Flying Lotus – Flamagra

Flying Lotus – Flamagra

La bravura di Steven Ellison, aka Flying Lotus, non ha bisogno di alcuna presentazione, dato che ha più di ogni altro saputo creare un suo linguaggio musicale riuscendo fondendo generi come hip hop e jazz, distanti anni luce prima dei suoi album. A cinque anni da You’re Dead! la domanda da porsi non è, dunque, se questo Flamagra sia un lavoro degno o meno di un ascolto, piuttosto, “cosa ci si aspetta da una sua nuova uscita?”
Se da un lato Ellison è ormai divenuto un punto di riferimento nell’elettronica contemporanea, dall’altro, i suoi migliori spunti sembrano appartenere a una prima parte di carriera di cui oggi rimangono molti echi e poco di nuovo. Flamagra è proprio la sintesi di questo; un ottimo riciclo di quello che è stato, in un calderone troppo disomogeneo. Il trittico iniziale “Heroes/Post Requisite/Heroes in a Half Shell” infatti si presenta subito come qualcosa che avrebbe potuto far parte di qualsiasi suo LP da dieci anni a questa parte, ma funziona. I botti arrivano comunque con la seguente “More”, un pezzo che da solo vale il biglietto, in cui l’esperimento con Kendrick Lamar nel precedente You’re Dead! si ripete con Anderson Paak facendo anche nascere qualche riflessione su come FlyLo al momento, abbia molto più da dire quando fa da tappeto sonoro per qualcuno più vicino alla sua indole hip pop, che fossilizzandosi su schemi troppo abusati. Non è un caso che a ripetere il concetto ci sia “Black Balloons Reprise”, un rap duro in stile classico di Denzel Curry che culmina in cori gospel, trasportandoci in un’atmosfera da heist movie fatto a Hollywood. In mezzo a queste parentesi però si trovano molti, troppi, abbozzi (da “Fire Is Coming” a “Yellow Belly”) non sempre riusciti di universi distanti tra loro. Se “Pilgrim Side Eye” e “Takashi” (quest’ultima è da far girare la testa) coinvolgono come un riflesso proveniente da Cosmogramma che ti avvolge pienamente, “Thank U Malcom” e “Pygmi” esprimono il lato più naturale di Ellison, in cui si lascia andare a un piacevole free jazz. A fare da contrappeso a questo c’è, appunto, una serie di intermezzi e brani che dovrebbero servire da filo conduttore al concept dell’album, ma che risultano essere destabilizzanti e fanno a pugni col resto. “Burning Down the House” sembra appartenere ad un altro album, facendo il verso più al suo film Kuso (o al suo alter ego Captain Murphy) che integrandosi col resto; “Debbye Is Depressed” insiste su atmosfere psichedeliche ridondanti e uccide quella “Say Something” che precede e arriva senza preavviso dando un minuto di sincerità che scalda il cuore, mentre “Land of Honey” e “9 Carrots” non hanno una grande urgenza espressiva risultando essere molto più patinati che significativi (“Spontaneous” in questo senso è l’unico brano con quei suoni che non risulta superficiale).
Questo sali e scendi tra le montagne russe ci dona un artista quasi svogliato nel voler cercare a tutti i costi il colpaccio, giocando più a destreggiarsi nei vari generi in cui è a suo agio, steccando stavolta nel concept poco concreto che a tratti lo penalizza. Aspettando, semmai arriverà, l’arrivo di un nuovo mondo, gli echi di quello vecchio che Flying Lotus ci mostra senza troppi sforzi si fanno ancora ascoltare volentieri, purché non ci si aspetti nulla di più.

 

Recensione di Daniele Pappalardo

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi