Fever Ray – Plunge

Fever Ray – Plunge

Plunge è il secondo album di Fever Ray, progetto parallelo ai Knife di Karin Dreijer Andersson. Arriva a ben otto anni dal primo omonimo disco, tanto che siamo arrivati a credere che fosse una questione ormai archiviata. Sebbene l’uscita del vinile e del CD sia prevista per febbraio 2018, il formato digitale è già disponibile in queste giornate d’autunno, rendendolo dunque abile e arruolato per la chart di fine millesimo.
Lo scriviamo perché ogni pubblicazione di Karin, da Silent Shout in poi, è stata considerata un evento discografico in grado di scuotere le gerarchie acquisite e di entrare in alto, tra le prime posizioni di ogni classifica di webzine o rivista musicale che si rispetti. E nonostante a primo impatto non sembrano esserci clamorose innovazioni nella formula sonora, anche Plunge risulterà pienamente in grado di conquistare i suoi consensi. Il fatto stesso che arrivi senza alcun preavviso e con un videoclip proverbialmente disturbato come quello di “To the Moon and Back”, riesce a suggestionare chi, pur non ammettendolo, si deve ancora riprendere da quella mattonata di Shaking the Habitual, ormai lontana oltre quattro anni e mezzo eppure ancora non del tutto decifrata. Certamente, non da chi ai tempi si era avvicinato a Karin convinto fosse una Kylie Minogue qualunque, grazie a un paio di singoli di maggiore airplay come “Heartbeats” o “Pass This On”. Anzi, per diverso tempo c’è stato chi, pervertito dal suono della sua voce, ha creduto che la modella protagonista del video di “What Else Is There”, in cui la nostra prestava le sue prestazioni vocali ai norvegesi Röyksopp, fosse Karin stessa. Altri, successivamente, possono averla scoperta con la sigla iniziale della serie TV Vikings, in cui figura “If I Had a Heart”,  poi ripresa anche da Breaking Bad, ma poi, in fin dei conti, chi le ha comprato i dischi è stato un pubblico assai poco generico. Insomma, per quanto fondamentalmente pop, la musica di Knife e Fever Ray non sarà mai roba da arena-stadio. Non c’è nulla di domestico, se non alcune frustrazioni che racconta nelle canzoni, in Karin Dreijer Andersson. Anzi, dopo le deviazioni sociopolitiche di Shaking the Habitual, con Plunge si passa a un espressionismo esagitato da 110 Bpm di media, con punte di 150 nel probabile singolo “IDK About You”. Dove i Knife sembrano coinvolgere maggiormente l’emisfero sinistro del cervello, più metodico e cerebrale, il progetto Fever Ray appare più orientato a sviluppare le emozioni dell’emisfero destro, più intuitivo e femmineo. Ma comunque complesso e forse irrimediabilmente compromesso dal vissuto. Prendete e analizzate i testi di queste nuove undici canzoni, e domandatevi se Karin è mai stata così sclerata e provocatoria, per non dire pornografica.  

Mancano del tutto gli strumenti analogici ancora presenti nel Self-Titled del 2008, che svincolavano le melodie dai beat (la chitarra in “When I Grow Up”, per esempio) e rendevano la formula ancora possibilmente legata a principi darkwave, seppure modernizzati e rimodellati secondo una sensibilità tutta scandinava (nonostante l’uso della lingua inglese). Migliora però l’utilizzo dei sintetizzatori, con cui l’artista, assistita nel suo studio di Stoccolma da un team tutto svedese, riesce a creare musica vera, melodica e in grado di reggersi anche senza la sua incredibile voce. Plunge è un grande disco proprio perché rappresenta uno dei migliori esempi di moderno synth-guided pop, nonostante manchi – volontariamente, a questo punto – di singoli spaccaclassifica o di refrain canticchiabili a primo ascolto. E riesce ad esserlo a prescindere dalle qualità vocali di una fuoriclasse, ormai seconda a nessun’altra artista femminile, neanche a Björk.

È chiaro che Karin se ne frega di finire negli airplay delle radio e di competere con chissà chi per la palma di disco dell’anno, quindi speriamo non si offenderà se fra qualche settimana includeremo questo suo secondo albo a nome Fever Ray nella nostra di classifica.

 

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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