Fugazi: Do It Yourself

Non capita spesso di imbattersi in band capaci di affiancare, ad una proposta artistica pericolosamente vicina alla perfezione, un’integrità morale fuori dal comune. Nel caso dei Fugazi, la seconda rischia di mettere in ombra l’abbagliante validità della prima. Producendo e distribuendo in piena autonomia le proprie opere (attraverso l’ormai leggendaria Dischord di MacKaye) rifuggendo i meccanismi fagocitanti del music business e mantenendo uno sguardo lucido e ispirato sui drammi sociali della propria generazione, i Fugazi, di Washington D.C., si sono trasformati per moltissimi giovani in un vero e proprio faro filosofico ed etico; ciò, tuttavia, non dovrebbe far passare in secondo piano l’indubbia qualità dei sette album che i Nostri hanno sforzato nel corso della loro quindicennale carriera.

I Fugazi si sono formati nel 1987 e hanno mantenuto, invidiabilmente, la stessa formazione per tutto l’arco della loro esistenza: Ian MacKaye (chitarra e voce, già nei seminali Minor Threat e nei Teen Idles, poi negli Embrace) Guy Picciotto (all’inizio solo in veste di cantante, poi anche chitarrista, ex Rites of Spring insieme al batterista Brendan Canty) e Joe Lally (basso e, occasionalmente, voce).

Ciò che i quattro hanno prodotto insieme pianta saldamente le proprie radici in campo hardcore, senza tuttavia rinunciare a volare nei cieli del jazz, del funk, del reggae e del dub: la poesia si mescola all’architettura, la rabbia e l’angoscia non scavalcano mai la ragione. La formula che produce quest’effetto magico è data dal connubio magico che si instaura fra la sezione ritmica, precisa eppure scorrevole, e l’alternarsi dei diversi stili e approcci vocali dei due cantanti: la voce di MacKaye è un latrato quasi fastidioso ma catarticamente intenso, quella di Picciotto è il delirio di un febbricitante che alterna attimi di quasi-lucidità a momenti di volatile follia. Il primo preferisce testi diretti e aggressivi, schegge arroventate di rabbia politically correct (tratto che spesso varrà alla band l’accusa di essere troppo preachy) mentre il secondo preferisce parlare per enigmi ed allusioni (sfoggiando, tra l’altro, un inglese alquanto forbito). Le chitarre urlano e graffiano come da tradizione Television e Sonic Youth, certi passaggi ritmici possono richiamare Killing Joke, Gang Of Four e persino i Clash, ma il prodotto finito è inequivocabilmente Fugazi.

Le loro sono opere estremamente musicali, spesso orecchiabili, talvolta persino giocose: non ci sono soltanto rabbia e disperazione nei loro psicodrammi postcore (qualunque cosa significhi questo termine), nella loro arte è presente anche, e soprattutto, un senso d’orgoglio e di rivalsa, d’indipendenza e determinazione. La portata del loro messaggio non si riduce alla semplice propugnazione della filosofia straight edge (astensione totale da alcol e droghe, niente sesso prematrimoniale): i Fugazi rinunciano ai meccanismi del merchandising e agli spazi pubblicitari sulla stampa mainstream, negando qualsiasi concessione agli infiniti trend che scorrono continuamente sul panorama rock: il sottostrato etico sorregge il sovrastrato musicale, l’identità supporta l’arte.

Nell’autobiografico Instrument, documentario del 1999 firmato in collaborazione con il filmmaker indipendente Jem Cohen, Brendan Canty racconta quello che il fidanzato di sua sorella ha sentito dire sui Fugazi: essi vivrebbero in una casa priva di riscaldamento centralizzato e con una dieta basata esclusivamente sul riso. è il destino dei grandi, quello di dar vita, anche e soprattutto involontariamente, a miti più o meno surreali o, talvolta, addirittura ridicoli. La fama dei Fugazi, tuttavia, è reale e meritatissima: è dal 2002 che la belva non ruggisce e, a dirla tutta, un po’ ci si comincia a rassegnare. MacKaye ha messo su famiglia e si è spostato (con i curiosi Evens) su spazi sonori decisamente più distesi ma non privi del caro vecchio fuoco interiore, Picciotto, di questi tempi, è soprattutto un affermato producer, Brendan Canty si sta dedicando alla famiglia e Joe Lally, trasferitosi a Roma, si è dato alla carriera solista e alla compilazione dell’archivio live Fugazi Live Series. Sono passati più di dieci anni da The Argument, è ormai possibile formulare un giudizio razionale e assennato, l’unico possibile: maledettamente irripetibili.

fugazi-13-songs13 SONGS Dalla fusione di due EP, Fugazi (1988) e Margin Walker (1989) ecco il primo, spettacolare full-lenght della band di Washington, quello che allontana i Fugazi dall’hardcore puro e brutale di un tempo per approdare a una forma rock composita e fortemente teatrale. Alle chitarre affilate e roventi dei due cantanti/frontman si sono aggiunti il basso agile e sinuoso di Lally e il drumming fluido e al contempo martellante di Canty, producendo così brani che ampliano enormemente gli orizzonti dell’emotività dinamitarda dei Minor Threat e dei Rites of Spring. “Waiting Room” non è solo un anthem da urlare a squarciagola dal vivo, è anche un perfetto congegno ad orologeria che imbastardisce (ed arricchisce) la carica sfibrante dell’hardcore con dosi ben calcolate di funk e reggae, mentre “Suggestion” (narrata dal punto di vista di una donna) sfoggia una grinta zeppeliniana alternata a passaggi solo in apparenza più distesi. L’ipnotica “Burning” freme di tensione sotterranea fino al catastrofico e dissonante finale, mentre le chitarre di “Glue Man” si consumano nel fuoco di un ansiogeno e claustrofobico rock psichedelico. Esuberante. 84/100

REPEATER (1990) Il definitivo manifesto filosofico dei Fugazi. Dirompente sia dal punto di vista puramente artistico che da quello ideologico, Repeater concentra in poco più di mezz’ora quattordici brani che non esauriscono la propria raison d’etre in una piccata e moralizzatrice critica alla società della mercificazione ma che si pongono anche come capolavori di drammaturgia rock, impreziositi da continue pause, accelerazioni, cambi di registro. Ecco, quindi, che accanto all’orecchiabilissimo reggae-core di “Merchandise” (“You are not what you own”) troviamo l’epica e disperata carica di “Styrofoam” (“We’re all bigots so full of hatred”) e persino uno strumentale di grande effetto, tutto tribalismo e schitarrate ipnotiche, come “Brendan #1” (menzione speciale al superbo interplay fra Lally e Canty). La titletrack sfoggia un’ipercinetica groove dal sapore funk che, in un mondo perfetto, potrebbe persino mietere qualche vittima in discoteca, mentre “Sieve-Fisted Find” spezza continuamente il rimbombo minimalista della sezione ritmica con accelerazioni che si fanno sempre più intense fino al catartico sfogo finale. Capolavoro del disco è probabilmente “Shut the Door”, un’agghiacciante power-ballad che alterna sapientemente attimi di calma surreale dominati dall’intreccio fra basso e chitarre ad esplosioni di angoscia urlata a pieni polmoni. Possente. 89/100

Fugazi_-_Steady_Diet_of_Nothing_coverSTEADY DIET OF NOTHING (1991) “Repeater” parte 2? Affatto. La terza prova sulla lunga distanza dei Fugazi riduce a un tempo l’enfasi ideologica dei testi e il quoziente d’orecchiabilità delle melodie, ottenendo come risultato brani angolari, obliqui, altrettanto veementi rispetto al passato ma, di sicuro, meno facilmente inquadrabili. “Reclamation” è una lenta e agonizzante marcia a base di chitarre noise e urla sgolate (nonchè un residuo delle polemiche filosofico-morali dell’album precedente) mentre “Latin Roots” e “Runaway Return” si fondano su melodie aspre, ritornelli concitati e ritmiche cangianti. “Nice New Outfit” recupera la scatenata melodicità di Repeater alternando il tribalismo delle strofe alla sfrontata orecchiabilità del ritornello, mentre l’ossessiva e paranoica “Dear Justice Letter” è devastata da cupe fiammate chitarristiche e l’esagitata closer “KYEO” passa dalle strofe cantate quasi con indifferenza da MacKaye a scariche di urla incontenibili. Vera e propria mosca bianca dell’album è “Long Division”, sorta di ombroso e nostalgico folk elettrico che rinuncia del tutto alla furia delle distorsioni ottenendo, peraltro, risultati superbi. Ricercato. 72/100

Fugazi_-_In_on_the_Kill_Taker_coverIN ON THE KILL TAKER (1993) Dietrofont. Via le atmosfere cervellotiche, le progressioni intricate e, per lo più, le ritmiche strambe. Le melodie tornano ad essere superbamente catchy e, sorprendentemente, il livello di violenza musicale ed espressiva aumenta. La produzione è ruvida e sgraziata, del tutto asservita alla sbrigliata ferocia delle trame sonore che compongono queste 12 travolgenti tracce. “Facet Squared” apre le danze con taglienti folate di chitarre sparate a ritmo incalzante su cui MacKaye ruggisce, velenoso come al solito. “Public Witness Program” è un perfetto punk-pop suonato con intensità criminale (il ritornello è da infarto) mentre “Smallpox Champion”, introdotta un po’ casualmente da sparuti accordi dissonanti, è, a parere di chi scrive, la più pungente, aggressiva, efficace arringa politica mai scritta dai Fugazi, un impietoso ritratto della duplicità morale degli USA urlato all’ultimo respiro da Picciotto su un’inesorabile e vibrante noise rock. “Rend It” sfoggia un altro ritornello disperato e ultraorecchiabile preceduto da strofe in sordina, con il basso e le chitarre a dialogare timidi mentre Picciotto prosegue imperterrito il proprio racconto con un tono che alterna continuamente angoscia e spavalderia. “23 Beats Off” inizia sonnolenta e pian piano si trasforma in uno psicodramma che si sfalda poi in un’orgia di feedback al calor bianco, mentre “Sweet and Low” (posta spesso a suggello dei live) è addirittura un rilassante strumentale che trattiene a stento una sottile vena di tensione. Indomito. 79/100

Fugazi_-_Red_Medicine_coverRED MEDICINE (1995) Se il quinto album dei Fugazi non rinnega in toto il passato della band poco ci manca. La produzione grezza e poco accomodante è la stessa di In on the Kill Taker, ma l’approccio musicale ed emotivo è completamente diverso. Red Medicine è variegato, umbratile, poco incline alle arringhe tuonanti a cui i ragazzi di Washington ci avevano abituati. Ciò non significa che, improvvisamente, i Nostri si siano rammolliti: brani come “Back to Base” (una versione ancora più brutale e rocambolesca di “Facet Squared”) e il sarcastico hard rock di “Target” mettono in chiaro che la vecchia foga non è del tutto svanita, ma il cuore del disco è altrove, nelle trame inquiete e notturne di “Fell, Destroyed” e nella più tesa e rabbiosa ma non certo esplosiva “Latest Disgrace”. Basso e batteria giocano un ruolo preponderante, sono spesso loro a condurre il gioco, a creare attesa e suspence con tocchi minimali e ben calibrati. “By You” (Joe Lally al canto) incrocia dub e noise ottenendo risultati più spettacolari di quanto si possa pensare, mentre gli strumentali “Version” e “Combination Lock” scombinano definitivamente le carte: il primo è un traballante e cinematografico trip hop artigianale (con tanto di stilettate angosciose di clarinetto e senza neppure una nota di chitarra) mentre la seconda esbisce un’inattesa grinta ritmica dal gusto funkeggiante che si intreccia alla perfezione con i giochi psichedelici delle chitarre. A rendere ancora più estraniante l’atmosfera, compaiono qua e là frammenti di musique concrète, campionamenti surreali, intro inconcludenti dal sapore lo-fi. Fantasioso. 86/100

Fugazi_-_End_Hits_coverEND HITS (1998) Anche per i Fugazi giunge il momento di compiere un passo falso. Proseguendo lungo la china sperimentale di Red Medicine, End Hits non riesce, purtroppo, ad eguagliarne la qualità e la raffinatezza. Compaiono tastiere e synth, le coloriture dub e post rock si fanno più decise ma gli arrangiamenti emanano spesso un forte sentore di incertezza e dispersività, come se MacKaye e soci fossero rimasti troppo tempo a giochicchiare con le infinite possibilità offerte dallo studio di registrazione. “No Surprise” (chitarre malinconiche, ritornello filtrato) e “Pink Frosty” (sussurri onirici, basso carico di suspence) si riallacciano con successo ai passaggi più atmosferici dell’album precedente, mentre i ritmi sonnolenti del dub non bastano per trasformare “Closed Captioned” in un brano degno di essere ricordato e “Floating Boy” annaspa in un mare di idee incompiute (la voce che urla, sussurra, geme a casaccio, i ritmi spezzati, le chitarre che cincischiano senza mai imbastire una melodia degna di tale nome). Alcuni brani, per contro, si richiamano alla potenza devastante degli esordi cercando, al contempo, di destabilizzarla con elementi estranei: la sferragliante “Five Corporations” non sfigurerebbe in un album di Iggy Pop, “Foreman’s Dog” è introdotta da una melodia dal sapore sixties e “Place Position” (l’unica delle tre a convincere davvero) sfoggia addirittura un riff epico che ricorda, in maniera alquanto bizzarra, le cavalcate heavy degli Iron Maiden. In fin della fiera, il brano più convincente è “Caustic Acrostic”, sorta di proiettile vagante uscito da 13 Songs e penetrato nel tessuto scorticato e inospitale di Red Medicine. Smarrito. 58/100

Fugazi_-_Instrument_Soundtrack_coverINSTRUMENT SOUNDTRACK (1999) è chiaro: i Fugazi non sono tipi da best of. Quella di mungere il mercato è una tentazione che, semplicemente, non può intaccare il loro DNA morale. D’altra parte, sarebbe difficile consigliare ad un ascoltare casuale di dare una chance a questo “Instrument”, colonna sonora dell’omonimo documentario fugaziano a cura del filmmaker indipendente Jem Cohen. La soundtrack è composta da pezzi ritratti in forma poco più che embrionale, si tratta di appunti sparsi, bozzetti d’artista, incompiuti e imperfetti ma spesso affascinanti. “Arpeggiator” (apparsa su End Hits) è qui presente in una versione più lenta e meno catastrofica, quasi onirica nei suoi luccichii chitarristici dal sapore folk, “Turkish Disco” è una gioviale danza sorretta dalla premiata ditta Canty & Lally e dipinta in toni accesi e squillanti dalle chitarre di Picciotto e MacKaye, mentre “Little Debbie” riprende il furore di 13 Songs estraniandolo con un surreale e dissonante loop di chitarra mediorientale e la fiabesca (e breve) “Afterthought” rimanda direttamente ai toni melliflui (si fa per dire) di “Long Division”. La vera gemma dell’album, tuttavia, è “I’m So Tired”, inattesa ballata pianistica dolce e romantica come mai avremmo creduto possibile (con MacKaye alla voce!). Curioso. 64/100

fugazi-the-argumentTHE ARGUMENT (2001) Se End Hits fosse stato il loro canto del cigno, oggi parleremmo dei Fugazi con l’amaro in bocca. Fortunatamente, The Argument fa tesoro di tutto ciò che ha reso unica e grande la band di Washington, fondendo in modo lucido e scorrevole la carica trascinante di Repeater, l’accattivante orecchiabiltà di In on the Kill Taker e l’animo sperimentale di Red Medicine ed End Hits. Introdotta da poco più di un minuto di voci manipolate elettronicamente, “Cashout” è una nenia perversa guidata da una ritmica insistente che conduce lentamente all’esplosione delle chitarre e dell’urlo-slogan di MacKaye, mentre “Full Disclosure” (con Picciotto alla voce) è un’ossessiva e stordente cavalcata che annega una melodia quasi pop in un mare di chitarre-trivella. La pseudo-disco music aliena e notturna di “The Kill” vede protagonisti il basso e la voce di Joe Lally, entrambi, al solito, sinuosi e caldi, mentre “Life and Limb” è un’opprimente e malata cantilena surf-rock e “Ex-Spectator” sfoggia un’incalzante ritmica doppia (grazie alla partecipazione del percussionista Jerry Busher). La titletrack, posta in chiusura, si fregia di una pulizia melodica degna del folk rock e riflette amaramente su anni di impegno ed integrità morale, gettando un’ombra sull’umore dei Fugazi all’alba del terzo millennio; l’album è comunque, nel suo insieme, un successo strabiliante, una sintesi originale e matura di passato e presente, di rabbia e malinconia, di ideali e vita. Classico. 86/100

The Argument è stato accompagnato dall’uscita dell’EP Furniture, particolarmente indicato per i nostalgici delle atmosfere incandescenti degli esordi e per tutti quelli che non si sono ancora ripresi dalla loro cotta per “Waiting Room”.

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