Fleet Foxes – Shore

Fleet Foxes – Shore

Alzi la mano chi credeva che i Fleet Foxes avessero altri colpi in canna sopra la media dopo lo straordinario successo di pubblico e critica che fu Crack-Up. Pochi? Nessuno? La verità è che annoverarli tra i migliori interpreti del folk del nuovo millennio appare come un atto dovuto più che di mera stima. Cosa ci ha spinti allora a metterli in discussione?

La carriera di Robin Pecknold è costellata di successi, riscuote consensi, ma ha anche la particolarità di ruotare attorno a una costante: l’ansia. Sin dagli esordi non ha mai tenuto nascoste le preoccupazioni che avrebbero poi accompagnato l’uscita di ogni suo nuovo lavoro, e Shore non fa eccezione.

La nuova fatica del collettivo di Seattle è il ritratto delle sensazioni del periodo in cui è stato registrata, con un interprete spiritualmente rinato e in grado di accantonare le proprie paure, ritenute da lui stesso insignificanti rispetto a quel che siamo stati chiamati a fronteggiare con l’esplodere della pandemia.

Shore vede la luce in concomitanza del solstizio d’autunno, e la sua uscita viene accompagnata da un film girato su pellicola 16 mm, che trasforma l’album in un’opera audiovisiva. Già dalle prime battute mostra un approccio meno sperimentale rispetto all’acclamato predecessore, che con i suoi arrangiamenti progressive aveva fatto sì che la band raggiungesse il proprio apice. Ecco che risuona il dubbio iniziale: cosa ci ha spinti allora a metterli in discussione?

È semplice: la pesante eredità di Crack-Up avrebbe potuto inficiare sulla qualità del neonato Shore, invece le 15 canzoni che lo compongono quasi non conoscono momenti di stanca e sono pervase di una delicatezza invidiabile.

Ad ispirare la scrittura dei brani sono stati i guru musicali del frontman, come Víctor Jara – cantautore cileno che presta il nome alla quinta traccia del lotto – o Brian Wilson, di cui troviamo un sample vocale in “Cradling Mother, Cradling Woman”, originariamente tratto da una demo contenuta nel box set di Pet Sounds (caposaldo a cui i Nostri devono tanto). “Sunblind”, strumentalmente radiosa, ricorda esplicitamente le numerose influenze della band in quella che vuole essere una sorta di consolatio.

Caratteristica peculiare dell’album è l’armonia creata in alcune tracce con l’ausilio del canto corale e della voce femminile. La seconda soluzione – presente in I Am Easy to Find dei National, dove la sua massiccia presenza risulta ridondante e inefficace per Berninger e soci – è qui affidata alla giovane Uwade Akhere, timbro ideale per questa formula decisamente più vicina all’omonimo debutto piuttosto che alle successive produzioni del gruppo.

È dunque la miglior uscita targata Fleet Foxes? No, chi lo ha preceduto rimane un gradino più in alto; le note negative sono un blocco centrale stranamente poco ispirato e una “Young Man’s Game” di troppo, comunque non abbastanza per un cospicuo calo qualitativo.

La realtà che vuole dipingere Shore è quanto di più speranzoso possa venir fuori dalla penna di Pecknold, una gratitudine esistenziale che pareva irraggiungibile, una leggerezza che avvolge l’ascoltatore in un vortice emotivo capace di conquistare nell’immediato.

La filosofia del disco è racchiusa in “Going-to-the-Sun Road”. In un’intervista rilasciata ad Apple Music il cantante informa di come il titolo si riferisca ad una strada panoramica del Montana, luogo al quale si sente particolarmente legato poiché trascorse la sua infanzia nelle vicinanze. Il testo ci pone dinanzi due strade: frenare lo spirito avventuroso, oppure continuare a seguirlo, conservando però un rifugio, un posto sicuro che ci fornisca lo slancio vitale necessario per andare avanti.

di Giovanni Filippeddu

 

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