Helena Hauff – Qualm

Helena Hauff – Qualm

Avete mai alzato gli occhi verso il cielo notturno, soffermandovi sullo spazio vuoto tra una stella e l’altra? Quando lo faccio provo sempre una sottilissima inquetudine, ho paura di notare qualche movimento in quegli spazi oscuri che amo così tanto. Persino una piccola stella cadente è in grado di farmi sobbalzare, eppure non posso fare a meno di distogliere lo sguardo, e di spingere i miei occhi lì dove non per natura non possono arrivare, guardando attraverso un binocolo. Avete presente quella sensazione di incommensurabile piccolezza che si fa strada nel momento in cui si realizza di essere qui solo per un attimo nell’intera vita dell’universo, e di occuparne uno spazio davvero microscopico? Di essere il prodotto di pura casualità, perché qui ed ora le condizioni sono favorevoli allo sviluppo di una forma di vita come la nostra? Entropy Created You and Me. No, eh? Male, molto male. Pessimi che siete. Se fossimo stati tutti Hyper-Intelligent Genetically Enriched Cyborgs, invece, molto probabilmente avremmo avuto una concezione del tempo e dello spazio differenti, e il cielo notturno non avrebbe esercitato su di me questo terrore magnetico. Nella pratica possiamo accontentarci solo della musica che avremmo ascoltato. Ed ecco Qualm.

La musica di Helena Hauff non è roba estiva, per nulla, ma vi auguro di essere sufficientemente pazzi (pazzi, sì, non coraggiosi) da mettere su Qualm in barba al sole, al caldo e alle foto delle dei piedi dei vostri amici in riva al mare. Resistere all’incirca fino al terzo minuto di “Barrow Boot Boys” significa essere ormai entrati in una spirale senza via d’uscita e che sì, pazzi lo siete davvero. E non si torna più indietro, miei cari. Già non è facilissimo sfuggire ai tentacoli della acid house, dell’industrial techno, dell’ebm e della coldwave una volta che si viene afferrati, figuriamoci quanto possa essere fattibile quando sono così profondamente intrecciati tra di loro. Ci si caccia in gabbia da soli, pronti a godere di ogni stimolo sonoro, in balia dei ritmi e dei synth di Helena come se non si desiderasse niente altro. Non c’è neanche il tempo di concedersi un piantino sulla improvvisa dolcezza sintetica di “Entropy Created You and Me” che già si riparte verso spazi siderali e astratti, gelidi, ipnotici. Decide lei, voi state lì a subire ma è così che volete, è così che funziona. Non vedete che sguardo di ghiaccio? Ma dove state cercando di andare? Vi fissa negli occhi e vi siete arresi prima ancora di esservene resi conto. Feel the power of acid e ballate, sentitevi avvolti dai suoni analogici e lasciate andare tutto. Siate presenti e immortali, nella vostra nuova e scintillante epidermide da cyborg.

Di un recente dj set di Helena (VIVA Festival 2018, evento legato a doppio filo con il Club 2 Club) ho questo ricordo fatto di potenti onde d’aria che si infrangevano contro i miei timpani anche a grande distanza. Ad un tratto, una grossa stella cadente ha solcato il cielo notturno su Locorotondo. Era enorme, gigantesca, magari sarà stata la stanchezza del momento a farmela apparire così, ma è stata una delle più grandi che abbia mai visto, e onestamente poco importa se sia stata reale o solo una mia allucinazione. Nonostante la mia ferrea razionalità, in quel momento un desiderio gliel’ho affidato. Ed è così che siamo ritornati alle stelle, alla nostra piccolezza, al realizzare di essere, comunque, vivi, godere di questa cosa e accogliere l’inaspettato. Pur definendosi una happy person, assolutamente non depressa, a Helena la happy music fa rabbia, e ritiene sacrosanto trovare una valvola di sfogo attraverso la musica (pur non essendo fan di quella overemotional). Qualm infatti si traduce con “ansia”, “preoccupazione”, ma anche “nausea”. Già, nausea. Nausea, esistenza… invochiamo Jean-Paul, dai:

Il tempo s’era fermato: una piccola pozza nera ai miei piedi; era impossibile che venisse  qualcosa dopo quel momento lì. Avrei voluto strapparmi a quell’atroce godimento, ma non pensavo nemmeno che ciò fosse possibile; ci ero dentro; il ceppo nero non passava, mi restava lì, negli occhi, come un boccone troppo grosso resta di traverso in una gola. Non potevo né accettarlo né rifiutarlo.

[…]

Ch’io l’abbia sognata, quell’enorme presenza? Era lì, posata sul giardino, precipitata negli alberi, moltissima, impiastricciando tutto, densissima, una mostarda. Ed io ci ero dentro

[…]

Non ci si poteva nemmeno domandare da dove uscisse fuori, tutto questo, né come mai esisteva un mondo invece che niente. Non aveva senso, il mondo era presente dappertutto, davanti, dietro. Non c’era stato niente prima di esso. Niente. Non c’era stato un momento in cui esso avrebbe potuto non esistere. Era appunto questo che m’irritava: senza dubbio non c’era alcuna ragione perché esistesse, questa larva strisciante. Ma non era possibile che non esistesse. Era impensabile: per immaginare il nulla occorreva trovarcisi già, in pieno mondo, da vivo, con gli occhi spalancati, il nulla era solo un’idea nella mia testa, un’idea esistente, fluttuante in quella immensità: quel nulla non era venuto prima dell’esistenza, era un’esistenza come un’altra e apparsa dopo molte altre. 

Non barate, non state lì ad aspettare che il prossimo temporale estivo vi dia un aiutino. Play ora, subito. Ora, ho detto.

Webmaster, blogger, ghostwriter, mutaforma. Si dice che abbia una compilation con dentro ogni buona canzone mai scritta. Se ha un suono ha anche un colore, e questo vale anche per l’acqua. Com’è evidente, ha sempre parlato per enigmi. Low e Loveless in blu come dischi della vita.

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