Discography Ranking: Pearl Jam

Viene sempre difficile scrivere qualcosa sui Pearl Jam che non sia già stato detto e ridetto più volte, perché per quanto i fan più hardcore provino a nobilitarli a paladini di non si sa bene quale vero spirito del rock, la verità è che Eddie Vedder & Co. sono sempre stati un gruppo mainstream di grande successo commerciale, sin dai loro esordi, ovvero in piena era grunge. Chi ama o chi ha almeno vissuto una fase del rock di questi ultimi venticinque anni, i Pearl Jam li conosce bene e probabilmente ha anche in casa un paio di loro dischi.
I loro generosi concerti più che i loro album in studio sono stati talmente costanti che hanno fidelizzato almeno un paio di generazioni di appassionati di musica da arena-stadio, e per quanto i tempi non siano più gli stessi, e i caratteri siano ancor più differenti, non è certo un’eresia inserire i Pearl Jam in quel ristretto gruppo di mammasantissima che tra gli altri include U2, Rolling Stones, Bruce Springsteen, Red Hot Chili Peppers e Depeche Mode, ovvero dinosauri che continuano a riempire tutti gli ordini di posto ad ogni tour, anche negli stadi italiani. Insomma face it: sei un conformista se dici che il tuo gruppo preferito sono i Pearl Jam.

pearl-jam2Fosse solo una questione di popolarità, il discorso ci porterebbe a sminuire anche artisti di rango oggettivamente superiore come R.E.M. o Radiohead, che contemporaneamente alla band di Seattle hanno riscosso altrettanto successo commerciale, ma che, al contrario, hanno pubblicato dischi di ben maggiore rilievo artistico rispetto ai pur storici primi capitoli del percorso di Vedder e soci. Perché face it: Ten non è un capolavoro, e nel 1991 sono usciti almeno dieci se non quindici album migliori di esso. E perché anche quando le cose sono andate meglio, a metà degli anni Novanta, la scintilla s’è spenta presto.

Non stiamo qui a sostenere che il successo dei Pearl Jam sia esagerato, perché la costanza che hanno avuto, soprattutto azzeccando il modo di porsi nei confronti dei fan – più e meno cojonati, a ben vedere – li ha inevitabilmente portati a diventare una delle formazioni più grandi del mondo del rock, anche e soprattutto a fronte di tour estenuanti in cui, c’è da dirlo, i ragazzotti con le camicie di flanella hanno sempre dato tutto. E quando sei generoso dal vivo, accumulati sufficienti cavalli di battaglia dai primi tre-quattro album, ovvero quelli che la gente vuole sentire, il pubblico poi è tuo per sempre, anche se da almeno quindici anni produci nuova musica via via sempre più modesta.

Stabilito questo, ovvero che non siamo qui a insegnarvi chissà quale chicca, ma che anzi, si parla di una band che troppe volte è stata spacciata per alternativa, dura e pura, quando invece ha sempre suonato e si è comportata da conformista – e non conviene rievocare battaglie risibili come quelle contro la Ticketmaster – eccoci al discography ranking che va dal 1991, anno di uscita di Ten, all’ultimo Lightning Bolt, ormai datato 2013. Come da regola che ci siamo dati, saltiamo a pie’ pari dischi dal vivo, EP, raccolte e progetti paralleli che, nel caso dei Pearl Jam, a volte sarebbero perfino più interessanti degli stessi album della band.

Everything has changed, absolutely nothing changed.

220px-pearl_jam_lightning_boltLightning Bolt (2013) È pacifico che non è dagli ultimi capitoli che devi partire se vuoi scoprire l’autentico valore dei Pearl Jam. E infatti nella prima metà del loro decimo album troviamo cinque cinquantenni alle prese con del punk rock ripulito e smussato negli spigoli, di modo da non fare del male a nessuno. Poi alcune ballate figlie dell’esperienza – sopravvalutatissima – di Into the Wild, e un paio di episodi dalle tinte blues che indicano quale potrebbe essere la direzione migliore per la fase senescente della band. Dischi così, tuttavia, raccolgono consensi anche tra il pubblico di Ligabue. Passare oltre.

Key Tracks: nessuna

avocado pearl jamAvocado (Pearl Jam, 2006). Titolo e copertina sembrano sin da subito uno scherzo. Le canzoni, all’epoca leakate sul Mulo e Soulseek con largo anticipo, pure. E invece no, è tutto vero, anche se ancora oggi c’è chi crede che prima o poi i nostri pubblicheranno il vero album omonimo, quello degno di portare il loro nome in copertina. A stupire, a parte gli scherzi, è soprattutto la disastrosa prova vocale di un Vedder che arranca e gracchia per armonizzare canzoni con arrangiamenti puro dad rock, se non addirittura beer commercial rock, per dirla alla Mark Kozelek. Il più alto numero di fan della prima ora – fino ad allora rimasti fedeli alla causa nonostante la progressiva flessione del dopo No Code – lo hanno perso qui.

Key Tracks: Unemployable

220px-pearl_jam_backspacerBackspacer (2009) Solo 37 minuti per il nono sforzo in studio che, già a primo ascolto, risulta un altro episodio improbabile, seppur preparato con le migliori intenzioni. La chitarra solista di Mike McCready, tornata protagonista in Riot Act e Avocado, stavolta ha a disposizione pochi secondi per mettersi in mostra. I quattro pezzi punk rock che aprono il disco sono simpatici ma poco incisivi, quelli che succedono sconfinano troppo facilmente nel rock da arena che qualunque alternativo sensibile vorrebbe evitare. I testi, spesso punto di forza della proposta, stavolta aggiungono banalità alla musica, mai così concisa e diretta al punto. C’è poco da interpretare in Backspacer. Per questo, al di là del minutaggio, è un album che dura poco. 

Key Tracks: The Fixer; Got Some; Amongst the Waves

220px-pearljam-riotactRiot Act (2002) Quello che doveva essere il ritorno agli stilemi degli anni Novanta, dopo la straniante disavventura di Binaural, si rivela come il conclamato stato di crisi di una band che ormai appare superata dalle nuove leve del rock americano (Interpol, Strokes e White Stripes, ma anche e soprattutto Queens of the Stone Age che in campo hard rock le danno di santa ragione agli ormai innocui zii di Seattle). Provi ad apprezzare le tracce più sperimentali nella tracklist di Riot Act, ma ti accorgi ben presto che le uniche canzoni passabili sono quelle più convenzionali. È un album che vorrebbe essere un nuovo Vitalogy, più maturo e impegnato, ma che deve fare i conti con una grave mancanza di ispirazione e con un panorama musicale in cui risulta soltanto anacronistico.

Key Tracks: Save You; You Are; Green Disease

220px-pearljam-binauralBinaural (2000) Vedder è ormai padrone incontrastato del marchio PJ, e da cantante dietro l’asta del microfono si è prima messo in testa di aggiungere la sua superflua terza chitarra ai già intasati canali, poi di decidere quale deve essere il nuovo sound della band. A produrre il sesto album chiama quindi Tchad Blake, già collaboratore dei suoi amici i fratelli Finn, e il risultato è un pasticciaccio talmente evidente già in fase di mixaggio che Gossard è costretto a chiedere in ginocchio a Brendan O’Brien di venire a sistemare il possibile. Qualche traccia buona c’è (“Light Years” e “Insignificance” su tutte), ma un po’ l’errato livellamento dei volumi in cui la voce di Eddie è spesso sovrastata dagli strumenti, un po’ il già palese calo di ispirazione, portano Binaural ad essere la prima vera grande delusione per la maggior parte dei fan della band. Mancano del tutto le canzoni alla Pearl Jam – che per intenderci sono quelle alla “Corduroy”, “Rearviewmirror” o “Save You” – e l’inserimento di Matt Cameron, del tutto inadeguato ad accompagnare ballate e pezzi country folk, fa il resto: è l’inizio della parabola discendente.

Key Tracks: Light Years; Insignificance; Of the Girl

yield_pearl_jam_album_-_cover_artYield (1998) A metà del ranking, cominciano i Pearl Jam che abbiamo applaudito. Yield è a detta di molti appassionati l’ultimo grande capitolo della saga, che quindi si poteva concludere già negli anni Novanta: avessero terminato qui la loro avventura, i Pearl Jam avrebbero oggi una reputazione ancor migliore di quella che hanno. Il suono, per l’ultima volta curato da O’Brien, non sta soffrendo l’usura del tempo, e il songwriting, anche quando prende spunto da altre band (“Given to Fly” è un omaggio ai Led Zeppelin, tanto quanto l’altro singolo “Wishlist” è idealmente una “Be Mine” dei REM parte seconda), è ancora fresco e risoluto. Funzionano sia le ballate che i pezzi più aggressivi, e anche le stramberie fanno la loro parte. Perfino un video, quello stupendo di “Do the Evolution”, aggiunge corpo a Yield. A conti fatti è stato un disco sottovalutato all’epoca dell’uscita.

Key Tracks: No Way; Do the Evolution; Given to Fly

220px-pearljam-vsVs. (1993) I fan di Vedder ce l’hanno sempre un po’ avuta con gli Stone Temple Pilots. Ma prima di venire a sistemare il suono dei Pearl Jam – fin troppo fatiscente in Ten, tanto che si è poi tentato di rivitalizzarlo con lo stupro della riedizione remixata – Brendan O’Brien era già il produttore della band di San Diego. Ora, lasciando da parte facili e amare conclusioni, bisogna ammettere che pur essendo una misticanza di pezzi che non stanno così bene l’uno vicino all’altro, Versus contiene alcuni dei caratteri essenziali della poetica dei PJ. Emblematiche in questo senso sono “Dissident”, “Indifference” e soprattutto “Rearviewmirror”, per molti, ma non per tutti, il miglior brano della loro storia.

Key Tracks: Rearviewmirror; Indifference; W.M.A.

220px-pearljam-ten2Ten (1991) Quando escono con Ten, i Pearl Jam hanno il suono di una rockband già antica, un batterista che non spinge e soprattutto un approccio classic 70s così distante dai Nirvana che in teoria non avrebbe dovuto farli diventare la prima alternativa al trio capitanato da Kurt Cobain. La medesima provenienza e un gruppo di canzoni destinate a rimanere nella storia del rock degli anni Novanta ha tuttavia lanciato da subito Vedder e compagni nell’olimpo dei campioni. Sono infatti i ritornelli clamorosi di quelle canzoni – costruite sopra a riff di Stone Gossard e Jeff Ament mai più così tecnici – a restare impressi nella memoria, al di là delle vicende personali del cantante di cui si è fin troppo chiacchierato. Si potrebbe malignare che la differenza fra i Mother Love Bone e i Pearl Jam di Ten è solo che i secondi hanno dalla loro l’attitudine di Eddie Vedder. E sarebbe anche vero.

Key Tracks: Once; Garden; Release

220px-pearljamvitalogyVitalogy (1994) Pubblicato nello stesso millesimo dello sparo di Cobain, il terzo capitolo è probabilmente il più completo della discografia, ovvero quello che contiene un po’ tutte le migliori espressioni dei Pearl Jam. C’è il punk rock sbraitato di “Spin the Black Circle” – che pure ruba il concept a “Beyond the Threshold” degli Hüsker Dü – il lento solitario che si fa elettrico (“Better Man”) o resta solitario (“Nothingman”), c’è “Corduroy” che diventa uno dei più richiesti cavalli di battaglia, e diverse stranezze come resto mancia, ma in generale, finalmente, c’è la sensazione che sia un disco i cui pezzi formano un unicum che esiste e si regge su se stesso: Vitalogy è l’album più album dei Pearl Jam.

Key Tracks: Corduroy; Immortality; Spin the Black Circle

220px-pearljam-nocodeNo Code (1996) Il quarto disco è una nuova dimensione per i Pearl Jam, e vi si trovano mescolati stili nuovi e luoghi musicali finora inesplorati se non addirittura impensabili per i ragazzi di Ten, ora coadiuvati dall’estro di Jack Irons, finalmente il batterista perfetto per il loro suono. Il cambiamento si avverte già nei cori, nelle percussioni e nel sitar quasi mistico del singolo apripista “Who You Are”, forse la mossa più anti-commerciale nella loro storia. Chi li ha amati per l’hard rock innodico di pezzi come “Even Flow” o “Go” resta deluso per l’approccio country presente in ballad come “Off He Goes” e “Around the Bend”. Mancano i ritornelli clamorosi dunque, rimpiazzati da momenti più riflessivi – “Present Tense”, con la chitarra di McCready a guidare la poesia di Eddie, o la stessa “Sometimes”, che apre il disco come nessuno se lo sarebbe aspettato – e da sfuriate punk ruvidissime quali “Habit” e lo spassoso frammento “Lukin”. Il seme del cambiamento porge il fianco a critiche sulla scelta stilistica di alternare troppo i suoni puliti ai suoni gravemente distorti, rendendo difficoltoso l’amalgama complessivo, ma la sussurrata “I’m Open” (uno dei pezzi migliori nell’infinito repertorio del gruppo) offre un verso che sa di spiegazione: “he decided to dream… dream up a new self, for himself”. Avessero aggiunto “Long Road” e “I Got ID” – dal singolo inciso con Neil Young uscito pochi mesi prima – No Code starebbe tranquillamente tra i migliori dischi del decennio.

Key Tracks: Present Tense; Hail, Hail; I’m Open

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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