Discography Ranking: The Cure

A una certa, i Cure non si ascoltano più. Non per cattiveria, ma non ce la puoi più fare.

Eppure la cosa che più fa riflettere è il fatto che almeno di passaggio, tanti se non tutti abbiamo avuto una fase Cure. Poi si superano, si spera, ma allo stesso tempo arriva una nuova generazione di fan che si affeziona a Robertone Smith, al suo taglio di capelli, al suo make up, e alla sua musica soprattutto. Questo continuo ricambio generazionale indica che si tratta di una band che attrae adolescenti, li forma, e li vede poi migrare verso altre destinazioni del rock, presumibilmente più alternative. Poi non si ascoltano più a ripetizione come quando ci si cade dentro con tutte le scarpe, ma album come Disintegration o la trilogia dark dei primi anni Ottanta, assieme a qualche singolone scanzonato che la radio e le televisioni continuano a passare come fossero fresche novità, non si possono mai rinnegare, perché anche non volendoli citare in discussioni tra indie snob, sono davvero dischi rimasti insuperati nel loro genere. E quando tornano a girare nel lettore CD (se non addirittura nel mangianastri per qualcuno alla lettura) diviene presto chiaro che sono rimasti a prendere la polvere nella discoteca più per spirito di autodeterminazione dal pop mainstream che per presunta usura del tempo. Non fa figo citare i Cure tra le proprie band preferite, è chiaro, ma alcuni concetti musicali che hanno lasciato al mondo del rock non possono essere sminuiti solo perché poi si è cresciuti. Il rock d’altronde è anche una faccenda in cui giovani idoli cantano per giovani appassionati. E Robert Smith, in questo senso, è destinato a restare giovane per sempre, nonostante abbia inciso un disco come Disintegration che in realtà è il compimento di tutto il percorso che la musica dark pop ha svolto in coincidenza con l’esordio dei Cure (1978-1979) e per tutti gli anni Ottanta. È un album saggio e poetico, altroché!

Rimandiamo il resto delle considerazioni al ranking di tutti i loro album che segue. Come sempre, andiamo dal peggiore al migliore, scartando riedizioni, live, mini e best of vari, che nel caso dei Cure sono davvero tanti. Japanese Whispers è spesso indicato come una raccolta, ma in realtà all’epoca presentava solo titoli apparsi nei 45 giri, per questo è da considerarsi un vero e proprio albo di inediti. 

Held for one moment I remember a song

An impression of sound

Then everything is gone

Forever

cure-413-dream4:13 (2008) Ci sono poche band che riescono a mantenere standard qualitativi dignitosi e a rilanciarsi di volta in volta anche a distanza di vent’anni dall’esordio. Chiaramente, tra queste non ci sono i Cure. Più volte rimandato e carico di aspettative per il ritorno del chitarrista Porl Thompson, 4:13 non offre nulla di commestibile né al fan di vecchia data né all’ascoltatore random che può imbattersi in una delle sue tredici canzoni per caso. Un fiasco su tutta la linea. Chi ancora va a vederli dal vivo, non lo fa di certo per ascoltare i pezzi degli ultimi vent’anni. Si spera.

Key Tracks: nessuna

the_cure_-_wild_mood_swingsWild Mood Swings (1996) Ancora un cambio di formazione e soprattutto un ultimo disperato tentativo di scrollarsi di dosso l’aura gotica che li accompagna, portano all’improbabile Wild Mood Swings, lavoro talmente mal concepito che non mette d’accordo nessuno. Cosa c’entrano le trombette sudamericane e le divagazioni jazz con i Cure, che erano partiti dal post punk? Assolutamente nulla, e seppure coraggioso, il disco dimostra l’incapacità di Smith di evolvere come musicista e arrangiatore oltre il traguardo irraggiungibile di Disintegration. Nessun pezzo è all’altezza del marchio, tranne le b-side del singolo The 13th – ovvero It Used to Be Me, Ocean e Adonais – rintracciabili nel cofanetto di rarità Join the Dots.

Key Tracks: nessuna

the_cure_album_coverThe Cure (2004) Gli unici che hanno apprezzato Bloodflowers sono i giovani fan che, non conoscendo a fondo il percorso dei Cure, sono più affascinati dall’immaginario iconografico di Robert Smith che dall’effettivo valore della sua musica. D’altronde quei ragazzini sono spesso anche gli stessi che scoprono i Cure grazie alle dichiarazioni di stima di gente come Jonathan Davis dei Korn o Chino Moreno dei Deftones. Ecco allora che la scelta del produttore del dodicesimo disco in studio ricade su Ross Robinson, il guru del sound nu-metal. Il risultato è davvero troppo facile da criticare col senno di poi, per questo scegliamo di evidenziare come in realtà il songwriting sia superiore a quello dei precedenti due sforzi – la cui gestazione aveva richiesto tempi biblici – e solo distorto dal fatale errore nella scelta del regista delle operazioni. Qualcosa da salvare c’è, certo non le urla di Smith a ogni chiusura di canzone. 

Key Tracks: Labyrinth; Going Nowhere; Anniversary

the_cure_-_the_topThe Top (1984) L’amore per il non-sense pop dura lo spazio di un paio di dischi. Questo, anche per ammissione di Smith, non lascia quasi niente ai posteri, se non la consapevolezza che i Cure senza chitarra non riescono a esprimersi, e che senza Simon Gallup al basso perdono tutto il fascino tetro del loro suono. Non ci sono canzoni particolarmente riuscite, tanto che quando si fanno resoconti come questo, spesso ci si dimentica che The Top sia realmente esistito. 

Key Tracks: The Caterpillar

the_cure_-_bloodflowersBloodflowers (2000) Le critiche per l’incomprensibile Wild Mood Swings invitano Smith a ritornare a quello che è il suo karma, ovvero alla rappresentazione ormai quasi macchiettistica e certo non più credibile degli stilemi dark wave, trucco e abito nero inclusi. Ne esce fuori una mezza truffa, che lo stesso Robert prova ad accostare ai classici Pornography e Disintegration, come fosse l’anello mancante di un’altra trilogia. La differenza di intensità è tuttavia troppo evidente, e nonostante un paio di tracce di buona fattura che invitano a tornarci, alla fine ci cascano in pochi. Certo nessuno dei vecchi fan. 

Key Tracks: Maybe Someday; Out of this World

the_cure_-_kiss_me_kiss_me_kiss_meKiss Me Kiss Me Kiss Me (1987) Se The Head on the Door è un compresso di tutte le possibilità dei Cure, il suo successore si impegna ad espandere la stessa volontà di apparire come una band capace di spaziare su vari fronti del pop, e di identificare il sound anni Ottanta in un solo disco. Da una parte è certamente così, perché in Kiss Me le espressioni sono davvero molteplici e discretamente ispirate. D’altro lato è altrettanto evidente che a distanza di decenni, un pot-pourri del genere risulta solo relativamente utile a capire il contesto. Inoltre al di là degli arrangiamenti che in alcuni casi si dimostrano davvero troppo ridondanti, la scelta degli strumenti utilizzati per le parti solistiche, in uno scenario del rock che sta virando verso una ritrovata essenzialità post punk e acustica, appare spesso di dubbio gusto (quando parte il funk del singolo Hot Hot Hot spegnere lo stereo è il minimo che si possa fare). Per il resto benino nei pezzi in cui è la chitarra elettrica a essere protagonista, benissimo nello strepitoso singolo Just Like Heaven (uno degli apici del pop dell’intero decennio!), ma anche troppi momenti in cui il territorio d’azione è quello dei Duran Duran. Molto dipende da cosa si vuole dai Cure.

Key Tracks: The Kiss; All I Want; Just Like Heaven

Japanese WhispersJapanese Whispers (1983) Nel post Pornography si vira verso il synth pop. Ma la notizia non è tanto il rinnovato sound della band, quanto il fatto che dopo aver toccato il fondo siano ancora in grado di pubblicare musica, nonostante l’allontanamento di Simon Gallup (da sempre e per sempre il vero marchio identificativo del suono dei Cure), e le continue distrazioni date dai side project (The Glove, e la collaborazione con Siouxsie and the Banshees). Si tratta in realtà di una raccolta di singoli e relativi lati B, altrimenti pubblicati solo separatamente nei mesi precedenti, che tra gli altri include Just One Kiss, uno dei pezzi migliori dell’intera discografia dei Cure, nonché uno dei più sottovalutati quando sono state compilate le numerose raccolte. 

Key Tracks: Just One Kiss; The Lovecats; La Ment

the_cure_-_the_head_on_the_doorThe Head on the Door (1985) I Cure hanno resistito alla depressione e agli insuccessi, e ora sono una band che riesce a mettere insieme le tante-troppe idee e a registrarle con la stessa freschezza degli esordi. The Head on the Door riesce a fare capolino nelle chart di mezzo Occidente e a lanciare la nuova fase della loro carriera, che culminerà con Disintegration e che porterà il gruppo – ora diventato un quintetto – a riempire le arene e la programmazione dei canali tematici coi propri video promozionali. Ad ascoltarlo si direbbe non abbia fatto che il proprio dovere: se il singolo In-Between Days è la nuova Boys Don’t Cry, Close to Me e Six Different Ways strizzano l’occhio al synth pop sbarazzino da classifica, e per non farsi mancare niente ci sono anche influenze latine (The Blood) e orientaleggianti (Kyoto Song). Va meglio con la splendida Push, anche se gli U2 di The Unforgettable Fire ne avrebbero potuto chiedere i diritti. In chiusura reminiscenze della trilogia dark, e tutti contenti. Eh no, non siamo così faciloni come ascoltatori.

Key Tracks: In-Between Days; Push; Close to Me

the_cure_-_faithFaith (1981) Se esiste una trilogia dark dei Cure, questa è certamente quella che va da Seventeen Seconds a Pornography, passando per l’insoluto Faith, opera probabilmente minore rispetto agli altri due, ma comunque di riferimento per chi volesse studiare il sound dark wave partendo dai capisaldi del genere. Il suono è ancora secco e marziale, le atmosfere sono tetre ma ancora filosoficamente pop. Forse per questo, è il disco surreal horror della band inglese. Dello stesso periodo manca in scaletta Charlotte Sometimes, altro pezzo simbolo degli anni Ottanta dei Cure.

Key Tracks: Primary; All Cats Are Grey; The Funeral Party

wish the cureWish (1992) I postumi di Disintegration e un’apparente ritrovata serenità di Robert Smith confluiscono in Wish, il primo LP degli anni Novanta, e probabilmente l’ultimo degno di nota della band. Arrivato in piena era grunge e agli albori del brit-pop, e quindi davvero fuori tempo massimo, è un album che riesce a mantenere alcune delle peculiarità dell’illustre predecessore, aggiungendovi un approccio più solare e melodico, non solo nei facilissimi singoli, ma anche quando la vicenda si fa più melodrammatica (To Wish Impossible Things, o anche il patetismo di Trust). Si tratta di un disco di passaggio, ma a fronte della crisi creativa degli anni a seguire, si rivela come il punto di arrivo dei Cure. Avesse contenuto anche Burn, dalla colonna sonora di The Crow, magari avrebbe guadagnato una posizione in questa classifica.

Key Tracks: High; From the Edge of the Deep Green Sea; Friday I’m in Love

thecurethreeimaginaryboysalbumcoverThree Imaginary Boys (1979) Appena iniziato il loro percorso, è già evidente che i Cure sono qualcosa di più di un altro trio dedito al punk rock e alla velocità graffiante. Nelle prime canzoni sono infatti già chiare le crepe oscure che li renderanno la band più popolare del movimento dark wave (si pensi a brani minori come Subway Song e Another Day). C’è giusto un filo di confusione intellettuale (Killing an Arab, Fire in Cairo), la stessa che ritroveremo e che li terrà in vita nel corso degli anni, ma in verità se c’è un long playing sottovalutato nella loro discografia, quello è probabilmente il debutto. L’edizione americana include anche Boys Don’t Cry.

Key Tracks: 10:15 Saturday Night; Accuracy; Three Imaginary Boys

seventeen_secondsSeventeen Seconds (1980) Uno dei capolavori assoluti della musica dark, e per molti appassionati, l’albo che meglio si presta al lungo invecchiamento. Se non lo ascoltate da tempo, riprovatelo subito per apprezzare quell’essenzialità viva – in realtà dovuta alla mancanza di fondi per la registrazione, tanto che The Final Sound non riescono nemmeno a finirla di incidere su nastro – che oggi spesso cerchiamo nelle band che si presentano sulla piazza. L’ascolto di Seventeen Seconds ricorda anche che i Cure non sono stati solo quelli del trucco pesante quanto gli arrangiamenti sovrabbondanti degli anni successivi, ma anche un trio in grado di esprimersi pienamente pure con modesti espedienti tecnici. La poetica della band, quella per cui saranno ricordati, è già tutta qui. Avrebbero meritato un posto nella nostra ideale “indie hall of fame” anche se si fossero fermati qui. 

Key Tracks: A Forest; In Your House; Play for Today

curedisintegrationDisintegration (1989) Cosa non si è ancora detto su Disintegration? Tutto è stato ampiamente scritto, riscritto e discusso su questo strano ibrido fra pop dai toni oscuri di cui i Cure sono certamente pionieri ed esperienza psichedelica (esatto), arricchito da archi e abbellimenti sfarzosi che cozzano con la disperazione e l’intimità delle liriche. Una roba irripetibile, anche per loro stessi, e tanto ardua da mandare giù in una sola sessione di ascolto, quanto impenetrabile e per questo sempre affascinante da ri-contestualizzare. Oltre la clamorosa formula e oltre la profonda poetica, la qualità delle melodie fa il resto: non solo gli ovvi singoli, ma anche soprattutto le (lunghissime) tracce d’atmosfera presentano armonie incredibilmente azzeccate. Oggi si riprende a piccole dosi, all’epoca dev’essere stato un disco sconcertante, di quelli che ti possono cambiare la vita. Forse lo è ancora oggi, nonostante i tempi siano cambiati. 

Key Tracks: Plainsong; Closedown; Fascination Street 

the_cure_-_pornographyPornography (1982) In vetta al nostro ranking non può che esserci Pornography, autentica pietra angolare del rock gotico tutto, e opera a cui oggi risulta incredibile che la band sia riuscita a sopravvivere, tanto grave è lo sprofondo che si immagina riascoltandone le otto tracce, evidente compimento del percorso autodistruttivo del trio. Ma non è solo una faccenda di temi dark o di approccio lesionistico. Qui, nonostante le dipendenze, o forse proprio grazie ad esse, ci sono i Cure al massimo della loro ispirazione. Solo Closer dei Joy Division raggiunge simili oscure profondità, e nessun’altra band pop ha un album così pericoloso. 

Key Tracks: One Hundred Years; A Strange Place; The Hanging Tree

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi