ha perpetrato negli ultimi 150 anni nei confronti degli animali, del loro habitat, della vegetazione, dei mari, del pianeta che ci ospita. Si tratta di un autentico matricidio quello che stiamo compiendo. Lo sta sostenendo qualcuno degli illustri personaggi – politici, televisivi, artisti, sportivi, agricoltori che si credono star, imprenditori, etc. – che lasciano video che ci piace condividere e commentare su Facebook? Non pare (ok, a parte Louis Hamilton!). Ancora non lo si sta ammettendo. Figuriamoci se lo ammette uno come Trump, o men che meno un elemento pericolosissimo come Bolsonaro. Dovremo ricordarglielo noi, perché non si può tornare a vivere come prima, come se niente fosse successo.                                                                                                                 

Nine Inch Nails – Ghosts V: Together – Ghosts VI: Locusts (2020, The Null Corporation). Ho fatto un mixtape. Ho seguito su YouTube la preghiera accorata del Papa in una San Pietro buia e deserta, e ci ho messo in sottofondo i nuovi fantasmi che a sorpresa ci ha donato Trent Reznor poche ore fa. Provateci. Viene fuori una roba alla Godspeed You! Black Emperor, un’interferenza radiofonica apocalittica, che fonda un nuovo genere musicale: il pastoral noir. C’è confusione, lo so.

Non abbiamo risparmiato critiche al nostro idolo nel post-The Fragile (ok, nel post Still per essere precisi), e sappiamo bene che di questa roba ne può produrre e registrare tre ore al giorno se vuole, ma stavolta la qualità di queste tracce ambient è davvero coinvolgente e soprattutto attuale nell’umore. Ci stanno bene sotto al discorso del Papa come sotto alle vicende di The Social Network all’epoca. “Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: ‘Svegliati Signore!’”. What better place than here, what better time than now?!

Throbbing Gristle – Part 2: The Endless Not (2007, Mute). Di questo disco abbiamo parlato tante volte, sin dalla sua pubblicazione, sin dai tempi del sopraelevato 3rd Eye Forum. Comprai il CD e nonostante fosse scarnissimo l’artwork di corredo, mi bastava quell’immagine del sacro monte Kailash su quel jewel case trasparente, e l’immenso contenuto che veicolava assieme all’ascolto della musica. Non ho pianto alla notizia della morte di Genesis P-Orridge, ma sono corso a riascoltare quello che per quanto conosco i TG, è certamente l’albo che riprendo più volentieri. Più dei primi classici – parola forte, eppure lo sono eccome! – e a volte più dei cugini Coil. Arte libera da convenzioni, non filtrata da alcun preconcetto e disponibile fino al nocciolo del suo significato che va ben oltre la scoperta. Già perché non basta venire a conoscenza di questa roba per sostenere di averla assorbita. Non è così facile. Mai lo sarà, per sempre. Buon viaggio Genesis!

Jonnine – Supernatural (2019, Good Morning News). Languida, sensuale, fatta come Jonnine Standish deve essere la cantante di musica dub pop dei nostri anni. Edito solo in musicassetta e in formato digitale, questo primo EP solista è una chicca che va oltre l’ovvia referenza dei suoi HTRK. Nella puntata precedente abbiamo parlato del nuovo King Midas Sound, ai più potrebbero tornare in mente gli Everything But the Girl, o almeno i più recenti The xx. Sta di fatto che queste quattro tracce di puro nichilismo drug pop colpiscono pienamente nel segno, tanto che quando terminano, senti che ne vorresti ancora e ancora. Insomma, c’è sicuramente spazio per creare un intero LP su queste coordinate, similmente ambientate eppure differenti da quelle della band madre. Lo abbiamo ascoltato la prima volta con gli estratti della sua pagina su Boomkat.

 

Low – I Could Live in Hope (1994, Vernon Yard). Oggi è conclamato, e se non conosci questo disco non puoi parlare di rock alternativo anni Novanta, ma dobbiamo ammettere che all’epoca ce lo ha insegnato Scaruffi quanto sono bravi i Low. Vivere nella speranza è quello che stiamo facendo, e l’oscurità assoluta di brani come Lullaby o Cut diventa ancor più struggente in questi pomeriggi in cui il sole non riesce ancora a farci arrivare il suo amore, e le ore di luce durano meno che a Santa Lucia. Un capolavoro al rallenty che ha ideato uno stile che da allora non è mai stato sufficientemente indagato da altri artisti (mettiamo al suo pari solo i primi lavori dei Red House Painters), e seguito da capitoli spesso ingiustamente poco considerati quando si elaborano classifiche e resoconti, come Long Division, Things We Lost in the Fire, Trust.

Jerry Cantrell – Degradation Trip Vol. 1 & 2 (2002, Roadrunner). Ne volevo fare un articolo a parte, invece me lo gioco qui. Uscito pochi giorni dopo il ritrovamento del corpo del povero Layne Staley (seppure in versione ridotta), questo di Cantrell è in realtà l’ultimo grande album puramente grunge – se mai questa parola abbia avuto un significato musicale oltre che sociale, lo si può individuare nelle crepe e nelle ruvidità del suono di dischi come questo – della storia. Ripeto, non l’ultimo e basta, ma l’ultimo grande. Già perché al di là della mattonata che rappresenta nella sua versione completa, Degradation Trip è davvero un’opera che non sparisce se accostata ai grandi tomi degli anni d’oro di Seattle. Se si esce dall’ovvio refrain “immagina queste canzoni con la voce di Layne” e ci si concentra sul valore dell’albo, cercando di venirne a capo con la stessa pazienza che una volta, in epoca pre-Internet, concedevamo al rock di simile fattura, non si può non condividere l’opinione che Cantrell sia riuscito a mettere al mondo qualcosa di potente e viscerale, sincero e massacrante. È il compimento della poetica degli Alice in Chains, forse proprio perché non vi è il cantante originale, ma solo la mente musicale della band. Sembra l’offerta di chi è sopravvissuto e manifesta le conseguenze di quanto prodotto e percorso in precedenza, ed è quindi parte necessaria della discografia. Non si può certo dire altrettanto di quanto avvenuto dopo, che non solo non doveva portarne il nome, ma non doveva neanche scimmiottare il passato ormai irrecuperabile. Degradation Trip, invece, è uno dei migliori lavori mai usciti da Seattle. Addirittura.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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