Elliott, il cielo ti adora

Talentuoso, sensibile, incompreso. Come sempre. Un giorno avremo il coraggio di dare la colpa all’eroina e voltare le spalle ai sentimentalismi, da Kurt Cobain fino a Frank Sinatra, ma fino ad allora accogliamo un altro artista che in condizioni disastrate ha regalato canzoni di bellezza e immediatezza sconvolgenti. Una storia senza sorrisi, catartica nelle musica ma penosa nella sfera personale. Per questo non ci si spingerà oltre i dati fondamentali, lasciando spazio alla discografia.

Elliott Smith nasce in Nebraska da genitori giovani, che divorzieranno dopo sei mesi. Crescerà nella famiglia creata dal secondo matrimonio della madre, vivendo un rapporto problematico col nuovo padre e la setta religiosa della zona, a cui naturalmente partecipa senza avere scelta. Trasferitosi dal suo vero genitore all’età di quattordici anni è già in grado di suonare piano, chitarra e registrare alcuni frammenti di musica su un quattro tracce. Viene iniziato inoltre all’uso abituale di droghe come esperienza, con i nuovi amici. Il primo contratto arriva dopo il college, grazie alla ragazza dell’epoca che lo spinge a proporre le sue canzoni più recenti nell’ambiente discografico. Un EP sarebbe stata una bella soddisfazione. Arriva invece l’album, subito.

Aperta ogni possibilità, escono in breve tempo altri due dischi e una nomination all’Oscar per la canzone “Miss Misery”, seguita dallo scontato contratto major che chiude la prima fase della sua carriera.

La vita personale di Elliott stava però andando in un’altra direzione: l’abuso di sostanze era diventato regolare e senza controllo gettandolo, dopo l’aumento vertiginoso di attenzioni e popolarità, in una fortissima depressione che lo porterà a gettarsi letteralmente da un dirupo, salvandosi solo grazie all’atterraggio contro un albero. D’un tratto gli umori delle sue canzoni, scure ed emotive, diventano realtà: alcool ed eroina iniziano a devastarlo e in tanti passeranno nottate intere cercando di farlo desistere dal provare di nuovo a togliersi la vita. Ci riuscirà finalmente a 34 anni, nel pieno del suo tentativo più importante di ripulirsi.

Perchè andare a scoprire la sua produzione? Perchè almeno musicalmente ci troviamo di fronte a uno dei più lucidi songwriter mai esistiti: un mix di melodie straordinare e cambi improvvisi, continui saliscendi emotivi ben inquadrati nella forma pop. Non è più complicato di così: le canzoni di Elliott Smith, specialmente nella seconda parte di carriera, sono accessibili e colpiscono da subito non lasciandoci mai più.

220px-elliottsmithromancandleRoman Candle (1994) Un debutto lo-fi, fatto di arrangiamenti semplici e registrato in un seminterrato. Le canzoni mostrano i tratti caratteristici che fioriranno pochi anni dopo: stile chitarristico da subito fortemente personale e melodie acerbe ma dotate di carica emotiva notevole. “No Name #4” la più riuscita, “Last Call” segue invece minacciosa, promettendo di far risentire la sua eco un po’ ovunque in XO, album che ancora deve nascere. Suoni leggermente più sereni arrivano da “No Name #1” in un disco che è a tutti gli effetti la presentazione di Elliott Smith e dei suoi umori al mondo. 77/100

elliott_smith_albumElliott Smith (1995) Un anno dopo siamo già di fronte ad un altro artista. Se il suono rimane poco prodotto, aumentano il coraggio nel cantato e l’abilità di dare cambi e varietà a ogni episodio. Le due voci sovrapposte e il clima inquieto sono già costanti da aspettarsi in ogni momento del disco. Siamo però sempre dalle parti del cantautore incompleto, dotato di qualche grande spunto (“St. Ides Heaven”, “Christian Brothers”) ma ancora frenetico, impaziente, nonostante la bellezza innegabile di una “Coming Up Roses” trascinante e già pronta per essere ricordata. “Alphabet Town” è aperta da un’armonica e continua con un incedere che sarà sempre più perfezionato negli album successivi. 79/100

elliott-smith-either-orEither/Or (1997) Basta il primissimo momento in cui si incontra la voce di Elliott per capire: il salto di qualità è avvenuto, l’album sarà qualcosa di bellissimo. Sarà anche qualcosa di troppo intenso e dilaniante per essere ascoltato troppo spesso, però. Se da un lato le melodie iniziano a farsi strepitose nei loro cambi continui, quello che le circonda è esattamente ciò che viene rappresentato nella copertina: un luogo sporco, malato, angoscioso, lasciato a sè stesso. L’album del degrado, nero pur senza richiamarne il colore, una spirale discendente infinitamente pericolosa. “Alameda” e “Cupid’s Trick” sono due drammi interiori ma l’intero album è una trappola mascherata da canzoni, si è già detto, ormai di livello assoluto. Si assimilano subito, tanto sono dirette e precise mentre le quattro mura all’inizio così opprimenti tutto d’un tratto risultano normalissime. Entra in atto la dipendenza e non sembra così male. “Ballad of Big Nothing” è pop, “Rose Parade” naturalmente positiva, “Punch and Judy” ci sta cullando verso un posto bellissimo. Quello che sembrava da evitare diventa in un attimo tutto ciò che vogliamo. Un paragone, un intero disco davvero troppo vicino all’immagine di un Elliott Smith steso e alterato da qualche parte per essere fatto proprio. Il momento di lucidità in questo caso è “Say Yes”, durante la quale si scorda di sè stesso e confeziona una delle più belle, tenere e immediate canzoni d’amore mai ascoltate. La conclusione di un album spesso impossibile da ascoltare tutto d’un fiato, un’esperienza di intensità assoluta. 85/100

elliott-smith-xoXO (1998) È il primo disco sotto major, ripulito da molta dell’atmosfera decadente dei precedecessori e il primo dotato di una grande accessibilità. Notturno, in qualche modo, è sotto diversi aspetti il vertice della produzione di Smith, sempre più abile a legare frammenti diversi ma complementari all’interno della stessa canzone: “Waltz #2” è un saliscendi continuo di voce ora calma ora in salita vertiginosa, grazie a un cambio di accordi ormai marchio di fabbrica riconoscibile. Se la prima parte del disco risulta tutto sommato lo sviluppo definitivo di schemi già familiari, è dopo la metà che si cambia marcia: partendo dall’immediatezza pop (ma con quanta classe..) di “Bled White” la forza dell’interpretazione di Elliott cresce, andando a scagliarsi contro i muri di chitarre di “Amity”, dominandoli in “Question Mark” che stacca il ritornello meraviglioso con un momento dei più alti nella sua discografia. Non solo accelerazioni, ma anche una “Oh Well, Okay” che spiazza per la naturalezza con la quale lentamente avanza, sempre più bella, sempre più in crescendo. “Bottle Up and Explode” è invece una sorta di riassunto generale di tutto ciò che la ha preceduta con l’unione di emotività, cambi di tempo e una voce ora tirata ora calda e rassicurante. Compattezza e produzione più curata lo rendono un ascolto facile, il talento melodico invece gli dona quel qualcosa in più che eleva l’album a capolavoro. 86/100

220px-elliott_smith_figure_8_cover-150x150Figure 8 (2000) Continua la strada verso l’esportazione di Elliott Smith al mondo. Più chiaro nei toni e stratificato, Figure 8 riflette il periodo passato a Los Angeles facendosi in diversi momenti adatto all’ascolto radiofonico, obiettivo naturale che la Dreamworks sta cercando di raggiungere. La scrittura, però, è sempre stellare e basta l’apertura di “Son of Sam” per presentare la nuova versione di Smith senza perdere per strada un talento ormai costante ad altissimi livelli. “Junk Bond Trader” si muove in grandi spazi e alterna durezza degli strumenti a una melodia determinata e sentita allo stesso tempo. Sono gli episodi meno vicini al vecchio intimismo quelli più efficaci, quelli che assecondano una produzione lontana anni luce dagli inizi della carriera. La forma pop permette i salti di melodia di “Stupidity Tries” e il crescendo iniziale di “Wouldn’t Mama Be Proud”, gemella della “Bled White” di XO, mentre “Happiness” parte lineare e si trasforma nella seconda parte, con il toccante desiderio espresso da Elliott: tutto quello che voglio è felicità per te e me. Semplice, diretto, micidiale. Un album per tutti. 82/100

elliott_smith_from_a_basement_on_the_hill_coverOn a Basement Down the Hill (2004) Postumo ma in lavorazione da anni, è caratterizzato da influenze noise, l’ultima grande attrazione provata da Elliott. L’album parte semplicemente rombando: “Coast to Coast” suona caotica, enorme, come mai successo fin ad ora in un repertorio mai sopra le righe come suono e attitudine. La scarica iniziale la si ritroverà raramente nel corso del disco a fronte però di un lavoro estremamente compatto nella sua confusione di chitarre sovrapposte. “Don’t Go Down” possiede lo stacco dimesso tanto efficace quanto ormai abituale, “A Fond Farewell” riprende lo spirito pop di Figure 8 disarmando per bellezza e semplicità. Il colpo decisivo, però, arriva con “Twilight”, che torna dalle parti di Either/Or trasformandosi in un momento di intensità straordinaria. La situazione ritornerà movimentata prima con una “Shooting Star” difficile e piena di dettagli poi con la strepitosa conclusione di “A Distorted Reality Is a Necessity to Be Free” che lega melodie una più bella e commovente dell’altra. Sono i fuochi d’artificio, il gran finale su ciò che è stato, e sarà per i tanti che lo scopriranno, Elliott Smith. 85/100

elliott-smith-new-moonNew Moon (2007) Se una raccolta non la si nega ormai a nessuno, specialmente quando non può opporsi, bisogna anche riconoscere il valore di questa uscita, a tutti gli effetti un doppio album di inediti, canzoni complete con la propria ragione di esistere. Tutto New Moon suona calmo, emotivamente ripulito e un po’ surreale: è lo sguardo al dopo, al campo di battaglia ormai deserto, a un cantautore non più tra noi ma con ancora qualcosa da riportare alla luce. Assolutamente memorabili sono “All Cleaned Out” e “See You Later”, dalle melodie troppo belle per credere siano state tenute fuori da chissà quale album. Notevoli anche la più elettrica, viscerale “Fear City” e “New Monkey”, con un Elliott a tirare la voce ben oltre i suoi standard. Eleggerle a canzoni che valgono da sole l’ascolto sarebbe comodo, la verità è che ogni singolo episodio potrebbe smuovere, emozionare, esattamente come il resto di una discografia inimitabile. 73/100

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