Floating Points, Pharoah Sanders & The London Symphony Orchestra – Promises

Floating Points, Pharoah Sanders & The London Symphony Orchestra – Promises

Promises è il compimento di un ambizioso progetto avviato alcuni anni fa da Sam Shepherd, in arte Floating Points, che ha scritto e ha arrangiato questo disco e che ha fortemente voluto la collaborazione con Pharoah Sanders, vera e propria leggenda del jazz.
Si tratta del terzo sforzo di Floating Points sulla lunga distanza, dopo gli splendidi Elaenia nel 2015 e Crushes nel 2019. Album a parte, i fan della prima ora sanno che il buon Sam è autore di alcuni tra i migliori singoli killer dello scorso decennio, in grado di far traballare le pareti di qualsiasi club. Tuttavia, chi lo ha seguito con attenzione sa anche che in diverse occasioni ha dimostrato di sapersi muovere al di fuori dei confini di genere.

In Promises emerge nitidamente la formazione classica di Shepherd, che giostra con autorevolezza tra tappeti di musica elettronica minimale, l’espressivo e mai banale sax di Sanders e rare esplosioni orchestrali.
Ma parliamone di Pharoah, re del sassofono e personaggio che non dovrebbe avere bisogno di presentazioni: una prova maestosa la sua, un canto del cigno che sembra avere del clamoroso a ottant’anni suonati. Se Floating Points è la mente dietro a questo progetto, Sanders è il vero valore aggiunto e proietta l’album in una dimensione sensoriale che trascende il tempo e lo spazio. È musica spirituale, che gioca con i silenzi, con le pause, e il sax fa capolino qui e là con poche ma efficaci note di rara bellezza e ispirazione, regalando fugaci fotografie di paesaggi notturni e solitari.


Promises di fatto è da considerarsi una traccia unica, suddivisa in 9 movimenti, dove la prima parte è più minimale e vede il sassofono di Sanders quale protagonista incontrastato, mentre Shepherd e l’orchestra giocano a nascondino. Ad accompagnare l’ascoltatore per l’intera durata del disco vi è un giro minimale e ripetitivo, che sembra quasi voler simboleggiare il rinnovarsi lento e costante della natura, come il dolce scorrere dell’acqua di un piccolo torrente, o il vento che soffia delicatamente tra le foglie di un albero.

Nella seconda parte del disco Floating Points si sente di più, senza però andare a intaccare la sensazione eterea che pervade tutta la composizione. L’orchestra accompagna e fa da complemento alle basi elettroniche, trovando sfogo in sporadiche ma maestose eruzioni, come nel sesto movimento, che è forse la vera conclusione del climax ascendente di Promises, prima della progressiva ma inesorabile discesa verso una ritrovata tranquillità.


La parola chiave è delicatezza. L’unico potenziale rischio che avrebbe potuto far fallire questo progetto sarebbe stato proprio la volontà di prevaricazione di personalità forti come quelle di Shepherd e Sanders, oppure la tentazione di strafare nell’utilizzo di arrangiamenti orchestrali. Grazie alla sensibilità e al gusto dei musicisti coinvolti, niente di tutto questo accade e il risultato è una composizione minimale, dove ogni tassello è posizionato al posto giusto. All’ascoltatore viene affidato il dolce compito di lasciarsi trasportare, perdersi, per poi ritrovarsi. A questa sensazione contribuiscono momenti di silenzio quasi completo, che vi faranno alzare il volume e chiedere se il disco stia ancora girando. Una volta appurato che sono parte integrante della musica e assolutamente funzionali al risultato finale, non faranno che accrescere l’impressione di smarrimento, seguita ogni volta da una rinnovata consapevolezza. Una menzione speciale va poi al riuscitissimo missaggio, che ci regala la sensazione di ascoltare i musicisti dal vivo, in presa diretta, avvicinando questo disco ai grandi classici jazz del passato. Solo una suggestione, visto che non si tratta propriamente di un disco jazz, ma di una composizione che trascende i generi e anche le generazioni.
Un album con un elevato potere rilassante, quasi onirico, che induce alla riflessione, perfetto per questi tempi strani, in cui non ci si può esimere dal confrontarsi con la propria solitudine e si è costretti a cedere alla convivenza forzata coi nostri pensieri più reconditi. Promises è un viaggio catartico, sogno e forse promessa di un domani migliore.

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