I dischi della quarantena, vol. 1

Gatti randagi liberi di miagolare con tutte le forze l’inizio della stagione dell’amore. Silenzi talmente profondi che i timpani continuano a riempire con rumori bianchi immaginari. Televisori accesi su notiziari che aspettano la conferenza stampa della Protezione Civile per ricaricarsi per altre ventiquattr’ore. Un cretino che sfreccia sotto casa a tutto gas, lasciando filtrare dai finestrini abbassati i suoi penosi gusti musicali.

La frustrazione di queste giornate tediose per molti trova sfogo sulla bacheca di Facebook, ovvero l’ultimo luogo dove deve passare il tempo una persona ancora sana di mente e mediamente intollerante all’ignoranza. Ho oscurato gli aggiornamenti di status di ben oltre la metà dei miei “amici”, in particolare di quelli che abboccano alla prima puttanata che circola sul network, gente che ora che non c’è rimasto quasi nessuno più disgraziato di noi, se la prende con i poteri forti, immaginando complotti dell’Europa nei nostri confronti, confondendo la BCE con la Comunità Europea, e che vive il social media come il nonno che abita in campagna il bar di quartiere. 

La verità è che per noi Italiani questo è un grandissimo banco di prova. Se lo passiamo, potremo provare a (ri)costruire quel sentimento di unità nazionale che ci ricordiamo di avere solo ai maggiori eventi sportivi e che negli ultimi anni, complici proprio i social che come sosteneva il miglior Umberto che abbiamo mai avuto, danno una platea anche allo scemo del villaggio – oltre che al politico populista di turno – abbiamo visto tornare quasi al punto di partenza, cancellando gli sforzi fatti in centocinquant’anni di storia e di parallelo sviluppo di un’autocoscienza nazionale. L’essere Italiani.

E se lo passiamo questo momento, poi non basteranno un paio di mesi di orgoglio e di buona volontà. Occorrerà rimboccarsi le maniche ogni giorno, mettendoci in testa che non è accusando il prossimo più miserabile o semplicemente magnificando con demagogia la nostra storia e la nostra bellezza che ne usciremo vincitori. E certo non facendo i furbi per aggirare ciò che si deve allo Stato (imprenditori e commercialisti in primis).

OK, tutta questa manfrina per introdurre a una mini rubrica che speriamo duri poco: i diari della quarantena, che per noi sono i dischi che stiamo ascoltando in questo inedito periodo in cui sentimenti come la solitudine, la morte, l’incertezza del futuro, e tante altre cose belle ci passano per la mente, fin tanto che non finiamo anche noi contagiati.

Chi vuole può partecipare, e raccontare a mo’ di autoterapia, quelli che sono i suoi ascolti in questi giorni. Ognuno la vive diversamente questa quarantena. C’è chi torna indietro fino ai primi ascolti, ricercando una purezza d’animo ora compromessa, chi si punisce con i Sopor Aeternus, chi fa finta di niente e continua a seguire le nuove uscite, e chi prova a trovare collegamenti tra questa triste condizione e i contenuti di album già metabolizzati, che tuttavia tornano alla mente con un ulteriore e più alto significante.

Di seguito, alcuni dischi ripresi in questa prima settimana di quarantena.

Michael O’Shea – S/T (2019, All City Record Label). Il suono e la storia di questo musicista di strada irlandese, che nei primi anni Ottanta ha girato il mondo con uno strumento a corde da egli stesso ottenuto impiantando delle corde su una porta di legno. A mezza strada tra un dulcimer e un sitar amplificato, il Mó Cará (“amico mio” in gaelico) è in grado di portarti per le viuzze di città dell’Asia centrale e del Medio Oriente senza affaticarti. La pubblicazione da parte della All City Record Label di questa musica registrata nel 1981 con Graham Lewis e Bruce Gilbert degli Wire fornisce uno straordinario documento del passaggio sulla Terra di un artista geniale, commovente eppure sconosciuto come Michael O’Shea. Lo abbiamo acquistato su Boomkat.

The Angels of Light – Everything Is Good Here/Please Come Home (2003, Young God). Un Michael Gira un po’ meno apocalittico rispetto a quello degli Swans, e diversamente liturgico nel celebrare la sua messa di suoni, stavolta principalmente acustici ed essenziali. Per qualcuno, è il miglior disco dell’artista al di fuori del suo progetto principale, non so se ne siete d’accordo. Allo shop della Young God si fa sempre buona spesa. Credo di averlo preso lì, qualche anno fa ormai.

Songs: Ohia – Ghost Tropic (2000, Secretly Canadian). Jason Molina è passato sulla Terra. Sebbene sarà sempre più facile approcciarsi alla sua solitudine con The Lioness e The Magnolia Electric Co., in un momento di inquietudine e tristezza come questo, ho trovato compassione in questa copertina minimale nera, e nelle otto tracce che contiene. Quando penso al suo talento, mi viene in mente un parallelo con Layne Staley, altrettanto immedesimato nella sua missione da finirne inevitabilmente ingabbiato, al di là delle tribolate vicende personali che hanno segnato le vite di entrambi. Acquistato su Discogs.

Telefon Tel Aviv – Dreams Are Not Enough (2019, Ghosty International). Ho un rapporto difficile con il nuovo di Josua Eustis, il primo senza il compianto socio Charlie Cooper, scomparso nel 2009 dopo aver contribuito ai tre album che nel primo decennio del nuovo secolo avevano dato prova che anche negli Stati Uniti si poteva trovare sensibilità e buon gusto electro. E se ci rifletto meglio questa difficoltà è la stessa che incontravo all’epoca, ascoltando Fahrenheit Fair Enough, Map of What Is Effortless, e Immolate Yourself – soprattutto quest’ultimo non l’ho mai digerito – ovvero LP esteticamente perfetti, ma che ad ogni giro mi sembravano differenti, una volta affascinanti, altre troppo languidi, e non di mio gusto (soprattutto per gli inserimenti vocali). Dreams Are Not Enough mi sta riconquistando in queste giornate di clausura forzata. L’ho comprato direttamente dalla loro profilo su Bandcamp, non in tempo per valutarlo bene per la classifica di fine anno.

King Midas Sound – Solitude (2019, Rhythmatic). Non mi sono dimenticato di loro, ma è vero che non ho ancora acquistato questo loro ritorno sulle scene, nonostante sin dal primo ascolto – le tracce iniziali sono pazzesche, non è vero? – si respiri aria di episodio successivo ideale del celebrato Waiting for You… (2009, Hyperdub), che avevamo addirittura inserito nella TOP 100 di fine decennio, sui frammenti dell’esplosione del dubstep, ampiamente raccontato sulle nostre coordinate da redattori come Giacomo Colombo e Denis Bosonetto in particolare. Solitude è molto più statico e cinematografico, praticamente un soliloquio su base ambient dub. Per quanto ci riguarda, e per i tempi che corrono, è un disco straordinario.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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