Discography Ranking: The Melvins

Ci sono dischi capaci di veicolare e insieme plasmare le caratteristiche di un’intera scena musicale. Ma è possibile lasciare il segno anche in maniera diversa, e non è strettamente necessario vendere tante copie per scrivere la storia della musica. Alcuni album non sono posseduti da molti, ma semplicemente sono finiti nel posto al momento giusto. È così che i Melvins hanno fatto scuola, senza volerlo.
Nel 1984 esce My War dei Black Flag. Nello stesso anno, in una high school qualunque di Montesano, nello Stato di Washington, tre ragazzi mettono su una band hardcore punk con l’intenzione di emulare le gesta di Henry Rollins e compagni. Il trio è composto da Roger “Buzz” Osborne (chitarra e voce), Mike Dillard (batteria) e Matt Lukin (basso). L’anno successivo Dillard abbandona i Melvins. Al suo posto arriva Dale Crover, batterista muscolare e velocissimo, dallo stile cervellotico, che resterà sempre al fianco di King Buzzo e costituirà la spina dorsale dei Melvins. Il primo capitolo della saga esce su C/Z Records, è un EP di 6 pezzi e si intitola semplicemente 6 songs. Il biennio ’87-’88 segna un vero punto di svolta. Esce il primo album (Gluey Porch Treatments), Matt Lukin lascia la band per entrare nei Mudhoney, Buzzo e Crover decidono di trasferirsi in California. Da questo momento in poi i Melvins faticheranno a fermarsi e produrranno una mole discografica composta da più di quaranta pubblicazioni tra album, EP e raccolte. Il basso viene inizialmente affidato a Lori Black (Lorax), ma nel corso degli anni la band cambierà spessissimo bassista, al punto che Buzzo ha deciso di creare un sito internet che li elenca tutti. Ciò nonostante anche questo strumento non giocherà un ruolo marginale, ma al contrario contribuirà attivamente a plasmare il sound del trio. 

Immaginate un rettangolo costituito da quattro quadrati: i primi Black Sabbath, quelli buoni; i Black Flag; il grunge più sporco e primitivo e l’ambient. Il suono dei Melvins si è mosso incessantemente all’interno di questo rettangolo. Difficile da descrivere, impossibile da catalogare. Riff di chitarra sabbatiani portati ad una lentezza esasperata o ad una velocità incontrollata, tinti di suoni sporchi e approssimativi, inseriti all’interno di strutture brevissime o molto lunghe. In mezzo un basso e una batteria martellanti e una serie di sperimentazioni, capaci di donare ai dischi migliori dei Melvins una natura unica. Un suono così ha influenzato mondi musicali che altrimenti non si sarebbero mai incontrati. Il doom, il grunge, lo stoner, il metal più alternativo e quello più istituzionale. Tanti gli estimatori di quella che possiamo definire una vera band di culto. Kurt Cobain, vecchio compagno di scuola di Buzzo, li ha definiti “il passato, il presente e il futuro della musica” e ha prodotto per loro Houdini, disco della fase più mainstream del trio, che fra il ’93 e il ’96 ha pubblicato per la major Atlantic. Adam Jones ha consumato alcuni dischi di Buzzo e compare in diversi lavori fra cui Hostile Ambient Takeover e Pigs of the Roman Empire. Mike Patton ha fondato con Osborne i Fantômas, ma soprattutto ha messo sotto contratto i Melvins con la sua Ipecac alla fine dei Novanta.
Orientarsi nella vasta discografia dei Melvins però non è facilissimo. Abbiamo scelto per voi questi dieci dischi che insieme rappresentano gli apici e le varie fasi che la band ha attraversato.

The Maggot (1999). Primo tassello di una trilogia che comprenderà anche The Bootlicker (1999) e The Crybaby (2000), questo disco rappresenta degnamente la rottura del legame con l’Atlantic. Liberi dalle imposizioni della major, il trio pubblicherà materiale in abbondanza, prima con la Amphetamine Reptile (una raccolta e un live) e poi, proprio a partire da questo album, con la Ipecac. Al basso – dopo la parentesi con Mark Deutrom – arriva il suono granitico di Kevin Rutmanis, presente anche nei primi due dischi dei Tomahawk. I brani che compongono questi quaranta minuti, sono quasi sempre lenti e acidi, in quella che possiamo definire quasi come una facciata introspettiva del trio. Nel giro di qualche anno i Melvins torneranno a ruggire come un tempo. Primi passi di un nuovo inizio.

Key Tracks: AMAZON; Manky; The Green Manalishi (With the Two Pronged Crown) 

6 Songs (1986). Il primo lavoro firmato Melvins è un EP di sole 6 tracce che esce su C/Z. 6 Songs verrà ripubblicato dalla stessa etichetta nel 1990 in altre due versioni (8 Songs e 10 Songs) e ancora dalla Ipecac nel 2003 col titolo 26 Songs. Un quarto d’ora di caos puro da cui viene fuori l’anima più grezza e primordiale di questa band, in quello che è il disco che forse meglio di ogni altro rappresenta l’indole punk hardcore del combo americano. La storia dei Melvins parte da queste sei schegge tra lamento e foga agonistica.

Key Tracks: Easy as It Was; At a Crawl

Stag (1996). Venuti alla ribalta solo con Houdini, i Melvins devono pure sopportare le critiche dei fan, quelli della prima ora che li accusano di essersi ammorbiditi e commercializzati con il passaggio alla Atlantic. Assurdo, un po’ lo stesso che stava capitando ai Jesus Lizard e in dimensioni diverse a chi aveva già avuto successo negli Ottanta e stava passando alla cassa solo a metà anni Novanta. In questo contesto, Stag offre una nuova prova di coraggio e forte identità, andando a muoversi fra feedback pesanti (“Soup”), riverberi orientaleggianti (“The Bit”, uno dei pezzi migliori del loro catalogo) e addirittura una ballata (“Black Block”). Dei tre su Atlantic, Stag è decisamente il più creativo. Quando però si vanno a fare i conti, diventa chiaro a tutti, pure ai Melvins stessi, il fatto che in una major proprio non ci possono stare.

Key Tracks: The Bit; Soup; Black Block

Hostile Ambient Takeover (2002). Accasatisi alla Ipecac di Mike Patton e a cavallo tra i due secoli, la parola d’ordine della nuova fase è sperimentalismo. Nel 2001 esce Electroretard, inciso in parte con la tecnica del backmasking, vale a dire al contrario. Il 2004 è l’anno di Pigs of the Roman Empire, disco scritto e prodotto in collaborazione con Lustmord, maestro della scena ambient. In mezzo a questi due lavori esce Hostile Ambient Takeover, che in un certo senso anticipa la collaborazione col musicista gallese. L’ambient noise contamina e aggiorna il suono dei Melvins in tracce come “Foaming” e “The Anti-Vermin Seed”. E c’è anche Adam Jones dei Tool al sintetizzatore!

Key Tracks: Black Stooges; Foaming; The Anti-Vermin Seed

Bullhead (1991). Dal nuovo campo base di San Francisco arrivano onde sonore grassissime, ipnotiche, agoniche che divengono il punto di riferimento per molte realtà sludge, drone e stoner metal degli anni a venire (su tutti i Boris, che scelgono il loro nome dall’omonima traccia di apertura di Bullhead). I Melvins sono una band relativamente giovane, ma è già chiaro che non fanno esattamente parte della canonica del grunge che imperversa là fuori, e che anzi sono destinati a fare categoria a parte, lontano dagli stereotipi e dalle classifiche. D’altronde se in pieno 1991 il pezzo più easy che metti in commercio è “Anaconda”, non puoi pretendere di finire su Saturday Night Live. Peccato per la banalità quasi metallica di “Zodiac” e la faciloneria di “It’s Showed”, altrimenti avremmo avuto di fronte il disco più importante di Buzzo e Crover.

Key Tracks: Anaconda; Zodiac; It’s Showed

Ozma (1989). Per i Melvins da Aberdeen – al contrario di quanto non fosse per quell’altra band della cittadina della contea di Seattle – melodia significa peccato. Con Lorax al basso, Buzzo e Dale si spostano nella frivola e libertina San Francisco per incidere Ozma. Dalla pioggia passano al sole quindi, ma si sa, coi Melvins non si scherza: solo cupe nuvole imperversano in questo lavoro che chiude i loro Ottanta, né riesce a fare capolino la colorata psichedelia californiana. Un distillato di zolfo versato in una profonda coppa con affisso il logo dei Sabbath, niente più che veleno in musica. Una disco che molti amanti dello stoner e del post-metal dovrebbero venerare, piuttosto che rincorrere surrogati di surrogati.

Key Tracks: At a Crawl, Raise a Paw, Love Thing

(A) Senile Animal (2006). I Melvins sono ancora in giro, non mollano e continuano dignitosamente a pubblicare nuova musica e a suonare dal vivo. Dopo le pur dignitose collaborazioni con Lustmord e Jello Biafra, bisogna scorrere fino al 2006 per un nuovo capitolo da soli. (A) Senile Animal si avvale della collaborazione dei Big Business, band alternative metal di Seattle, attiva dal 2004, al posto del bassista Kevin Rutmanis, esodato contemporaneamente da Melvins e Tomahawk a tutt’oggi senza motivazione. Quello che all’epoca era un duo costituito da batteria e basso viene interamente reclutato per la registrazione di questo lavoro. Al fianco di Dale Crover dunque troviamo Coady Willis, al basso invece Jarde Warren non affianca nessuno perché al momento i Melvins sono senza bassista. Le due batterie rappresentano l’elemento che fa brillare di luce propria il disco, ma va ugualmente sottolineato lo straordinario stato di forma del duo Crover/Osborne. Le dieci tracce che compongono (A) Senile Animal sono veloci, ruvide e incisive come non succedeva da un po’ e come non accadrà mai più. Lo Stoner Witch dei nostri tempi.

Key Tracks: Civilized Worm; Blood Witch; The Talking Horse

Lysol (1992). L’ultimo tomo su Boner prima del passaggio alla major Atlantic è inserito a ragione tra i capisaldi di un intero nuovo movimento, di cui è il punto di partenza vero è proprio: con i 10 minuti e 46 secondi di “Hung Bunny”, i Melvins hanno inventato il genere drone. Fosse solo per questo, la ditta Osborne/Crover meriterebbe un posto nella hall of fame del rock. Si consiglia la versione CD in questo caso, in cui le 6 tracce (di cui 2 incredibili cover di Alice Cooper e una dei Flipper, anch’essa riuscitissima) compaiono come un’unica traccia senza interruzioni, come inizialmente erano intese.

Key Tracks: Hung Bunny; Roman Dog Bird; Sacrifice

Houdini (1993). Dopo l’uscita di Nevermind gran parte dei gruppi legati direttamente o indirettamente alla scena grunge riescono ad accaparrarsi un contratto con una major. Ai Melvins tocca l’Atlantic, con la quale pubblicano tre lavori, iniziando proprio da Houdini. Si tratta dell’episodio più noto e certamente più fruibile della loro intera discografia. La notorietà è data dalla presenza di Cobain. Kurt contribuisce alla produzione del disco, suona la chitarra in “Sky Pup”, le percussioni in “Spread Eagle Beagle” e dà una scossa alle vendite. La fruibilità invece è il risultato delle richieste della major ed è tangibile in pezzi come “Lizzy” e “Going Blind”, cover dei Kiss. Parlare però di disco orecchiabile sarebbe eccessivo, alcune melodie sono più accattivanti (cfr. “Set Me Straight”) ma le chitarre restano acide e Crover tocca uno degli apici della sua carriera nella velocissima “Honey Bucket”. Dopo due anni di assenza al basso torna Lorax, sempre in grande forma, come testimonia il riff granitico di “Night Goat”, per lei sarà l’ultima apparizione nella band. Un classico e un possibile punto di partenza per chi è a digiuno di Melvins.

Key Tracks: Hooch; Going Blind; Night Goat

Stoner Witch (1994). In poco meno di cinquanta minuti c’è tutto quello che un fan di questa band possa desiderare. Un’antologia che alterna violenza, rumore, atmosfera e sprazzi di melodia, saldando il tutto in un sound che ha fatto scuola in contesti diversissimi fra loro. Sorprende la disinvoltura con cui si passa dalle perfette hit mancate “Queen” e “Revolver” alle inquietanti distorsioni turbinose di feedback ed effetti di “Magic Pig Detective”, o ancora dallo scanzonato e diabolico fischiettare di “Roadbull” ai viscerali ruggiti di “Sweet Willy Rollbar”, attraverso cui è impossibile perdersi, non avendo avuto punti né di partenza né di arrivo. Un capolavoro della musica alternativa pesante.

Key Tracks: Revolver; Queen; Goose Freight Train

 

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