Electro report 2018, pt. I

Come promesso, eccoci con un report che copre alcune delle uscite di musica elettronica di questo primo spezzone del 2018. Invece di cercare di essere esaustivi e parlare di tutto ciò che abbiamo ascoltato, abbiamo selezionato quegli album che ci hanno ispirato parole e immagini. Crediamo che almeno quattro o cinque di questi siano già potenziale materiale per la classica chart di fine anno, per cui drizzate le orecchie fin da ora. La mancanza più rilevante, per il momento, sembra essere Chemistry Lessons Volume 1 del Throbbing Gristle Chris Carter, molto stuzzicante per gli appassionati di minimal synth e dintorni ma uscito a report praticamente già chiuso. In fondo, una piccola lista degli altri dischi che potrebbero essere degni di interesse e che, come al solito, nel giro di tre mesi potrebbero crescere enormemente o finire nel dimenticatoio. Nel frattempo, attendiamo con ansia l’uscita del nuovo di Jon Hopkins: “Emerald Rush” è quel tipo di anteprima che suona esattamente come ti aspetti ma che non può fare a meno di esaltarti.

A.A.L. (Against All Logic) – 2012-2017
Sì e no. Ancora scottato dalla trollata di qualche mese fa in cui il mio amore Nicolino Jaar annunciava l’uscita ormai imminente di un album ambient, apprendo sui soliti siti dell’uscita di un LP a nome Against All Logic, ovviamente per Other People – e per chi, sennò? AAL non è un progetto da disprezzare, tutte le tracce che ascoltate del Jaar (inter)nazionale uscite sotto questo moniker sono sempre state tracce da club di alto livello. Però, appunto, sempre di tracce da club si tratta, quindi la loro natura non è certo quella dell’LP, è quella del singolo, del 12″ a/b, del mix, potrei continuare ma ci siamo capiti. Oh, le canzoni non è che non ci sono eh, anzi. Anche solo le prime 4 hanno dei momenti a dir poco esaltanti, e le successive non sono certo da meno. Personalmente al primo ascolto avevo l’espressione di Dikembe Mutombo durante l’All Star Saturday di due anni fa, stiamo comunque parlando di un fenomeno. Però come si diceva, se il voto lo si deve dare all’LP 2012-2017, non si riesce ad andare oltre un certo numero; anche perché, guardiamoci in faccia, quello che ci piace di Nicolino Jaar non sono certo solo le robe deep house, c’è molto altro che lo rende uno dei nomi principali della musica di questi anni. Se in caso non l’abbiate capito da soli finora, perché a noi sembra abbastanza evidente, stiamo facendo un gran lavoro di chiagn e fott in questa recensione, perché nonostante l’LP non sarà certo alla numero 1 della chart electro 2018, potete scommetervi la macchina che robe come Now U Got Me Hooked o Some Kind of Game finiranno in ogni singola playlist o classifica. 78/100
Edoardo Ardito


AA. VV. – I Could Go Anywhere But Again I Go With You
Ci sono compilation e compilation. Negli ultimi anni abbiamo assistito a numerosi esempi virtuosi: il formato ha dato infatti il meglio di sé quando è stato capace di costruire la tracklist attorno ad una tematica ben precisa, che giustificasse anche le deviazioni. Per rimanere al solo 2017, basti pensare a Mono no Aware della Pan, che non è il disco electro dell’anno per caso, o a Diggin’ in the Carts dell’Hyperdub. Non è questo il caso per I Could Go Anywhere But Again I Go With You della Posh Isolation. Ma, chiariamo subito, non perché la qualità non sia all’altezza, bensì solo perché il tema non è così facilmente intelligibile come altri casi ben più noti. La bellezza di quest’uscita sta proprio in questo – nonostante l’assenza di un filo conduttore chiaro, riesce a tenere insieme pezzi che riportano alla mente tantissimi riferimenti diversi, e che difficilmente si potrebbe pensare presenti nella stessa tracklist. Basta dare uno sguardo alla tracklist durante l’ascolto: PANXING che sembra fare una traccia degli Sigur Rós, i synth statici ma minacciosi di Age Coin, lo shoegaze della collaborazione tra Soho Rezanejad e Frederik Valentin, il vocoder di un Kanye West con la botta triste di Khalil (di cui consigliamo caldamente The Water We Drink, uscito lo scorso anno proprio su Posh Isolation), la presenza dei già noti Varg e Kyo. Cosa ci fanno tutti insieme? Ecco, a ben vedere forse un filo in comune lo si può rintracciare, ma non è niente che si riesca ad esprimere a parole. Se durante l’ascolto provi a guardare la copertina, non avverti anche tu un familiare senso di vuoto? 76/100
Edoardo Ardito


AA. VV. – In Death’s Dream Kingdom
Che stiamo attraversando tempi difficili non lo scopriamo certo con questa compilation. La Houndstooth, braccio armato del Fabric di Londra (a proposito, è ancora aperto?), ha chiesto a una serie di artisti tra i più sperimentali del panorama electro di comporre qualcosa ispirandosi alla poesia The Hollow Men di T. S. Eliot. La poesia, facendo un’introduzione velocissima e imprecisa, descrive appunto questi uomini vuoti, risultato della prima guerra mondiale, in cui hanno partecipato senza però trovare, per così dire, sollievo “in death’s dream kingdom”, nel regno di sogno della morte. Più e più voci hanno parlato del parallelismo tra questo scenario non proprio accomodante e la nostra era post-verità post-Trump e post-Brexit – riporto solo quanto letto perché questo tipo di paragoni lascia il tempo che trova e si possono fare con qualsiasi situazione storicamente complessa e cosparsa d’ignoranza e pregiudizio, quindi prendiamolo a beneficio d’inventario e andiamo avanti. È chiaro come l’etichetta abbia dato agli artisti solo una traccia tematica da seguire senza porre loro alcun limite: a comporre la tracklist ci sono 25 (venticinque!) artisti con pezzi che vanno dai 3 ai 10 minuti, per un totale di circa due ore di musica. Anche le modalità di distribuzione sono abbastanza curiose. Le venticinque tracce sono state infatti rilasciate a manche, raccolte in una playlist su Spotify e poi, a quanto pare, anche in versione fisica disponibile solo in pre-order. Ma passiamo alla musica, che è la sostanza per la quale siamo qui. Come dicevamo prima, il tema è importante e, nonostante sia solo una suggestione (apparentemente solo Hodge e Gazelle Twin usano parti della poesia nelle tracce), risulta molto importante perché serve ad omogeneizzare tutto quanto. Nonostante, come dicevo prima, ci siano tracce di lunghezza molto diversa tra loro, dalle suggestioni di 3 minuti ai behemot da 10/11, il tono è lo stesso, quello di una dannazione che non trova via d’uscita ma solo un abbandonarsi in un non meglio identificato oblio dark ambient. Anche le tracce con un bpm un po’ più alto (penso in particolare a quelle di Lanark Artefax e di Peder Mannerfelt in apertura o a quella già citata prima di Hodge) hanno sì un ritmo più accentuato, ma non è un beat, non si trova mai rifugio in una melodia vera e propria ma, anzi, questi bassi martellanti non fanno altro che aumentare l’alienazione e il disagio. Sensazione che, è inutile ribadirlo, è ben presente anche nelle tracce che questi bpm non li hanno: prendete il finale di Rat’s Coat o la successiva traccia di Roly Porter, solo per citare due tracce contigue. In conclusione, la durata mastodontica è forse il minore dei motivi per il quale questo disco non è certo quello di cui faremo 400 ascolti su Last.fm, ma è comunque un’esperienza autentica e originale, che consigliamo caldamente soprattutto se fatta con un buon impianto in un ambiente silenzioso. 83/100
Edoardo Ardito


Alva Noto & Ryuichi Sakamoto – Glass
Glass è musica, ma anche architettura e pittura. L’uscita porta in formato collezionabile la performance di Alva Noto e Ryuichi Sakamoto all’interno della Glass House dell’architetto Philip Johnson, che al momento della registrazione (2016) ospitava anche un’installazione dell’artista Yayoi Kusama. Si tratta di una meravigliosa drone ambient che sembra esser costituita da suoni completamente alieni (ricordate quelli del vecchio progetto Soisong di Peter Christopherson?), e che invece provengono dalle apparecchiature hi-tech dei due musicisti e, cosa più interessante, dall’edificio stesso, diventato nelle loro mani uno strumento musicale vero e proprio. All’interno della confezione del disco, una nota racconta come un temporale improvviso avesse costretto tutti all’interno della casa, prima di lasciare spazio ad un coloratissimo tramonto. Per avere un’idea più precisa, date un’occhiata qui prima di metterlo su e confondervi nel suono come quelle gocce di pioggia in movimento sulle pareti di vetro. 84/100
Pierluigi Ruffolo


Answer Code Request – Gens
All’inizio di un nuovo anno, ogni volta, ci si affanna nel tentativo di scovare qualche nuovo disco che sia effettivamente degno di essere portato fino a dicembre. Gens, opera del Berghain resident Answer Code Request, è una delle prime uscite electro del 2018 che probabilmente ci porteremo dietro fino almeno fino al momento in cui stileremo le rituali classifiche. Nonostante non lasci immediatamente a bocca aperta, la consistenza è notevole: tutti i pezzi viaggiano sullo stesso, buono se non ottimo, livello, e probabilmente gli manca solo una “Search. Reveal” ad elevare il tutto in maniera definitiva. Il suono atipicamente techno di Gens, sospeso tra il classico e il nuovo, tra il soffice e il granuloso, tra Germania e UK, massaggia e stimola piacevolmente i timpani, aggiungendo qualche pennellata al ritratto dell’IDM di questi anni. 82/100
Pierluigi Ruffolo


Dedekind Cut – Tahoe
Continua la crisi mistica di Fred Warmsley III, personaggio multiforme avvezzo ai cambi d’identità. Dopo un’iniziale carriera da beatmaker nell’hip hop sotto il nome di Lee Bannon, il trentenne californiano ha ceduto a impulsi introspettivi e ha vissuto una sbronza indimenticabile con R Plus Seven dalla quale ha preso vita $uccessor, uno dei picchi creativi nell’elettronica del 2016. Non che il ragazzo debba vergognarsi della notte trasgressiva, anzi: la difficoltà nel mantenersi originali nell’ambient è spesso sottovalutata e non c’è nulla di male nel rivolgersi a esperti come Lopatin o Basinski, quest’ultimo la guida spirituale di Tahoe, l’attesissima seconda prova di Dedekind Cut. Se la forza motrice del debutto era quel linguaggio alieno di sequenze fantascientifiche di beat, synth e voci comprensibili solo all’autore, nel nuovo album la bussola di Fred si è persa nello spazio infinito dei Disintegration Loops, dove la mente medita in estasi e le note celestiali si rincorrono indisturbate fra di loro in eterno (ok, non proprio in eterno ma i 10 minuti di “The Crossing Guard” parlano chiaro). E qui sta il punto: perfino un gigante come Basinski ha avuto bisogno della fortuita (e tragica) coincidenza dell’11 settembre per donare personalità al suo lavoro. Perché purtroppo nell’ambient è così: un secondo sei il nuovo genio celebrato da tutti, quello dopo sprofondi nell’anonimato. Per questo Fred si è dovuto inventare qualcosa: prima di tutto una bell’ambientazione naturista (il Tahoe è un lago situato tra la California e il Nevada) con tanto di suoni dal vivo nella titletrack e in “Hollow Earth”, poi ancora qualche tocco di pennello ispirato ad altri colleghi come Tim Hecker, riconoscibile nella nebbia di “Spiral”. Ma la tentazione originale è dura da reprimere e in “MMXIX” fa un passo indietro, mostrandoci l’acqua luminescente e i pesci multicolore del lago utilizzando di nuovo le strutture complicate di $uccessor, perché sono un percorso sicuro e già provato. Bravo Fred a tentare qualcosa di nuovo, ma si può fare di meglio. Diamogli tempo. 73/100
Manuel Dal Fara


George FitzGerald – All That Must Be
Niente, sembra proprio che anche il nuovo All That Must Be non sia che un altro indizio del fatto che Fading Love potrebbe essere stato un colpo fortunato e irripetibile. Anche solo facendo un’analisi rapida delle sue uscite, è evidente che Fading Love fosse un episodio nuovo nella discografia di George FitzGerald. Fino ad allora, infatti, le sue uscite erano tranquillamente catalogabili come house tradizionale, così come lo erano anche i formati: se si vanno a contare sulla sua pagina RYM gli EP e i singoli si arriva alla doppia cifra. Poi nel 2015 fa uscire il suo primo album e cambia completamente le carte in tavola. Sempre di house si parla, al 100%, però abbandona i tag “deep” e “tech” usati fino ad allora, tira in mezzo due vocalist (Boxed In e Lawrence Hart) e compone un disco sì di spirito puramente electro ma anche incredibilmente caldo, emozionale ed umano, cose che raramente associamo a musica di questo tipo – quantomeno in questi ambienti, poi le robacce da discoteca le conosciamo tutti. La formula è la stessa per All That Must Be, ma è bene sottolineare le differenze. Una su tutte, che secondo me rende bene l’idea del distacco di questo nuovo disco dal precedente, è che ci sono tantissime tracce strumentali, in cui la voce non è altro che uno degli elementi melodici insieme a synt, bassi e beat (prendere come esempio Echo Forgets). L’impressione, che si fa via via più forte col passare degli ascolti, è che manchi proprio la carica pop di Fading Love, in cui la voce era messa in primo piano e tutto era costruito per farla risaltare, mentre qui è spesso il contrario. La carica emotiva c’è sempre, ma non basta a fare il risultato, di dischi house con questo mood ne abbiamo ascoltati a pacchi. Oh, chiariamoci, ci sono comunque belle canzoni. Nobody But You e Half-Light (Night Version) sono pezzi che ricordano da vicino le eccellenze del 2015, e comunque ci sono ottimi momenti sparsi per tutto l’album. Però ecco, si sperava in qualcosa di più. 66/100
Edoardo Ardito


Guy Gerber – What to Do
Questo What to Do dura appena venti minuti, quindi saremo brevi. Guy Gerber ci ha sempre garbato tantissimo, nonostante l’ultimo album a suo nome sia del 2008 e ormai lavori più che altro in piccoli formati – escluso il suo superlativo Fabric 64, che però è utilissimo per capire il suo approccio e, per così dire, il suo scopo. La dimensione di Guy Gerber infatti è il live, e la bellezza della sua musica non sta nella costruzione di un discorso all’interno di un album, ma nel calore umano che riesce a mettere in ogni traccia pur rimanendo ben saldo nei confini della “sua” tech house. Questo nuovo EP non fa eccezione: Night of the Gold Diggers e Hummingbird Blues sono due pezzi da dancefloor fantastici, smuoviculo veri, mentre la titletrack è meno smaccatamente ballabile e molto più romantica, come un’introduzione firmata per non lasciare dubbi sulla paternità delle tracce a seguire. Dio, quanto vorrei vedere Guy Gerber dal vivo. 75/100
Edoardo Ardito


Pendant – Make Me Know You Sweet
Nel 2018 è davvero difficile scrivere di musica ambient elettronica senza utilizzare le stesse parole e costruzioni fattitive con verbo percettivo più l’infinito. E un albo come quello di debutto di Pendant – altrimenti noto ai più come Huerco S., e quindi non proprio un esordiente – è giusto quello che ti aspetti dal tag di riferimento del genere. L’autore del capolavoro For Those Of You Who Have Never (And Also Those Who Have), dopo aver fondato l’etichetta West Mineral Ltd, ha scelto di cambiare ancora moniker – all’anagrafe di Kansas City è altrimenti registrato come Brian Leeds – e di incidere Make Me Know You Sweet, un LP di suono ambientale che sfocia in un delta di diramazioni che dirigono all’induzione all’animazione sospesa, a un drone leggero ma comunque alieno, o a un paesaggio naturalistico allucinatorio, come nella magnifica quarta traccia “IBX-BZC”, forse la più innovativa del lotto, nella sua nebbia fitta e misteriosa. Quando poi indossi le cuffie e la vicenda finisce per insospettirti circa altre presenze nel tuo appartamento, il link non può che essere ai Selected Ambient Works di Aphex Twin, a cui Pendant sembra quasi voler recare omaggio, a partire dai titoli delle sezioni. Tutto pare – ed è – rallentato rispetto alle soluzioni stilistiche di Huerco S., e apparentemente più caldo e rilassato, sebbene pure nel viaggio che svolge la mente che vi si abbandona, gli interventi di problematiche terrestri continuano a intromettersi nel flusso sonoro, di tanto in tanto: questa è roba che potrebbe aiutare molti psicanalisti. Ma al di là di tutte queste parole che possono essere di poco effetto, va davvero incoraggiato l’acquisto di un lavoro così creativo, in un genere che troppo spesso campa di cliché. Ti puoi sforzare di trovare un disco ambient altrettanto riuscito negli ultimi cinque, dieci anni. E non è detto che te ne vengano in mente più di un paio. Va da sé che Make Me Know You Sweet è una delle migliori uscite che potessero capitare all’intero filone. 84/100
Daniele Sassi


тпсб – Sekundeschlaf
L’unica parola d’ordine qui è “vintage”. Si può girare quanto si vuole intorno al nome dell’album o del progetto, ma non ne viene fuori granché. Andiamo con ordine. Il nome del disco, “Sekundenschlaf”, in tedesco dovrebbe indicare una specie di colpo di sonno al volante, che dà tutt’altra rilevanza alla copertina, che diventa di colpo tremenda (ovviamente il condizionale è d’obbligo, e se sapete il tedesco e volete correggerci, please do). Il nome del gruppo (?) pare sia l’abbreviazione di una scritta russa lungherrima che significherebbe qualcosa come “passato oscuro futuro luminoso”; anche qui, condizionale d’obbligo eccetera eccetera. È pur vero che, se consideriamo che esce per Blackest Ever Black c’è poco da sorprendersi della minacciosità e del disagio procurato dai concetti dietro quest’uscita, ma tant’è. In apertura si diceva del vintage. Se in vari approfondimenti sul concept, infatti, si legge di richiami evidenti alla classe operaia o addirittura all’URSS, dal punto di vista puramente sonoro questo è vintage purissimo, si prende la Delorean e si torna dritti dritti ai primi anni ’90. L’unico punto in cui la techno ambient smette di sussurrarci “selected ambient works 85-92” è l’ultima traccia, l’unica in cui la jungle d’epoca prevale sulla nebbia dei synth eterei che ammantano praticamente tutti gli altri 6 pezzi. Ci sarebbe anche da specificare che non stiamo comunque parlando di tracce con uno sviluppo organico e ragionato, ma quasi di schegge dal cambiamento improvviso: viene introdotto un elemento e, invece che svilupparlo gradualmente, va a sovrastare tutto quanto costruito fino a quel momento, e poi magari il pezzo finisce. Come se la soglia di attenzione sia modificata. Come, appunto, se ci si sta per addormentare mentre si guida. 72/100
Edoardo Ardito

Coordinate extra:
Alva Noto – Unieqav (minimal techno, glitch)
Astrid Sonne – Human Lines (ambient, glitch)
Chris Carter – Chemistry Lessons Volume 1 (minimal synth)
Debit – Animus (idm)
DJ Nigga Fox – Crânio (afro house)
Electric Indigo – 5 1 1 5 9 3 (experimental techno)
Hieroglyphic Being – The Red Notes (acid house)
P. Adrix – Álbum Desconhecido (afro house)
Rezzett – Rezzett LP (lo-fi house)
Wælder – Non Places (ambient techno)

Leggo fumetti e ascolto musica molto più di quanto sarebbe sano, ma molto meno di quanto vorrei. Tampono il vuoto con serie, film e pigrizia.

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