Great Expectations 2018: le scelte della Redazione

Una carrellata di buoni propositi per il 2018, firmata da alcuni dei redattori di DYR. E in alcuni casi, lo stato delle cose sul fronte musicale, nei nostri cuori, arrivati a questo punto della strada. Grazie a tutti coloro che vorranno venirci a leggere per approfondire il discorso, e sul sito e sul forum, e nelle pagine dei social che cerchiamo di tenere attivi senza macerare i coglioni a nessuno. Un abbraccio sì, ma non giubilate, ormai ci siamo quasi…

Pierluigi Ruffolo. Il Discus Astralis è ciò che non aspetto, bensì pretendo, dal 2018, come sempre. Il Discus Astralis è quella creatura che si presenta una, forse due volte per anno quando si è fortunati, e la incontri solo viaggiando sulla sua stessa frequenza, magari nelle ore notturne mentre è ferma ad abbeverarsi. Non la catturi, ma puoi metterla ugualmente in mezzo ai tuoi trofei, ovvero quella lista di musica che esprime parti della tua personalità e definisce la formazione del tuo orecchio, e a volte ti spinge ad andare alla ricerca di altri suoi simili, seguendo strade non ancora battute o troppo presto abbandonate; unisce i puntini tra piani diversi, incrocia gli istinti primordiali (d’altronde, pur sempre di una bestia si tratta) con un senso di appagamento intellettuale e spirituale, ed è nota per svuotarti il portafogli. Incontrare il Discus Astralis non è un evento garantito: condizione necessaria e non sufficiente è tenerci abbastanza. Looking forward to: Alva Noto & Ryuichi Sakamoto, Frank Ocean, My Bloody Valentine, Flying Lotus.

Luca Momblano. Non vorrei fare nomi, perché avrei voglia di stupirmi. Ecco, al 2018 chiedo di ritrovare la forza di innamorarmi di cinque/sei/otto dischi, meglio se in maniera del tutto inattesa, artisti da scoprire, studiare e indagare. Sono loro che fanno sognare, dentro il nostro presunto mare di conoscenze già acquisite, in qualità di consumatori e self-made-music-men. Ci sarà qualcuno pronto a stravolgere nuovi e vecchi canoni? Di sperimentare senza produrre musica totalmente astratta? D’altronde, noi appassionati siamo fatti così. Un po’ vogliamo sentirci a casa (mi auguro di trovare i migliori Vampire Weekend, la crescita degli Ought, il marchio degli A Perfect Circle, persino gli MGMT, forse i meno adatti per vivere di nostalgia, e di non trovare ahimé i ladri). Un po’ amiamo le sfide, la caccia aperta, il gusto di sentirsi diversi e anche inorridire. La mia richiesta numero uno, però, è che Babbo 2018 possa segnare una nuova, ennesima, rinascita del rock elettrico. Chissà come, chissà dove, chissà. Convinto che la scrittura tradizionale del pop che piace a noi, fatta di mille possibili deviazioni, qualche grande canzone ce la regalerà sempre. Amen.

Daniele Sassi. Posso dirmi soddisfatto del mio percorso musicale, per quanto avrei voluto arrivare prima a tante cose che mi piacciono oggi. Ho vissuto, negli ultimi venticinque anni (e anche un paio di più, ma suona meglio dire solo venticinque), le varie fasi, mode, evoluzioni del rock e del modo di viverlo, ascoltarlo, approfondirlo. Ammetto di rimpiangere un po’ il primo periodo di banda larga e quindi l’età d’oro dei forum tematici, per questo nel 2018 vorrei ritrovare qualcuno di quegli slanci emozionali che mi hanno fatto balzare dalla sedia nel momento in cui scoprivo e condividevo nella bacheca di un forum la passione per un nuovo artista, o finalmente riuscivo a fare mio un disco a lungo atteso o incompreso. Ecco, dal nuovo anno vorrei sia qualche nome nuovo per cui infervorarmi, a costo di risultare fanatico e ridicolo, sia il ritorno in grande stile di qualcuno degli idoli di gioventù per troppo tempo in letargo creativo. Che bello quando qualcuno che ormai davi per finito o ben avviato sul viale del tramonto, si rilancia con un album al livello dei suoi migliori del passato. A prescindere dal genere. Previsioni alla mano, la curiosità c’è per quanto potranno fare i Vampire Weekend senza l’apporto di Rostam Batmanglij. Certamente, se le stelle sono finalmente allineate, per i nuovi e lungamente attesi nuovi dischi di Portishead e Tool. Potrebbe essere di nuovo il turno di gente del calibro di Tame Impala, Jon Hopkins, Panda Bear, Thom Yorke da solo. Ma lo stesso Burial, non sarà ora che osi un nuovo LP, invece di questa spasa di singoli di cui ormai si fatica a tenere il conto? E che dire di Kevin Shields assieme a Brian Eno? E il sogno impossibile che diventa realtà… un ritorno sulle scene di Mark Hollis. Pensate che mondo migliore sarebbe.

Francesca Scozzarro. Spero prima di tutto che le voci femminili siano numerose e forti: sono curiosa di ascoltare il ritorno di Anna Calvi e quello di Grimes e spero che Lykke Li sappia trarre dalle gioie e i dolori dell’anno appena concluso materiale per un disco di spessore. Magari potremmo rivedere con un album inedito anche Sharon Van Etten e chissà se FKA Twigs avrà voglia di buttar fuori un nuovo capitolo musicale nel suo singolare percorso artistico. Tra le band ho ovviamente curiosità di capire se e cosa tireranno fuori grandi nomi come Arctic Monkeys, A Perfect Circle e My Bloody Valentine, ma anche The Good, The Bad and The Queen, un progetto artistico che avevo sinceramente apprezzato e visto anche live, ormai una decina di anni fa. Sul versante elettronico l’attesa più grande è una: Jon Hopkins. Se devo riassumere le mie aspettative però la verità è questa: mi auguro di avere l’inatteso. Che si tratti di un grande ritorno annunciato, un ritorno improvviso oppure una new entry, spero che questo anno possa darci dei dischi da ascoltare e riascoltare con entusiasmo e che facciano da colonna sonora a un anno da ricordare.

Enrico Piraccini. Facciamo subito una mitragliata degli scontati (in ordine “da me ne fotte molto a poco”): MBV, Arctic Monkeys, APC, Gorillaz, Prodigy… ma c’è anche l’iperuranio: Tool? Portishead? Miraggio o, finalmente, epifania? C’è poi che un album all’anno lo fa uscire sempre Savant, poco considerato su queste frequenze ma che è senza dubbio il Re dell’EDM un po’ videogameosa e zarra (ok) ma che non rinuncia a costruire un senso e un viaggio ogni volta. E ricordiamoci dell’underground italiano: gli shoegazers modenesi Rev Rev Rev stanno lavorando al terzo disco, qualcosa si muove anche per i napoletani Stella Diana. E va a capire cosa frulla nella testa di Napo e Rico, che hanno annunciato nuove date per l’early 2018. Daft Punk fermi dal 2013… FKA Twigs che un LP2 prima o poi… Foals? Dal 2010 ne hanno fatto uno pressapoco ogni 3 anni… Pretendo un nuovo disco dei Goat. Desidero quello dei Notwist. Quello dei Silver Mountain Zion me lo sogno di notte. E tutto ciò che non posso immaginare è quello di cui c’è più bisogno.

Thomas Borgogni. Basta. Il rock non fa più per me. Il 2017 ne è stata la conferma e son sempre più convinto che pure in futuro ci sarà sempre meno spazio per la “guitar music” nei miei ascolti. È un genere che ormai stanca, ripropone sempre i soliti schemi e suoni, e pure i dischi che a un primo ascolto sembrano in grado di riportare in piedi tutta la baracca si dimostrano il più delle volte dei fuochi di paglia. Sono stufo di illudermi. Lo sguardo ormai è rivolto a quello che esce da Berlino e Londra o su SoundCloud. Dei vecchi nomi e quello che esce dalle fornaci tradizionali interessa ben poco. Quest’anno più che mai mi farò scandire gli ascolti dalle etichette di musica elettronica che negli ultimi anni sono riuscite a farmi innamorare follemente di un genere da sempre ostico ma oggi più che mai accessibile e invitate per tutti. PAN, Janus, Jerome, PC Music ma pure le storiche Warp, Hyperdub, Planet Mu, R & S, Ninja Tune e così via. Senza dimenticarci della grandissima scena che sta crescendo in casa nostra grazie a nomi come Mana, Still, Clap! Clap! e il divino Lorenzo Senni. Ci vediamo sotto cassa questo 2018.

Emanuele Cioffi. Tra gli infiniti feed di Soundcloud, le playlist di Spotify e le listi di consigli, sempre più spesso mi ritrovo a farmi guidare da Youtube e dai suoi ripetitivi consigli, pur di non dover selezionare qualcosa dal mare magnum di uscite. Il 2017 è stato però anche l’anno in cui mi sono innamorato dei mix electro di Soundcloud (che spero di ascoltare sempre più), oltre che l’anno in cui l’uscita di un disco prezioso come quello di Arca mi ha ricordato che la coerenza stilistica o l’esecuzione impeccabile sono sempre secondarie rispetto all’intensità e alla sincerità di un prodotto. Per cui viva i dischi imperfetti e le contaminazioni imprevedibili, viva il pop e viva l’elettronica, specie se assieme. Occhi puntati su A Perfect Circle per decidere le sorti del mio interesse per il rock.

Manuel Dal Fara. Negli ultimi mesi ho subito una battuta d’arresto con gli ascolti musicali, incassando il colpo peggiore con le recenti uscite nell’elettronica e facendo la figura del vecchio incavolato che urla a Iglooghost di non fare tutto quel baccano. Nel 2018 mi piacerebbe veder tornare in auge qualcuno di quei nomi oscuri che solo un lustro fa sembravano dominare le loro scene: Shed, Peter Van Hoesen, Lucy, 2562, FaltyDL, Echologist, Vex’d, i Dadub e tanti altri. Ma non è la nostalgia quanto l’evoluzione dei suoni a dettar legge, dunque testa bassa e immergersi nelle novità. Detto questo, chissà se zio Tim Hecker ha già pronto il colpo in canna e la tabella dei turni dice che tocca di nuovo a Andy Stott, ma il più atteso è uno solo. Forza Jon Hopkins: tira fuori un altro gran disco. Siamo tutti con te.
Sarei molto felice anche se spuntasse fuori un nuovo lavoro importante di qualche pezzo grosso nel pop o nel rock, ma dopo aver visto alcune rovinose cadute è dura crederci: a tal proposito, fino all’ultimo spererò di svegliarmi un giorno e leggere un comunicato degli Arcade Fire in cui si scusano per l’orrore commesso e promettono l’uscita del vero album. Ma non succederà mai. Meno male che ci sono Grimes e (magari) Janelle Monáe che nonostante tutto continuano a farmi sognare.

Edoardo Ardito. Non lo so neanche io cosa voglio per il 2018. Il 2017 (ma anche il 2016, il 2015 eccetera) sono stati quasi una delusione continua dai grandi nomi del rock che mi (ci) sono rimasti nel cuore fin da quando eravamo piccoli, quindi non me la sento neanche più di riporre speranze in grandi nomi che mi hanno fatto sognare. Gli Arctic Monkeys o i Vampire Weekend o i Portishead decidono di fare un lavoro sotto le aspettative? Mettetevi in fila, che è lunga e infettata di delusione. Anche per l’elettronica non so quanto puntare sui grandi nomi, preferisco sperare che nomi meno blasonati rispettino le promesse fatte finora (penso soprattutto agli Amnesia Scanner o ad alcuni nomi di scuderia Pan). Certo, un grande ritorno come sanno fare loro di Andy Stott o di FlyLo sarebbe molto gradito. Ah vabbé, e i Tool. Ma meglio tacere.

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