Fast Animals and Slow Kids – Forse non è la felicità

Fast Animals and Slow Kids – Forse non è la felicità

Ormai possiamo dirlo ad alta voce e con un pizzico di orgoglio: noi di DYR con i Fast Animals and Slow Kids, band umbra capitanata dal capelluto Aimone Romizi, ci abbiamo visto lungo. Era l’anno 2011 quando abbiamo iniziato a parlare di questa formazione e del suo album di debutto, l’ancora acerbo Cavalli, complice un pugno di incendiarie performance live che ci avevano fatto intuire le buone potenzialità del combo. Da lì in poi nè è passata di acqua sotto i ponti: soprattutto, sono passati due dischi, Hybris (2013) e Alaska (2014), decisamente più compiuti del predecessore, che – grazie alle numerose recensioni positive sulle riviste specializzate ed al passaparola dei fans – hanno reso i FASK una realtà di primissimo piano all’interno della nostra scena post hardcore e non solo.

Sono passati sei anni, e infatti, questi ragazzi hanno acquisito una consapevolezza sempre maggiore nei propri mezzi ed arricchito di volta in volta la propria tavolozza espressiva con colori che un tempo non gli appartenevano, da certe divagazione strumentali quasi progressive, passando per le sonorità maggiormente easy listening di importanti realtà della nostra scena indipendente come i primi Verdena ed i Ministri, fino al recupero di riff che rimandando da vicino all’epopea grunge e post-grunge a stelle e strisce degli anni ’90.

 

Questo nuovo lavoro si inserisce nella scia dei predecessori e non sfigura affatto accanto a loro. Undici tracce per circa quarantasette minuti di musica, che magari non inventano nulla di nuovo, ma lungo le quali i Fast Animals and Slow Kids fanno esattamente quello che ci si aspetta venga fatto in un loro disco. E forse questo è l’unico neo che ci sentiamo di trovare al disco: noi, come molti altri, abbiamo riposto molte speranze in loro, vista la vitalità con cui in passato hanno investito la scena, e sembrava lecito anche un passaggio più coraggioso. 

Azzardi che infatti si intravedono in brani come “Tenera Età”, dove l’affasciante arrangiamento e con il pedale di pianoforte che inserisce un elemento innovativo che sposta l’asticella verso una composizione più matura. Lasciano ben sperare questi spiragli, insieme ai testi che in generale raccontano di amori e sentimenti ribelli sempre viscerali ma più raffinati. Se “La stabilità è crusca per le bestie”, come ribadisce più volte “Montana”, significa intatti che i ragazzi sono cresciuti, non hanno più solo la rabbia della post-adolescenza in corpo, sono diventati uomini, e hanno aggiunto degli strati e chiavi di lettura alla loro musica. L’iniziale “Asteroide”, le adrenaliniche “Giorni di Gloria” e “Annabelle” sono un mix perfetto di rabbia ed energia – fra canti a squarciagola e balli sfrenati da riproporre in sede di concerto (e il rito di un live dei FASK è un’esperienza che va provata per capire fino in fondo) – insieme alla più malinconica e rallentata title track e alla sopra citata “Tenera Età”, si elevano ad episodi migliori del lotto, dove Aimone Romizi lascia trasparire la propria vena poetica/cantautorale, con una qualità media delle composizioni decisamente sopra la media del panorama nazionale. L’album della maturità e (speriamo) della definitiva consacrazione.

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